Categoria: S

Sciambregnöne

Taluni pronunciavano sciambrignöne.
Come aggettivo generico si abbina a personaggio clochard, barbone, incline al vino e al turpiloquio. Vagabondo, mendico; persona sporca con qualche rotella fuori posto.  Vive come gli capita, per scelta o per necessità.

Il fonema somiglia a qualche lemma di derivazione francese…chissà qual’è l’origine.

Quello  nostrano, Matteo Vitale, conosciuto come Mattöje  sciambregnöne (o semplicemente Fiascöne),  si aggirava per le strade di Manfredonia, era un bonaccione, ma anche un formidabile lanciatore di sassi quando veniva dileggiato dai monelli, me compreso, con la canzoncina:

“Vöna vöne ‘u fiascöne, ‘u sciambregnöne! = Viene, arriva (con il suo) fiascone, l’ubriacone!” La risposta era violenta e immediata:‘A putténe de màmete! Ghjachiv’è murte e stramurte! ‘Gghjà lu peccjöne d’i putténe d’i mamme vostre! (preferisco non tradurre). 
E giù una gragnuola di sassate!

Raccattava i ciottoli da terra. I sassi erano reperibili numerosi per le strade, perché, tranne via Tribuna (chiamata “l’Asfalde” per antonomasia), Corso Roma, Corso Manfredi e le traverse, tutte le altre erano di terra battuta, quindi non erano lastricate né bitumate.

Spesso, mentre passava per la via canticchiava qualcosa sottovoce, come tra sé e sé. Se qualche donna lo punzecchiava, partiva con una canzoncina allusiva, sull’aria di “Quant’è bèllo lu prim’ammore”: “Vù sapì che tjine sotte? Tjine ‘u tóbbe de l’Acquedotte!” Se non veniva accolta con: “Vattì, vattinne, ca mò chiéme a marìteme!“, continuava imperterrito diventando sempre più scurrile.

A quei tempi, nell’immediato dopoguerra (anni 1946-50), si presentava ogni giorno dietro la porta del refettorio della Scuola De Sanctis, assieme ad alcune persone bisognose.
Ognuno aveva la propria gavetta di alluminio, nelle quali le bidelle, dopo aver servito gli scolari, distribuivano la minestra rimasta in fondo ai pentoloni. A volte le inservienti elargivano anche dei pezzi di filoncino o qualche formaggino.
Sciambregnöne si lamentava perché, commisurata alla sua fame atavica, gli sembrava scarso un solo mestolo di minestra…  “Mìtte n’atu cuppüne!“ = aggiungi un altro mestolo!.

Per quanto fondamentalmente buono, incuteva comunque un po’ di inquietudine nei piccoli e nei grandi. Bisognava solo lasciarlo in pace, e non stuzzicarlo mai.

Ringrazio infinitamente Bruno Mondelli per avermi passato le foto originali di Matteo Losciale.

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Sciammèrje

Sciammèrje s.f. = Marsina, frac, tight

Abito maschile da cerimonia, nero, con falde a coda di rondine.

Il popolino, almeno fino agli anni ’60 lo conosceva solo per averlo visto indossato dal cocchiere ‘in alta uniforme’ alla guida del carro funebre.

‘U cucchjire pe ‘sta catòbbe e pe ‘sta sciammèrje stöve tüse tüse = Il cocchiere con il cilindro e il frac stava tutto impettito.

Infatti il volgo non era frequentatore di soirée di gran gala, o di concerti al Teatro Alla Scala, o di cerimonie mondane di qualsiasi genere.

Taluni lo pronunciavano anche sciammèreche in assonanza con Amèreche.

 Mi sono documentato!  All’origine del sostantivo c’è il nome del Maresciallo di Francia Charles Schomberg, (1601-1656) che introdusse la moda nell’uniforme militare (giacca con le code) durante la guerra in Catalogna intorno al 1650.
Durante la dominazione spagnola del Sud Italia il termine chamberga è rimasto con poche modifiche da noi e anche in altre località della Daunia.

Sciammèrje, in linguaggio gergale ormai desueto, significava avere un rapporto sessuale mercenario. 

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Sciapüte

Sciapüte agg. = Insipido, sciapo, privo di sapore

Riferito specialmente a vivanda preparata accidentalmente con poco sale, quindi con poco sapore.

Può applicarsi anche a persona insulsa, melensa, sciocca.

Quèdda Giuannüne jì proprje ‘na uagnöna sciapüte = La Giovannina è proprio una ragazza sciocca.

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Sciarabbàlle

Sciarabbàlle s.m. = Calesse

Carro leggero a trazione animale, munito spesso di un’ampia “capote” a mantice ripiegabile, per riparare il conducente e l’eventuale passeggero dal sole o dalle intemperie.

Era dotato anche di una coppia di freni, detta ” ‘a martellüne” = la martellina, azionata dal posto di guida con un’unica leva laterale.

I ceppi stringevano dall’esterno i cerchioni e rallentavano la corsa. Usato solo in discesa per evitare che il peso del calesse spingesse il cavallo in avanti e lo facesse cadere.

