Stèmme scarse a fetjinde!… loc.id. = Sentivamo la mancanza.
È ammessa anche la versione al presente “Stéme scarse a fetjinde“
È una esclamazione divertita, come di sollievo, usata verso qualcuno quando, del tutto inatteso, si presenta ad una festa, o si accoda ad un gruppo, o si affaccia in casa altrui, ecc.
Come se si dicesse: il nostro “gruppo di fetenti”, era troppo striminzito; meno male che sei arrivato tu a rimpolparlo!…
Ovviamente l’ospite sa benissimo che l’epiteto “offensivo” (clicca ->) “fetente” in questo contesto ha un valore del tutto “amichevole”, e che gli amici non faranno alcuna difficoltà ad ammetterlo nella brigata.
Aggiungo che l’esclamazione calza anche al plurale, nel senso che si si può rivolgere sia verso una persona singola, sia verso più persone che si presentano inattese: sempre scarsi eravamo…
Similmente anche l´esclamazione “amme accucchjéte ´a settante” viene scherzosamente pronunciata quando si raggiunge un bel numero di amici, magari inaspettati (allegri o musoni non fa differenza), come per dire: “ti aspettavamo, mancavi solo tu!”. Tutti sanno che “la settanta” è un punto nel gioco di carte della Scopa (carte a denére, carte a longhe, sètte denére e ´a settante)
Ringrazio il lettore Alfredo Rucher per avermi ricordato questa locuzione, favorendo la stesura di questo articolo.
Pèrde fiéte
Pèrde fiéte loc.id. = boccheggiare, ansimare
Una locuzione che significa alla lettera “perdere fiato”.
È normale che dopo una significativa attività fisica si abbia l’affanno per l’accresciuto fabbisogno di ossigeno dell’organismo. Addirittura si sente mancare il respiro.
Accade anche ai nuotatori esperti in un momento di apnea prolungata.
L’espressione è usata anche metaforicamente quando si è assillati da eventi incalzanti o da impegni troppo ravvicinati, che non consentono un attimo di tregua.
Fé a ‘n’öre de notte
Fé a ‘n’öre de notte loc. id. = Picchiare percuotere duramente qualcuno.
Alla lettera: fare ad un’ora di notte.
Fare che cosa? Un po’ enigmatica per i non nativi.
Non è di sicuro una locuzione avverbiale di tempo come suggerirebbe la grammatica… Non significa “agire ad una determinata ora notturna”.
In linguaggio figurato un’ora di notte equivale a buio pesto.
Ecco il nero dell’oscurità è paragonabile all’aspetto del soggetto massacrato di percosse, pieno di lividi, ferite ed ecchimosi.
Rendere irriconoscibile il contendente per le sberle, i calci, i pugni ecc. infertigli.
Il più delle volte, fortunatamente, la locuzione è pronunciata solo come una minaccia esplicita. Raramente, ammesso che si passi all’azione, si arriva a rendere così malconcio un contendente.
Se t’agghje ‘ngramme te fazze a ‘n’öre de notte! =
a) [forma breve] – Ti disintegro!
b) [forma estesa] – Se riuscissi ad afferrarti nelle mie grinfie, ti renderei irriconoscibile in conseguenza delle sevizie cui inevitabilmente e spietatamente sarai sottoposto, per colpa esclusiva delle tue esecrabili azioni.
(Mamma mia!)
Nennìlle
Nennìlle s.m. = bambino, adolescente
Una volta era usato ´u nennìlle, per indicare fino il figlioletto viziato e coccolato di persone altolocate, dalla nascita al raggiungimento dell´adolescenza.
Il pupo, crescendo sarebbe diventato ´u segnurüne = il signorino, e poi, per ragioni anagrafiche, il “signore”, cui si addiceva l´ossequioso “don”, che non spettava solo ai preti.
Al femminile fa nennèlle.
Nel napoletano si usa tuttora, oltre ai vezzeggiativi nennillo e nennella, anche ninno e nenna nella forma primitiva, per indicare i ragazzi e le ragazze.
Ricordate la celebre canzone napoletana “Luna caprese”?:
“... adduorme a nenna mia, ca sta scetata,
e falla ´nnammurà cu ´na buscia…“ = Addermenta la mia ragazza che sta sveglia, e falla innamorare con una bugia…
Da noi nennìlle viene usato per scherno, quando qualche persona adulta fa delle richieste, delle azioni o esprime dei giudizi da finto ingenuo o da adolescente sprovveduto.
Uh, uì, ‘u nennìlle peccenìnne! Teh, mùzzeche ‘stu ditjille = Uh, eccolo, il bambino piccolino. Toh, mordi questo mignolo (così verifico se ti sono spuntati i primi dentini davanti)!
La frase veniva accompagnata dal gesto di avvicinare il mignolo disteso verso la bocca. del nennìlle .
Non sempre la cosa terminava in maniera liscia: c´era sempre aria di zuffa a fronte di questo gesto!
Attandé
Attandé v.t. = Tastare, toccare
Toccare con le dita, tastare qualcosa per scoprirne la consistenza, la forma, la temperature. Un’azione tipica dei non vedenti.
Attàndeme ‘mbrònde! Tènghe ‘a fröve? = Tastami la fronte! Ho la febbre?
È usato nella forma riflessiva attandàrece = toccarsi, sfiorarsi, tastarsi.
