Autore: tonino

Sfelamé

Sfelamé v.t. Bramare

Il significato principale è: bramare, desiderare ardentemente, smaniare, struggersi.

Viene usato anche nella forma sfalamàrece. In questo caso significa: affliggersi, crucciarsi, dispiacersi, dolersi. affannarsi in una ricerca infruttuosa.

Insomma in ogni caso non si è potuto calmare la “fame” di qualcosa, non c’è alcun soddisfacimento, né per la mente, né per i sensi.

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Arrunzé

Arrunzé v.tr. = Arrangiare

Il verbo arrunzé credo che sia una corruzione di arrangiare.
Il “Caratù-Rinaldi” dice che ha tre significati.
Cito testualmente: 
«1 – rimproverare duramente; 
2 – rimediare, rubacchiare qualcosa per sopravvivere, arraffare tutto ciò che si ha a portata di mano;
 3 – abborracciare»    ossia raffazzonare, rabberciare, arrangiare, accomodare alla meglio, ecc.

Il “Treccani” accetta anche la voce regionale “arronzare” col significato di fare qualcosa male e in fretta.

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Rózzene

Rózzene s.f. = Ruggine, ossido

Deriva dal latino aerūgo -gĭnis, propriammente nel significato di: dare origine.

L’ossido si crea quando il ferro è a contatto con l’ossigeno, sia quello dell’aria, sia quello dell’acqua.

Difatti i natanti con lo scafo metallico sono protetti da strati di vernici al minio (antiruggine) per evitarne il contatto con l’acqua marina.

Una nostra locuzione descrive l’avaro come chi sté attacchéte alla rózzene = sta attaccato alla (maniera della) ruggine, nel senso che è radicato ai suoi beni da cui non vuole staccarsi.

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Menuzzagghje

Menuzzagghje s.f. = minuzzaglia

Il nome collettivo minuzzaglia generalmente ha valenza dispregiativa, e descrive una quantità di frammenti, frantumi, minuzzoli di sostanze omogenee o anche eterogenee.

Nel primo caso (omogenee) sono frantumi di una stessa sostanza. Cito ad esempio i frammenti di maccheroni misti, talvolta usati come “pasta corta” nei piatti a base di legumi.

Nel secondo caso (eterogenee) si tratta di minutaglia di sostanze diverse. Vi presento il mio banco da lavoro, sul quale un recipiente contiene ammassati: viti a legno di tutte le misure, dadi e perni, chiodi, puntine da disegno, graffette, fisher, rondelle, punti per cucitrici, guarnizioni, fil di ferro, connettori elettrici, mammut, tubetto semi essiccato di Attak, una lampadina dell’albero di Natale, una matassina di stagno per saldature, ecc.. Un ammasso indescrivibile nel quale però riesco sempre a trovare qualcosa che mi necessita in quel momento.

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Guandjire

Guandjire s.f. = vassoio, cabarè

Generalmente la “g” iniziale nel nostro dialetto tende a cadere davanti al dittongo ua/ue, (uèrre, uande, uardé, uadagné, uasté..). Perciò è accettabile anche la versione uandjire.

Su di una guantiera più grande, durante il rinfresco di nozze, venivano allineati i bicchierini di liquori o le porzioni di cassata che i camerieri in sala porgevano agli invitati nei vari “giri” di portate .
Ovviamente c’è il derivato ‘a uanderèlle per designare il vassoietto di dolci che molti di noi acquistiamo per onorare degnamente il rito del pranzo domenicale in famiglia..

Origine del nome “guantiera”. Anticamente, nei pranzi eleganti, gli invitati deponevano i guanti su un vassoio posto all’ingresso della sala, detto proprio guantiera. Lo stesso termine era usato per indicare la scatola che conteneva i guanti lunghi delle signore.

Quale strascico della dominazione francese degli Angioini, è rimasta in italiano la voce cabarè (da cabaret).
In dialetto è pronunciato cabbarè=vassoio, ma ormai va scomparendo, e viene usata solo dagli anziani: ‘nu cabbarè de paste = un vassoio di dolci.