Il termine sciarabàlle identifica un veicolo a due ruote – a Napoli lo chiamavano sciarabballo, o anche ‘o ri’rote = il (carro a) due ruote – non è altro che la trascrizione fonetica, con lieve distorsione dovuta all’ignoranza del popolino, del francese “Char-à-bancs”, che si proncia “sciarabbànc” cioè “carro dotato di sedili a panca”.

Era costruito per il trasporto di sole persone. Sul retro e sotto il sedile c’era spazio solo per un sacco di biada e per un secchio vuoto per rifocillare la bestia durante una tappa.

Veniva usato per spostarsi dal paese alla campagna, o da una masseria all’altra.

Ovviamente era alla portata dei soli proprietari terrieri, dei medici per gli spostamenti nelle loro visite domiciliari, o dei mediatori per i loro commerci.

(Arch.fot. Manfredonia Ricordi)

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Sciasciòsce

Sciaciòsce s.f. = Prozia

Indica la sorella del nonno o della nonna che, nelle famiglie patriarcali di una volta, rimasta zitella o vedova senza figli, veniva accolta in casa di un/una nipote.

Quindi era una zia per i genitori e una prozia per i figli.

La brava donna non voleva sembrare un sovrappeso e perciò si rendeva utile all’andamento della casa, prestandosi a stirare o a badare alla cucina o ai nipotini.

Quasi sempre era una figura positiva. Dolce e simpatica, prudente e riservata, poche parole e molti fatti. Soprattutto non interferiva mai nei fatti dei coniugi che la ospitavano.

Non esiste il termine corrispondente al maschile.

Con questa parola c’era un gioco di parole, quasi uno scioglilingua che diceva così:
Sciasciò, ‘a scìtte o ‘a scètte ‘a sciòtte?
Tradotto in parole comprensibili significa: Cara zia, la butti tu o la svuoto io l’acqua di cottura della pasta?

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Sciavòrte

Sciavòrte s.f. = Agnellone

Nato di pecora che ha superato da poco l’anno di età.

Si tratta di bestia che si azzoppa e necessariamente dev’essere macellata e consumata in tempi brevi.

Non è ancora una pecora adulta, e per questo ha le carni meno tenere di quelle dell’agnello, ma sicuramente più gustose, specie se preparate a rijanéte o al ragù.

Per il fatto che la povera sciavorte  difettata non potrà essere sfruttata né per la produzione di latte, né per quella della lana (quindi praticamente inutile al tornaconto del pastore), il sostantivo nella forma aggettivata veniva usato come epiteto verso una donna poco virtuosa, svogliata e trasandata: praticamente inutile nell’economia domestica.

Allo stesso modo di quando usiamo asino o capra riferendoci a certi soggetti poco brillanti in intelligenza o in profitto scolastico.

Cungettèlle jì proprje ‘na sciavorte = Concettina è proprio una sciattona.

In questo caso è sinonimo di svertuéte (←clicca)

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Scìgne

Scìgne s.f. = Scimmia

scimmiaLa scimmia è un mammifero appartenente all’Ordine dei Primati, molto agile e intelligente.
Allo stato naturale vive In Africa equatoriale. Altre specie vivono in sud-America e in Asia.

Fu molto popolare la scimmia hallywoodiana Cheetah (Cita), propriamente uno scimpanzè, che compariva in tutti i film di Tarzan.

Prima ancora della sua apparizione al cinema, era nota perché era un’attrazione dei vari girovaghi (circhi, artisti di strada) che sostavano nei paesi.

Usato come aggettivo (scigne) o come accrescitivo (scignöne) descriveva una persona sgraziata.

Al contrario, come vezzeggiativo scignarèlle, indicava una bimbetta che fa la smorfiosa.

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Scìgne ‘n palazze (‘a)

Scìgne ‘n palazze (‘a) loc.id. = Scimmia in palazzo (la)

Questa locuzione idiomatica definisce una donna che ritiene di essere diventata una vera signora  solo perché non abita più al piano terra, come nel secolo scorso avveniva per il popolino.
Difatti i piani più alti erano dimora dei più abbienti, che ostentavano anche così il loro status sociale..

Il corrispondente maschile era definito pezzènte revenüte = pezzente rinvenuto, come per dire che fino a poco tempo prima era un poveraccio…

Il grande Totò spesso ci ricordava che “signori” (nel senso più alto del termine) si nasce, non si diventa.

Ringrazio l’inesauribile dott. Enzo Renato per l’imbeccata.

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Scignò

Scignò s.m. = crocchia, chignon

È un’acconciatura tipicamente femminile (ora veramente non ne sono tanto sicuro che sia solo femminile) che raccoglie dietro la nuca i capelli lunghi variamente annodati. Ho trascritto in grafia nostrana il termine francese chignon che si pronuncia scignò(n) con al n finale molto nasale.

Cito solo quella più semplice, a coda di cavallo, e quella, sempre un campo equino, a ciambella un po’ elaborata, detta a cüle de jummènde (a culo di giumenta). Qualcuna più sfacciata diceva a pecciöne jummènde (a forma dei genitali di giumenta).

Le nostre nonne si limitavano ad acconciarsi col tuppo, (‘u tuppjille),  fissando con forcine sull’occipite le trecce pendenti dai sue lati della testa.

Poi ce ne sono svariatissime e molto elaborate. Se cercate crocchia, o tuppo su “Google immagini” troverete pagine e pagine di questa svariatissime acconciature.

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