Paranghele

Paranghéle s.m. = Palàmito, palangaro.

Grande attrezzo adoperato per la pesca d’alto mare, costituito da una lunga cima distesa orizzontalmente, da cui pendono centinaia di lenze (tecnicamente dette palamére = braccioli) distanziate tra loro di 50 cm e terminanti ciascuna con un amo innescato (con esca).

Usato anche come forma simil-italiano palamüte. Non mi piace.

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Paradüse

Paradüse s.m. = Paradiso

In molte religioni, si definisce Paradiso quel luogo in cui sono radunate le anime dei giusti dopo la morte, e sono esaltate in modo eccelso dalla diretta visione di Dio.

Per estensione si definisce ‘nu paradüse un luogo reale della terra bellissimo e incontaminato.

So’ stéte alla Sicìlje: ‘nu paradüse = Sono stato in Sicilia: un vero paradiso.

Per dire “in paradiso” si dice ‘mbaradüse, legando “in” al sostantivo. Qualcuno dice ‘mbaravüse. Per me vanno bene entrambe le versioni.

Ecco un’interessantissima dissertazione di Enzo Renato sulla pronuncia di‘mbaradüse ‘mbaravüse:

 Mbaravüse in realtà lo dicono i Montanari ed i Montagnoli anche se non escludo che anticamente si dicesse così anche da noi.

Difatti, taluni antichi termini manfredoniani, oggi appaiono ai più come termini montanari, ma solo perché in tale dialetto essi si sono meglio conservati.

Il dialetto manfredoniano invece ha subito, negli ultimi decenni, una maggiore italianizzazione.

Tipici esempi:
– da iniziale doppia d si è passati alla doppia (cepòlle in luogo di cepòdde;cavàlle, martjidde diventati cavàlle, martjille. È rimasto códde per dire “quello”.

– da sc si è passati a j. da desciüne, scì dejüne, jì).

A Monte San’Angelo esistono così tuttora, sono rimasti invariati.

Inoltre la convivenza con la popolazione montanara generata, non solo dalla vicinanza, ma anche dai continui e frequenti matrimoni tra questa e quella gente, da sempre attestati nella storia, e maggiormente accentuata a seguito dell’emigrazione di massa, avvenuta nel secolo scorso, da Monte a Manfredonia, hanno creato una tale promiscuità di gente e di dialetti, che oggi è davvero un arduo compito individuare o riconoscere l’appartenenza esclusiva e totale di un certo termine ad uno dei due dialetti.

La mia convinzione è che, in definitiva, anticamente il nostro dialetto non doveva differire poi tanto da quello di Monte Sant’Ant’Angelo, se non nella pronuncia (che è tutt’oggi spiccatamente diversa).”

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Para-pàtte-e-péce

Para-pàtte-e-péce loc.id. = Impattare.

Locuzione per indicare che, nei rapporti di affari, di gioco, di dialogo, di controversia, le cose sono andate in parità.

In italiano si dice pareggio, pari, patta e anche insieme questi due ultimi termini, (pari e patta) a mo’ di rafforzativo.

Patta, deriva dal latino pax e pactum nel significato di accordo.

In dialetto aggiungiamo anche il terzo rafforzativo, caso mai non si fosse capito che si era pareggiato il conto: pace. Siamo un popolo pacifico.

Infatti a volte si dice, a suggello dell’accordo, come fosse una dichiarazione liberatoria: mò stéme para-patte-e- péce o anche, più brevemente: mò stéme péce = ora siamo pari,non abbiamo più nulla da pretendere reciprocamente.

Qui, secondo me, fa capolino quell’origine latina sopra riportata (pax, pactum). Correggetemi se sbaglio.

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Papùnne

Papùnne s.m. = Babau, l’uomo nero.

‘U papùnne (o anche papònne) era un personaggio orribile, evocato dalle mamme per spaventare i figli irrequieti e convincerli a rigar dritto.

Il “mostro” poteva arrivare immediatamente, proprio quando loro facevano i capricci.

Uì, mò vöne ‘u papùnne = Ecco, (lo vedi) ora viene il Babau!

Ai monelli le brave mamme raccontavano addirittura che ‘u papùnne avrebbe afferrato i bambini “cattivi” li avrebbe calati in un sacco per portarseli via nel bosco a mangiarseli! Perciò, zitti e calmi!

Nessuno ci credeva, né la mammina, né i discoli…..ma funzionava, almeno le prime volte.

Ricordo una vecchia canzoncina delle nostre mamme:

Uh Madonne! Uh Madonne!
sott’u ljitte sté ‘u papònne!
Jü lu fazze pe caccé,
e sèmbe a qua ce völe sté!

Traduzione: Oh, Madonna, oh Madonna, sotto il letto sta il babau! Io faccio (agisco) per scacciarlo (ma) sempre qua vuole restare.

