Autore: tonino

Jèsse füne alla furciüne

Jèsse füne alla furciüne loc.id. = Essere scaltro

Va bene anche scritto Jèsse fïne alla furcïne. Per il suono omofono si può usare indifferentemente la ü o la ï con la dieresi.

Alla lettera significa: essere fino alla forchetta… Ma in lingua italiana non dice nulla, perché molto vaga. La locuzione idiomatica è un’espressione specifica di una lingua, intraducibile alla lettera.
Un esempio? Gli Inglesi quando piove forte dicono che “piovono cani e gatti” (it’s raining cats and dogs), o chiamano il panino con la salsiccia “il cane bollente” (hot dog)… Vabbeh!…

La nostra locuzione si declama per esprimere ammirazione verso qualcuno che ha mostrato furbizia, scaltrezza, avvedutezza o abilità nel compiere un’azione, o anche solo per evidenziarne le capacità. Insomma vale un bel BRAVO!

Uaglió, sì fïne alla furcïne = Ragazzo/a sei davvero in gamba!

Talvolta sarcasticamente vale come antifrasi ad una malefatta…

Semplificando: con la forchetta (ossia nel maneggiare le posate per mangiare) tutti abbiamo acquisito una grande destrezza, perché abituati fin da piccoli. Quindi significa che sei bravo solo a maneggiare la forchetta….

Mi viene il sospetto che furcïne sia una semplice uscita in rima, come in:
Cröce e nöce
Storje e patòrje
Mamurce p’i ‘ndùrce
Nannurche abbasce a l’urte
Pàbbele e fracabbele
Sturte e malurte



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Djasìlle, djasìlle, Segnöre pighjatìlle!

Djasìlle, djasìlle, Segnöre pighjatìlle prov.

Ho già spiegato l’origine di djasìlle (clicca)

Si tratta di un Detto enunciato da qualcuno davvero spazientito, di fronte ad un interlocutore assillante, importuno, tedioso. È un’implorante richiesta al Signore per essere liberati da quella persona molesta.

L’espressione ha carattere semi-serio. Nessuno ovviamente augura la morte di alcuno, per quanto odioso o fastidioso (almeno in sua presenza…).
È un modo, tra il serio e il faceto, di troncare il dialogo, di invitare l’altro a smettere di rompere i timpani.

Ovviamente gioca molto la rima sul diasìlle/pigghjatìlle.

A proposito di rima, mi viene a mente (alle scuole medie si studiava il francese) quel mio compagno di classe, napoletano, che un giorno se ne venne fuori con questa frase in rima:
Oh Seigneur de la France
donne moi la patience
e liéveme a chisto ‘a nanze!

Ringrazio il dott. Michele Castriotta per avermi fornito lo spunto per questo articolo, e il dott. Sandro Mondelli per questo interessante commento :
«È l’esortazione du jatechere a comprarsi le ultime triglie, oppure l’accorata preghiera dei parenti del malato sofferente e molto anziano?»




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Affaluppé

Affaluppé v.t. = Divorare, trangugiare

Divorare avidamente, ingurgitare un grosso quantitativo di cibo.
Accettabile la forma “breve” faluppé.

Spesso nel nostro dialetto i verbi hanno doppia forma, lunga e breve: lavé/allavé, liscé/alliscé, lurdé/allurdé, recrjàrece/arrecrjàrece, petté/appetté, ecc.)

Esiste la forma intransitiva pronominale affaluppàrece.

Apprüme nen vulöve mangé, e pò ci ò ‘ffaluppéte ‘nu piatte de ‘ndùrce e fasüle! = Prima non voleva mangiare, (ma) poi si è divorato un piatto di troccoli e fagioli!

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Mbezzàrece

‘Mbezzàrece v.i. = infilarsi, inserirsi, introdursi.

Deriva chiaramente dallo spagnolo empezar = cominciare, iniziare.

(dice Google traduttore: Empezar = El momento que constituye el punto de partida. Comience a usar o consumir un producto = Il momento che costituisce il punto di partenza. Inizia a utilizzare o consumare un prodotto.)

Il verbo viene usato anche figuratamente, come ad esempio:

  • inserirsi nel campo lavorativo,
  • introdursi nel ramo della politica,
  • farsi accogliere dalla famiglia del/della futuro/a consorte,
  • immettersi nell’ambito studentesco, sportivo, artigianale, militare, ecc..

Il dott. Sandro Mondelli mi suggerisce un esempio calzante:
Mò c’jì ‘mpezzéte e völe fé ‘u mastre = Adesso ha iniziato e (già) vuol fare il maestro.
Troviamo spesso dei saputelli che, come diceva mio padre,  “ne devono mangiare di pane tosto”, ossia costoro hanno bisogno di fare una lunga esperienza prima di potersi affermare nel mestiere.


Nella forma transitiva ‘mbezzé significa conficcare, piantare un chiodo, un picchetto.

Il dott. Enzo Renato asserisce che ‘mpezzete (leggi mbezzéte) significa: che gli son spuntate le penne. Il termine è mutuato dai nidiacei che mettono le punte, spuntoni, delle prime penne.