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Rumbamjinte

Rumbamjinte s.m. = rottura, seccatura, fastidio, disturbo.

In italiano esistono alcune locuzioni per questa situazione:
c’è quella pulita: “rottura di scatole”;
poi c’è quella più colorita “rottura di balle”;
infine quella triviale “rottura o rompimento di palle” (scusate).

Il dialetto usa “rottura” nella forma letteraria/arcaica di “rompimento”.
Il nostro sostantivo rumbamjinte (che rumbamjinte! ‘nu rumbamjinte!) da solo – per merito della nota capacità di sintesi del nostro dialetto – riesce ad esprimere anche quello che non si enuncia.
Non c’è bisogno di specificare compiutamente, anche se sottaciuto, che cosa va in rottura.
È ovvio, sottinteso, fatale.

Storiella finale.
Un impiegato imbranato, si rivolgeva attraverso il telefono con molta frequenza quotidianamente ad un suo collega per chiedere chiarimenti, ritocchi, consigli, procedure, ecc.
Questo collega, durante uno dei tanti martellamenti, lo blocca, e gli dice:
-«Aspetta! Hai un foglio? Prendi appunti!…. Scrivi in stampatello: “LA PITTURA”»
-«OK, l’ho scritto: e adesso?»
– «Adesso leggilo da destra verso sinistra!»

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Giagalasse

Giangalasse n.p. = Gian Galeazzo

Il nome non è diffuso al Sud, ma viene ugualmente evocato (per far rima) in un Detto proverbiale dedicato ai fannulloni:

Fé la vüte de Giangalasse: mange, böve e sté alla spasse = fa la vita di Gian Galeazze: mangia, beve e sta (volontariamente) disoccupato.

Una variante conclude con vé alla spasse = va bighellonando.
Oppure ce la spasse = se la spassa, se la gode

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Mantöche

Mantöche s.f. = Manteca, burrino, butirro.


Accettabile anche la pronuncia mandöche.
Mi viene in aiuto il solito Treccani:

«Nome regionale di piccole forme di cacio tenero (pasta di scamorza) tipiche della Puglia, della Basilicata e della Calabria con un globo di burro posto al centro, chiamate anche con altri nomi (ad esempio burrino, e butirro silano).

Aggiungo che è un latticinio di antichissima origine, e che “manteca” in spagnolo significa semplicemente “burro”. Era un modo di conservarlo prima dell’avvento dei frigoriferi. La pasta della scamorza poteva anche asciugarsi e indurirsi ma il burro interno si conservava a lungo grazie all’assenza di aria. Un sottovuoto naturale.

È poco commercializzato perché tutti cerchiamo, per motivi dietetici, di allontanare il burro dalle nostre abitudini alimentari.

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Fenetòrje de mónne

Fenetòrje de mónne loc.id. = limite estremo, massimo, top, vertice,apice.

Va bene anche la versione fenetòrje ‘u mónne.

Alla lettera significa una/la fine del mondo,

Nel descrivere un’emozione, un avvenimento, un oggetto, si ricorre a questa locuzione che vuol significare che non esiste nulla che possa paragonarvisi, sia in positivo, sia in negativo.
Insomma oltre quel limite non si può andare perché c’è il nulla, l’abisso, il mondo finito!

I nostri avi etichettavano il tutto con tre parole “Non plus ultra” il limite estremo che si può raggiungere, il massimo possibile o immaginabile.

Cainàteme fé l’ùgghje ca jì ‘a fenetòrje ‘u mónne = Mio cognato produce un olio che è la fine del mondo (che ha una qualità insuperabile)

Stanotte… vjinde, acque, lampe, trune e sajètte!… ‘Assemegghjöve ‘na fenetòrje ‘u mónne = Questa notte c’è stata una tempesta: vento, pioggia, tuoni e fulmini!… Sembrava (che fosse giunta) la fine del mondo!

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