Il mio amico Michele Carbonelli, che ringrazio vivamente, fa questa deliziosa descrizione:
«’U papunne.
Aleggiava in ogni casa, prediligeva stare sotto al letto o nello stipo a muro. Lentamente si alzava quando veniva chiamato per incutere paura ai bambini disobbedienti.
Figura d’oltretomba somigliante più ad nube bassa e cupa che ad un fantasma. A modo suo cattivo con vene di bontà: non si ricordano azioni persecutorie ai danni di anime deboli.
Era considerato uno di famiglia, un parente invisibile da temere, sempre presente all’occorrenza. Non attirava folle e non amava alcool e droga [come probabilmente accade con le varie attuali “Samara” in carne e ossa, che compaiono ormai ovunque come una sfida stupida-ndr] Un tipo solitario e tutto sommato pacifico, ma sempre pronto ad intervenire per sedare capricci, pianti e desideri impossibili.»

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Pàppele

Pàppele s.m. = Tonchio

Nome generico di diverse specie di coleotteri della famiglia dei Bruchidi che, allo stato larvale, sono dannosi per molte piante della famiglia delle Papilionacee e per i frutti secchi di tali piante.

Il tonchio della fava è chiamato dagli specialisti Bruchus rufimanus, quello del pisello Bruchus pisorum e quello dei fagioli Acanthoscelides obsoletus.

Mamma mia che nomi! J’ chiù mègghje a düce pàppele = È meglio dire tonchio

Nel napoletano ho sentito pronunciare pàppece.

Il termine nostrano deriva dal greco antico peplos.

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Paperesciàrece

Paperesciàrece v.i. = Pavoneggiarsi

La lingua italiana si riferisce al pavone e il nostro dialetto…alla papera.

Tipico della gioventù. Mi vengono a mente i versi di Leopardo nel “Sabato del villaggio”, imparati a memoria mezzo secolo fa, in seconda media;

“Tutta vestita a festa
la gioventù del luogo
lascia le case e per le vie si spande,
e mira, ed è mirata,
e in cor s’allegra…”

Forse ho modificato qualche parola: non ho il testo per verificare.

‘I vì, cüme ce paperescèjene (oppure ce vanne paperescianne!) = Eccoli come si pavoneggiano!

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Papèlle

Papèlle s.f. = Ciglio

Ciascuno dei peli ricurvi disposti sul bordo della palpebra a protezione dell’occhio.

Era usato quasi sempre al plurale.

Per non creare equivoci da quale organo spuntassero questi peli, si specificava sempre ‘i papèlle de l’ùcchje = le ciglia degli occhi.

Papèlle forse deriva da palpebra.

Con un termine più moderno si usa chiamarle ‘i cègghje.

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Paparèlle

Paparèlle s.f. = Ochetta, ghianda, pepiera.

1) Nel significato di ochetta, fig. designa anche quelle adolescenti che si comportano da sciocchine.

2) Designa la ghianda, frutto secco delle querce, protetto alla base da un caratteristico involucro a forma di scodellino, utilizzato per l’alimentazione animale e in alcune applicazioni conciarie.

Perché a Manfredonia le ghiande sono chiamate paparèlle?

Racconto quello che emerge dai miei ricordi: quando uscivo dalla Chiesa Stella (età 7-8 anni) passavo dalla villa e raccoglievo alcune ghiande, le più grosse, perché servivano a fabbricare un modesto “giocattolo”.
In pratica si tagliava orizzontalmente la parte superiore della ghianda, compreso il suo cappellino. La parte inferiore termina a punta e il seme è pieno e sodo. Si conficcava nella polpa il gambo già bruciato de uno zolfanello (puzzolente fiammifero da cucina, chiamato anche “fulmenànde” o “aspjitte nu pöche”) in modo che si formasse una piccolissima trottola, cui si imprimeva il movimento della rotazione passando lo stecco del fiammifero tra i polpastrelli del pollice e del medio.

Si gareggiava con gli altri bambini, e vinceva colui che la faceva girare più a lungo.

Quando ci eravamo stufati di questo gioco, si prendeva un’altra ghianda grossa, decapitata della parte superiore, e si piantava uno stecco più lungo nel suo fianco.

Avevamo così costruito una miniatura di pipa, e la tenevamo a lungo tra i denti come faceva il nonno o Braccio di Ferro/Popeye. Questo atteggiamento ci faceva sentire adulti!

Siccome la pipetta era piccola, veniva chiamata “pipparella”. Il nome si è variato ed è poi diventato “paparella”.

Ripeto sempre, questi sono i MIEI ricordi, e non pretendo di pontificare ed essere infallibile sull’origine dei nomi.

3) Forse per una deformazione fonetica, si usava chiamare paparèlle il contenitore del pepe macinato, in italiano “pepiera”, al posto del piu´ corretto pöparèlle, da pöpe = pepe.

Quella in uso a casa mia, prima dell´avvento della plastica, era tutta di legno tornito, a forma di calice, il cui gambo si svitava per consentire di caricare questo contenitore.
Anche il “top” si svitava per mostrare il “tetto” bucherellato attraverso il quale si poteva spargere il pepe sulle pietanze. Un piccolo capolavoro dell´artigianato locale.

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