La locuzione attandarece ‘u nése = toccarsi il naso, è solo figurativa: non c’è alcun bisogno di portare la mano sul naso! Infatti essa significa: regolarsi, non eccedere, mantenersi entro i limiti della buona creanza, essere riconoscenti, ricambiare una cortesia, controllare la propria condotta, ecc.
Zingramjinte
Zingramjinte s.m. = intrigo, garbuglio, macchinazione
Opera di alcune persone malpensanti che si inventano maldicenze e altre nefandezze indirizzate specificamente a danno di una o più persone.
Diciamo che sono azioni più gravi di un semplice pettegolezzo, o come dicono quelli che hanno letto molti rotocalchi, di gossip. Questo è dettato da curiosità, mentre ‘u zingramjinte è imposto da cattiveria.malvagità.
Perché lo fanno?
Purtroppo alcuni individui inetti, di scarsa rilevanza morale, culturale o professionale, tendono a infangare gli altri, così si illudono di dare risalto alla propria immagine insignificante, di cui sono perfettamente consapevoli.
In parole povere: affosso te per elevare me.
Attenzione a non confondere pandémüje con pandummüne (sinonimo di paljatöne…)
Pandémüje
Pandémüje s.f. = Pandemia
Un sostantivo che non avrei mai voluto riportare in questo vocabolario.
Purtroppo esiste, e l´ho dovuto adattare, come grafia, alla nostra pronuncia.
Abbiamo imparato a conoscere questo termine, universalmente noto più o meno con la stessa grafia. Alcune lingue pronunciano Pandèmia.
L´etimologia, come tutti i termini scientifici, è chiaramente di origine greca.
È composto da PAN tutto, e DÈMOS popolo, comunità.
Quindi malattia che attacca un gran numero di abitanti di tutti i paesi.
Invece epidemia (sempre dal greco) EPI sopra e DÉMOS popolo, comunità malattia che attacca nel medesimo tempo e nel medesimo luogo un gran numero di persone nel medesimo territorio.
Attenti a non confondere pandémüje con (clicca–>) pandummüne, che è sinonimo di paliatöne…
Stöve ‘na volte….
Stöve ´na volte loc.id. = C´era una volta…
Era il classico incipit delle favole che le nonne raccontavano ai nipotini, seduti intorno al braciere, nelle lunghe sere d´inverno, allorquando non esisteva la Televisione.
Talvolta la vecchina si burlava dei bimbi ansiosi di conoscere la fine della favola, lasciata volutamente in sospeso! E spesso il protagonista era un somaro.
Stöve ‘na volte.
tanna-tànne
quanne ‘u ciócce
stöve cacanne!..
Oppure, più simpaticamente:
Stöve ‘na volte,
‘nu ciócce de Monte
statte cìtte
ca mò te l’acconte.
Stöve ‘na volte
‘nu ciócce de Vüche
statte ctte
ca mò te lu düche..
Stöve ‘na volte
‘nu ciócce de Barlètte,
statte cìtte,
ca mò te l’azzècche!
A questo punto, su azzècche la nonnina, un po’ a sorpresa, un po’ perché era la prassi, azzeccava un buffetto sulla guanciotta di uno dei nipotini che pendevano dalle sue labbra.
Il bello è che la storia non aveva un seguito, con rammarico dell’uditorio dei marmocchi.
Seröne de vjirne…
Sèröne de vjirne è cüle de criatüre ne jèsse mé secüre.
È un antico Detto marinaresco che mette in guardia i pescatori da una serena giornata invernale.
Entrambi possono tramutare in maniera inaspettata e repentina il loro ingannevole stato di quiete, in peggio, ovviamente.
Infatti in questa stagione il tempo mutevole d’inverno può serbare imprevedibili sorprese, con scariche abbondanti e improvvise, proprio come fa il culetto dei lattanti.
Come quasi tutti i proverbi, anche questo raccomanda la massima: prudenza per non trovarsi impreparati. alle emergenze.
Ringrazio sentitamente il dr. Matteo Rinaldi per la sua preziosa imbeccata che mi ha consentito la stesura di questo articolo.
Nen ce capisce a pèzz’u scitére.
Nen ce capisce a pèzz’u scitére.
È un Detto antico quando si constatava, con costernazione, lo stato di povertà di una persona o di un qualsiasi dimora.
In pratica, alla lettera, significa che non si riesce a comprendere quale sia il tessuto originale, perché tante volte rattoppato con pezze differenti per specie o colore.
Ringrazio gli amici Rinaldi e Caratù, autori del pregevole “Vocabolario di Manfredonia” i quali mi hanno inviato un grazioso commento, ove spiegano anche l’etimologia di scitére, sinonimo ormai desueto del già vetusto (clicca→) pannazzére.
«Dal proverbio si deduce che il nostro dialetto raccoglie anche termini arabi, oltre a immagini del tempo passato: la gente povera (ma laboriosa!) che indossava vestiti rattoppati mille volte (tanto da non poter capire quale fosse il tessuto originario!).
Ricordo ‘gli sciabbicaioli’ in mutandoni multicolori, quando tiravano a riva la sciabica,
Shitan, in arabo (scritto con una sorta di disegno, come si esprimono gli arabi) vuol dire ‘tessuto, panno’, per cui l’attinenza è chiara. Il sinonimo è il noto ‘pannazzére‘ (voce dialettale adottata fino a mezzo secolo fa)».