Pàrte

Pàrte s.f. = Parte, porzione

Un termine  poliedrico!

1) La pàrte, ciascuna delle frazioni o degli elementi in cui può essere suddiviso o scomposto un intero.  In dialetto esiste un significativo proverbio con questo termine: Chi sparte jéve ‘a megghja parte

Quèst’jì ‘a parta töve. Fàttele abbasté = Questa è la tua porzione. Fattela bastare. Evidentemente il poverino è a dieta e riceve le porzioni ridotte!

2) Fé alla pàrte = Fare alla parte. In dialetto significa associarsi al 50% (fifty-fifty)in qlc impresa commerciale, o anche semplicemente per spartirsi amichevolmente a metà la posta in gioco in una partita a carte.

Credo che sia tuttora in uso fé alla parte nel raccogliere le olive nei piccoli oliveti. Il proprietario delle piante chiama qlc conoscente che provvede alla raccolta. Le olive vengono portate al frantoio e l’olio ricavato si suddivide a metà tra il proprietario delle piante e colui che le ha raccolte.

3) ‘A pàrte = Lo spartito musicale scritto per ognuno degli strumenti di un’orchestra, ricavato dalla partitura (generale) ad uso del Direttore. .

4) ‘A parte a ssöle = L’esecuzione musicale del solista.  Aspettéte ca mò ‘a trombe uà féje ‘a parte a ssöle = Aspettate che ora la tromba eseguirà un pezzo da solista.

5) Parte =  partire, verbo declinato al presente (Giuanne parte jogge = Giovanni parte oggi) o all’infinio (Mattöje nen völe parte = Matteo non vuole partire).

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Paröla möje ai chéne (La)

La paröla möje ai chéne loc.id. = Non sia mai

Alla lettera: La parola mia ai cani.

Si usa questa locuzione prima di pronunciare qls cosa che possa essere mal interpretato dall’interlocutore.

Si preferisce chiarire che quello che si sta per dire di spiacavole non debba nuocere ad alcun essere vivente, tranne i cani. Perciò è meglio che questi siano senza proprietari.

Un po’ come ‘nziamé, allonghe da ‘gnüne, allonga süje

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Parocche

Parocche s.f. = Bastone, vincastro

Sorta di bastone usata dai pastori nel menare al pascolo le loro greggi.  Taluni pronunciano paròcchele.

Ha spesso l’impugnatura era grossa, a pomello, per la nodosità del ramo da cui era stato ricavato, il bastone era proprio un randello, una clava.  Spesso termina a uncino.

In Abruzzo, Terra di pastori, è chiamata molto similmente pirocche, a conferma della secolare transumanza delle greggi verso la Capitanata che poneva gli Abruzzesi a lunghi contatti con le nostre genti del piano.

Esiste una forma di naso “importante”: ‘u nése a paròcche.

I Romani lo chiamano tortòre, forse perché non proprio dritto.

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Parlé segnöre

Parlé signöre loc.id. = Non parlare in dialetto

In effetti significava, almeno fino all’inizio degli anni ’60, eprimersi in italiano, roba da pochi privilegiati (clero, professionisti, proprietari terrieri e ufficiali militari = signori, quindi) poiché tutti gli altri parlavano in dialetto.

Le femminucce avevano inventato il gioco di “parlé segnöre” con divertenti involontarie storpiature: “Si è spasciato il cìcino”: “Ho accattato due chini di potogalli”: “Mia madre ha fatto due belle siccie chiene: sopra l’indorci e a rianata” ecc…

Da quando c’è stato l’avvento della televisione si è diffuso l’italiano finalmente anche come lingua locale.

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Pàrle accüme t’ho fàtte màmete

Pàrle accüme t’ho fàtte màmete loc.id. = Parla la tua lingua madre

È un invito a parlare con linguaggio semplice, senza ricercare parole ad effetto non da tutti comprensibili.

In italiano, per esempio, c’è un aggettivo di moda che è diventato un tormentone: esaustivo. Lo dicono spesso i giornalisti per mostrare la ricchezza del loro lessico. Ma non è più semplice dire ‘esauriente’ o ‘completo’?

E quell’orribile verbo ‘obliterare’? Non è meglio dire vidimare, timbrare, marcare?Vabbè, sono mode e passeranno prima o poi.

Nel caso di questo nostro sito, pàrle accüme t’ho fàtte màmete è un invito a parlare manfredoniano!

Non tradite la lingua madre, abbandonandola per vergogna o per timore di essere giudicati ignoranti.
Con questo mio modesto ma impegnativo lavoro sto sostenendo tutti i Manfredoniani, aiutandoli a conoscere la nostra parlata più intimamente e forse con un pizzico d’amore in più.

