Tezzöne ‘e carevöne….

Tezzöne ‘e carevöne….= Tizzo e carbone…

È una filastrocca che si cita (magari solo l’inizio, perché tutti quelli della mia generazione conoscevano il testo completo) allo scopo di sollecitare lo scioglimento di un’assembramento, un gruppo di nottambuli, una festicciola protrattasi oltre un termine prestabilito, ecc.

Meh, uagnü, tezzöne carvöne…. = Beh, ragazzi, è l´ora di separarci….

Talvolta questo Detto veniva canticchiato su tre o quattro note (clicca qui sotto):

Tezzöne ‘e carevöne,
ognüne ognüne ai chése löre!
E se löre ne ‘nge ne vànne
tròvene ‘a mòrte ammjizze la chése.

Tizzo e carbone, tutti devono rientrare nelle loro case! Ma se costoro non se vanno troveranno una (persona) morta (distesa sul catafalco) in mezzo alla (loro) casa.
Altri Manfredoniani, quale ultimo verso,  citano una variante, comunque accettata:  passe ‘a morte viciüne alla chése!

Credo che sia stato coniato quando, alla vigilia di una festa religiosa, molte persone si trattenevano intorno ai tradizionali falò (clicca→ fanöje) aspettando che il fuoco si estinguesse completamente. Restavano solo i tizzoni, ossia la parte incombusta della legna posta ad ardere nel falò, che non sprigionavano più la fiamma. Quindi era ora di rientrare perché il falò non dava più luce ma solo cenere e resti carbonizzati.

I bambini ovviamente recalcitravano all’invito delle mamme, perché non volevano perdere quell’occasione per rimanere all’aperto fino a tardi. Allora lo spauracchio di trovare un morto in casa agiva da forte deterrente verso i loro propositi di permanenza.

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Tèste

Tèste s.f. = Gallinella, o pesce cappone

Nome comune di vari pesci mediterranei di colore rosso o brunastro.

Nome scientifico: Trigla lucerna
Famiglia: Triglidae (Triglidi)
Ordine: Scorpaeniformes .

Ha carni bianche e sode, ottimo in umido.

Il nome manfredoniano è teste, ossia proprio testa; gli Abruzzesi lo chiamano Coccia = testa; I Baresi Capone = Testone.

Credo che da capone sia poi diventato cappone e da cappone a gallina e gallinella.

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Terrazzéne

Terrazzéne s.m. = Rurale, agricolo, terricolo.

“Lavoratore che non si assoggetta a ingaggio, preferendo andare libero per i campi alla ricerca di verdure ed erbe spontanee, che poi rivende in proprio
al mercato o in casa” (Luciano Antonellis – Dizionario dialettale cerignolano – Centro Regionale di Servizi Educativi e Culturali – Cerignola 1994)

“L’essere terrazzani nel Tavoliere non era un lavoro, ma un modo di vivere per persone che non avendo proprietà terriere, in una economia a carattere agricolo pastorale, e non accettando dipendenza da alcuno, dovevano inventarsi un modo per sopravvivere. Il fenomeno è strettamente legato a quello della transumanza, qui praticata per secoli, in terre coltivate, condotte con sistemi di rotazione che lasciavano ogni anno a “maggese scoperto” parte del fondo, a disposizione del demanio pastorale. Ed è proprio in queste terre, concimate dal passaggio dei numerosi armenti, che crescevano le ghiotte erbe. Le pratiche agricole odierne hanno snaturato la primitiva raccolta, ma l’usanza perdura negli incolti e nei vigneti e per antico patto non scritto, i proprietari consentono ai terrazzani di praticare le varie raccolte nei loro fondi. ” (dal web)

Insomma era legato alla terra da cui traeva il sostentamento per sé e della sua famiglia.  Conduceva vita grama perché non poteva mai contare su un introito fisso.
Si sospettava che si spingesse anche per i campi coltivati, rubacchiando meloni, zucche e quant’altro poteva arraffare. Perciò il termine ha assunto una valenza negativa.