Ringrazio i due lettori sopra citati per il loro prezioso contributo, utilissimo alla stesura di questo articolo.

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Pigghjé ‘a mmiéte

Pigghjé ‘a mmiéte loc.id. = Prendere la rincorsa

Fare una breve corsa per slanciarsi in un tuffo, un salto, un assalto ecc.
Avventarsi, slanciarsi, piombare addosso a qualcuno o per scavalcare un ostacolo.

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Agguattàrece

Agguattàrece v.i. = acquattarsi

La nostra magnifica lingua italiana ci propone molti sinonimi, che rendono tutti bene l’idea di quello che intendiamo dire col nostro dialetto: nascondersi, rintanarsi, accovacciarsi, rannicchiarsi, aggomitolarsi, 
accucciarsi, rincantucciarsi (verbi tratti dal vocabolario “Sinonimi e Contrari”)

Insomma il verbo agguattàrece descrive l’operazione di posizionarsi per bene sotto le coltri allo scopo di proteggersi dal freddo, specie se si è raffreddati.
Statte agguattéte ca fé frìdde = Resta ben rannicchiato sotto le coperte perché fa freddo. Ossia: resta acquattato, non scoprirti.

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Prescìgghje

Prescìgghje s.m. = Eccitazione, euforia.

Tensione emotiva che induce agitazione, ansia incontenibile, specificamente riferita all’ attesa di un evento piacevole.

Si usa dire mettìrece ‘mprescìgghje = mettersi in eccitazione. La preposizione “in” viene incorporata nel sostantivo.

Con lo stesso significato si usa dire: mettìrece ‘nzanzolle e mettìrece ‘ngarzìlje

Vedüte a löre, ce so’ mìsse ‘mprescìgghje p’i fèste! = Guardateli! Si sono messi in eccitazione per le feste!

Ovviamente deriva da prüsce e prescèzze = gioia, contentezza.

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Cógne

Cógne s.m. = Cuneo, zeppa

Era un oggetto di da taglio in acciaio temprato, in uso presso gli spaccalegna per rompere manualmente i segmenti di rami grossi poggiati al suolo (Fig.1)

Si conficca dapprima il cuneo nel ceppo per un paio di centimetri lungo le venature del legno e poi con colpi ben assestati con la mazza (grosso martello usato anche per spaccare pietre) lo si riduce in pezzi più piccoli.
Per questa operazione oggi i boscaioli si avvalgono di apposito macchinario.

I nostri cógne sono fatti anche di legno, e di varie dimensioni.
Quelli più grossi si posano sotto le ruote di qualsiasi veicolo allo scopo di evitarne l’indietreggiamento (Fig. 2)
Altri più piccoli, detti cugnetjille o zèppe, si pongono sotto i piedini dei mobili zoppicanti per non farli traballare.
I cógne di plastica, più fattura più recente, servono per bloccare la porta aperta nella posizione voluta.(Fig. 3)

Fig. 1
Fig. 2
Fig. 3
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Pezzüche

Pezzüche s.m. = Picchetto


«Paletto appuntito di legno o di ferro che si pianta nel terreno per fissare tende da campeggio o per eseguire misurazioni topografiche, o come segnale di tracciati stradali, confini e sim.»
(Definizione coniata dal Vocabolario on line della Hoepli Editore)

Si usa come piolo per fissare tende militari, coperture, pali da vigneto, ecc.

Il nome pezzüche deriva dal fatto che l’oggetto è appuntito, pizzuto, che termina a punta, e  può riferirsi a qualsiasi oggetto acuminato.

Attenzione a distinguerlo dal quasi omografo pìzzeche (pizzicotto o pala di fichidindia)

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Cecalùcchje

Cecalùcchje s.m. = Mantide religiosa

È un insetto (Mantis religiosa) diffuso dall’Africa all’Europa Centrale che ama i climi caldo-temperati.
Erroneamente ritenuto dannoso per l’agricoltura,  o addirittura pericoloso per l’uomo che sta a contatto con la vegetazione.  Di qui il nome dialettale cicalùcchje o anche  cecalùcchje = che acceca l’occhio.

Di misterioso sappiamo solo che la femmina, dopo l’accoppiamento, che (beati loro) dura alcune ore, si divora il maschio, cominciando dalla testa…

La inesauribile Wikipedia ci fornisce una spiegazione diciamo biologica di questo cannibalismo:
«L’accoppiamento delle mantidi è caratterizzato da post-nuziale: la femmina, dopo essersi accoppiata, o anche durante l’atto, divora il maschio partendo dalla testa mentre gli organi genitali proseguono nell’accoppiamento.
Questo comportamento è dovuto al bisogno di proteine, necessarie ad una rapida produzione di uova; prova ne è che la femmina d’allevamento, essendo ben nutrita, spesso “risparmia” il maschio.»

Ringrazio il dott.Enzo Renato per aver evocato questo termine dialettale quasi desueto.

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