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Parì mill’ànne

Parì mill’ànne loc.id. = Non vedere l’ora

La locuzione esprime l’impazienza con cui si vuole ottenere qlcs, mostra il desiderio, la smania, la brama di vedere una persona amata, o di gustare l’arrivo di una stagione e dei suoi frutti, o di la cessazione di un periodo negativo

È un grido di speranza che forse accorcia un po’ i tempi di attesa.

Angöre tre müse: me père mill’anne ca Mattöje fenesce ‘u suldéte! = Ancora tre mesi (di attesa):non vedo l’ora che Matteo termini il servizio militare!

L’italiano ‘sembrare un secolo’ non rende l’idea…’Mill’ànne‘ è più facile da pronunciare e sicuramente più colorito.

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Paranghele

Paranghéle s.m. = Palàmito, palangaro.

Grande attrezzo adoperato per la pesca d’alto mare, costituito da una lunga cima distesa orizzontalmente, da cui pendono centinaia di lenze (tecnicamente dette palamére = braccioli) distanziate tra loro di 50 cm e terminanti ciascuna con un amo innescato (con esca).

Usato anche come forma simil-italiano palamüte. Non mi piace.

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Paradüse

Paradüse s.m. = Paradiso

In molte religioni, si definisce Paradiso quel luogo in cui sono radunate le anime dei giusti dopo la morte, e sono esaltate in modo eccelso dalla diretta visione di Dio.

Per estensione si definisce ‘nu paradüse un luogo reale della terra bellissimo e incontaminato.

So’ stéte alla Sicìlje: ‘nu paradüse = Sono stato in Sicilia: un vero paradiso.

Per dire “in paradiso” si dice ‘mbaradüse, legando “in” al sostantivo. Qualcuno dice ‘mbaravüse. Per me vanno bene entrambe le versioni.

Ecco un’interessantissima dissertazione di Enzo Renato sulla pronuncia di‘mbaradüse ‘mbaravüse:

 Mbaravüse in realtà lo dicono i Montanari ed i Montagnoli anche se non escludo che anticamente si dicesse così anche da noi.

Difatti, taluni antichi termini manfredoniani, oggi appaiono ai più come termini montanari, ma solo perché in tale dialetto essi si sono meglio conservati.

Il dialetto manfredoniano invece ha subito, negli ultimi decenni, una maggiore italianizzazione.

Tipici esempi:
– da iniziale doppia d si è passati alla doppia (cepòlle in luogo di cepòdde;cavàlle, martjidde diventati cavàlle, martjille. È rimasto códde per dire “quello”.

– da sc si è passati a j. da desciüne, scì dejüne, jì).

A Monte San’Angelo esistono così tuttora, sono rimasti invariati.

Inoltre la convivenza con la popolazione montanara generata, non solo dalla vicinanza, ma anche dai continui e frequenti matrimoni tra questa e quella gente, da sempre attestati nella storia, e maggiormente accentuata a seguito dell’emigrazione di massa, avvenuta nel secolo scorso, da Monte a Manfredonia, hanno creato una tale promiscuità di gente e di dialetti, che oggi è davvero un arduo compito individuare o riconoscere l’appartenenza esclusiva e totale di un certo termine ad uno dei due dialetti.

La mia convinzione è che, in definitiva, anticamente il nostro dialetto non doveva differire poi tanto da quello di Monte Sant’Ant’Angelo, se non nella pronuncia (che è tutt’oggi spiccatamente diversa).”

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Para-pàtte-e-péce

Para-pàtte-e-péce loc.id. = Impattare.

Locuzione per indicare che, nei rapporti di affari, di gioco, di dialogo, di controversia, le cose sono andate in parità.

In italiano si dice pareggio, pari, patta e anche insieme questi due ultimi termini, (pari e patta) a mo’ di rafforzativo.

Patta, deriva dal latino pax e pactum nel significato di accordo.

In dialetto aggiungiamo anche il terzo rafforzativo, caso mai non si fosse capito che si era pareggiato il conto: pace. Siamo un popolo pacifico.

Infatti a volte si dice, a suggello dell’accordo, come fosse una dichiarazione liberatoria: mò stéme para-patte-e- péce o anche, più brevemente: mò stéme péce = ora siamo pari,non abbiamo più nulla da pretendere reciprocamente.

Qui, secondo me, fa capolino quell’origine latina sopra riportata (pax, pactum). Correggetemi se sbaglio.

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