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Tèrrarosse

Tèrrarosse s.f. = Bauxite

La “terra rossa” è la bauxite, rossa di fatto, materia prima per l’estrazione dell’alluminio. Nel 1822 il minerale denominato bauxite venne scoperto presso Les Baux dal geologo Pierre Berthier (da Wikipedia)

La bauxite si cavava dalla miniera di San Giovanni Rotondo, giù nella località delle Matine e veniva  trasportata e ribaltata dai camion sulla banchina dal molo di ponente di Manfredonia e in un secondo tempo imbarcata su navi che poi raggiungevano Porto Marghera, vicino a Venezia, per la lavorazione. A caricare ‘u vapöre = il bastimento, la nave, provvedeva la squadra della “Compagnia Portuale”.

La miniera, di proprietà della Montecatini, divenne antieconomica e chiusa nella metà degli anni sessanta.  Alcuni dipendenti di Manfredonia  furono trasferiti da San Giovanni Rotondo ad altri stabilimenti della Montecatini (diventata poi Montecatini-Edison, abbr.Montedison), a Crotone e al Nord Italia.

I camion venivano giù da Via Scaloria, percorrevano Via Tribuna, nel senso contrario all’attuale senso unico, giravano giù per Via Seminario e poi giravano per Corso Roma e Piazza Marconi e, quindi, entravano nel porto. Tutta questa strada era cosparsa da questa terra rossa, in special modo le due curve, quella su da Via Tribuna a Via Seminario e l’altra in fondo a Via Seminario per corso Roma.

Qualche cane randagio affamato veniva attirato dalla terra e la assaggiava, se ne assaggiava troppa dopo qualche tempo veniva trovato morto, con la schiuma alla bocca nelle traverse di Via San Lorenzo e Corso Roma.

 

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Sté a pjitte de fatüje

Sté a pjitte de fatüje loc.id. = Essere indaffarati.

Quando qlcu è sommerso di lavoro, anche figuratamente, diceva a “pjitte de fatüje” = essere sommersi di lavoro fino al petto..

Tuttavia esisteva anche la forma diciamo a “sfottò”, ossia “sté a pìnghe de fatüje” = essere pieni di lavoro fino all’inguine!!! ?

Questa l’ho sentita dal barbiere:
Una mattina si affacciò alla bottega un tale e chiese:
”  Ce völe tjimbe?” = Ho da aspettare molto tempo prima che arrivi il mio turno?

Risposta immediata del barbiere: ”  Stéche a pìnghe de fatüje” = Sono molto indaffarato e non posso nemmeno prevedere il tempo necessario per terminare di servire i clienti presenti in bottega.

Mirabile potere di sintesi del nostro dialetto!

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Tèrra-pógghje

Tèrra-pógghje s.f. = Terra Apuliæ

Chiedo AIUTO ai lettori più anziani: che cosa era esattamente la Terra Apuliæ? Questo nome mi risuona nelle orecchie da quando ero ragazzino.

Io non ne sono certo, ma mi sembra di aver sentito che si trattava di una specie di società cooperativa di produzione e lavoro che assoldava braccianti agricoli per i lavori dei campi e anche manovali, badilanti, per bonificare le paludi. Il salariato veniva scelto a rotazione, un po’ come oggi i “lavoratori socialmente utili”, LSU, per consentire a più famiglie di sfamarsi.

Addjì ca sté fatjànne mò? Alla Terra-pógghje = Dove stai lavorando adesso? Alla bonifica della cooperativa Terra Apuliæ (o alla vànghe = alla vanga, o alla Pógghje = alla Puglia).

Notate che il concetto di lavorare è espresso con il termine fatjé = faticare, che in italiano esprime grande dispendio di forza fisica: ma ogni lavoro di allora era così, gravoso e durevole, nel senso che richiedeva agli addetti ben oltre le consuete otto ore giornaliere.

Il traguardo di otto ore di lavoro al giorno fu una conquista dei lavoratori dopo anni di lotta sindacale.

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Téröse

Téröse n.p. = Teresa

E’ un nome di origine spagnola che deriva dal greco e significa “cacciatrice”.

Secondo altri deriva da Therasia, “nativa dell’isola di Thera” (oggi Santorino) o da Tarasia, “nativa di Taras” (oggi Taranto).

L’onomastico si festeggia tradizionalmente il 15 ottobre in onore di santa Teresa di Avila, morta nel 1582.

Ricordo Teröse ‘u chjanghjire= Teresa, la moglie del beccaio, una macellaia energica che usava la mano sinistra per affettare la carne incutendo in me bambino il terrore che si facesse male.

Diminutivo Taresüne = Teresina

Ho constatato nel nostro dialetto un fenomento strano: talvolta la sillaba iniziale tediventa ta (es: telèfene/talefuné, Téröse/Taresüne, talevesjöne).

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Teràrece ‘a cavezètte

Teràrece ‘a cavezètte loc.id. = Sopravvalutarsi, inorgoglirsi

Alla lettera significa: farsi tirare la calza. Come dire farsi servire.

Il significato del modo di dire è:  darsi importanza, farsi desiderare, non concedersi facilmente alle confidenze, mostrare disprezzo verso coloro che gli si rivolgono per un favore o un servizio.
Assumere un contegno grave e sostenuto improntato ad altezzosità. Agire con sussiego (Madò che paröla deffìcele)

Insomma costui è un antipatico che vuole farsi pregare, magari anche per compiere un atto semplicemente dovuto. Fa sembrare una concessione anche quello che deve fare per dovere.

Simile all’altra espressione Fàrece chére a mandenì = sopravvalutarsi. È molto caro ottenere i suoi favori.

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Tenìrece a…

Tenìrece a… v.t. = Trescare con…

Avere una relazione amorosa, una tresca con qualcuno/a.

Quando qlcu aveva l’amante, una volta si diceva: Ce töne a…. Oggi si dice che lui/lei è legato/a da affettuosa amicizia con lei/lui.

Domanda diretta: Ma te tjine angöre a quèdde? = Ma sei ancora legato da affettuosa amicizia con quella?

Più brutalmente l’amante (donna) era etichettata con ‘a mandenüte, la mantenuta, perché dipendeva in tutto e per tutto dall’uomo che provvedeva al suo mantenimento e alle sue necessità finanziarie. Questione di affetto o di sesso sicuro?

Rappresentava uno status sociale avere quasi obbligatoriamente, oltre alla famiglia tradizionale, anche un’amante fissa, come per dimostrare di aver larghe possibilità economiche. Tutti conoscevano la tresca, compreso i componenti del proprio nucleo familiare, e tutti facevano finta di niente. Era tollerato o ritenuto inevitabile.
Altri tempi?

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Tenì i delüre ‘ngùrpe

Tenì i delüre ‘ngùrpe loc.id.

Alla lettera significa avere dolori in corpo. Nulla a che vedere con il  mal di pancia..

I “dolori” sono metaforici per dire che si hanno aspirazioni segrete (a detrimento degli altri).

Un po’ come dire tenì i cendrüne a travèrse o tenì l’ogna spacchéte.
Nen tenènne fedócje de Mattöje, ca códde töne i delüre ‘ngùrpe! = Non aver fiducia di Matteo perché costui ha altre mire.
Giuànne nen me péje l’affìtte da düje müse. Coddu desgrazzjéte töne i delüre ‘ngùrpe! = Giovanni non mi paga la pigione da due mesi. Quel mascalzone ha altri interessi e trascura i creditori.
Può significare anche che il soggetto conosce dei segreti e ovviamente non intende rivelarli.
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