Autore: tonino
Chiàcchjere-mòrte
Chiàcchjere-mòrte loc.id. = Sciocchezza
Locuzione usata sempre al plurale per significare:parole senza peso, inutili, sciocche.
Argomento senza importanza.
Anche riferito a fatti concreti ma trascurabili, senza rilevanza.
Che te mange jògge? Quacche cusarèlle, robbe de chiàcchjere-morte = Cosa mangi oggi (di buono)? Qualche cosina, niente di speciale.
Chiàcchjere
Chiàcchjere s.f. = Chiacchiera, Alterco
Accettabile anche la versione chjàcchjere, più vicina alla reale pronuncia.
Oltre al significato specifico di chiacchiera cioè: parole inutili, pettegolezzo, maldicenza, nell’espressione di fé chiàcchjere il nostro dialetto intende alterco, lite, bisticcio, diverbio.
Giuanne ne vé chió dalla sogre: hanne fatte chiacchjere = Giovanni non va più dalla suocera: hanno avuto un alterco.
Per sminuire la portata del diverbio, causato da futili motivi (tifo calcistico, critica su giocata di carte, rimprovero per un ritardo, ecc.) si usa dire che i contendenti hanno fatto una chjacchjarèlle, come dire che hanno fatto una “chiacchieratina”… un po’ animata.
Chiacchjarèlle
Chiacchjarèlle s.f. = Litigio
Piccolo diverbio facilmente risolvibile.
Hanne fàtte ‘na chiacchjarèlle e ce so’ ammusséte = Hanno avuto un diverbio e sono un po’ risentiti.
Chetògne
Chetògne s.m. = Mela cotogna
La frutta, come la mela cotogna è linguisticamente parlando, sempre al femminile (la pera, la banana, la pesca, l’albicorra, la ciliegia, ecc.) In dialetto invece è maschile ‘u chetògne. Al plurale la ‘ó’ ha un suono acuto ‘i chetógne.
Il cotogno, qui inteso come pianta (Cydonia oblonga) appartiene alla famiglia delle Rosaceae
La polpa del frutto, che è praticamente immangiabile anche in fase di maturità, pochissimo dolce, dura, e piuttosto acre, subisce con la cottura, una trasformazione drastica degli zuccheri “a lunga catena” contenuti ( quindi “poco dolci”) in zuccheri decisamente “dolci”, con uno spiccato profumo di miele.
‘I chetógne erano nominati in una sorta di filastrocca che si recitava per fare la conta (al posto di “Ah, nghi. ngò, tre civette sul comò…):
Chépe chetógne
‘u möse d’ajóste
e la cucchjére
e la furcjüne
e la scu-tèl-la.
Il bambino che faceva la conta, sillabava la filastrocca toccando con la punta delle dita – ad ogni accento tonico – gli altri disposti in cerchio. Ogni sillaba ad un bambino. Le ultime tre sillabe venivano pronunciate rallendando il ritmo in modo che chi era toccato per ultimo con la sillaba -la di scutèlla era il designato.
Ah stavo dimenticando la traduzione: Testa di mela cotogna, il mese di agosto, e il cucchiaio, e la forchetta e la scodella.
Quel chépe chetógne può significare “una delle più grosse mele cotogne”, o anche “una delle prime che cadono dalla pianta”.
Comunque non c’è alcuna logica nelle filastrocche. Difatti quale logica ci sarebbe nell’accertare che le tre civette sul comò facevano l’amore con la figlia del dottore?
Chessò
Chessò cong. = Che, che cosa, che sono (io o essi)
Chessò ca vù? = che cosa è che vuoi?
Chessò ‘sti cöse? = che cosa sono queste cose?
Te fazze vedì che ssì tó e chessò jüje = Ti faccio vedere chi sei tu e che cosa sono io!
In italiano si dice con arroganza: “Lei non sa chi sono io!”
La risposta la diede mirabilmente il grande Totò: Lei è avvocato? Ma mi faccia il piacere!
Chésecavalle
Chésecavalle s.m. = Caciocavallo
ll caciocavallo è un formaggio stagionato a pasta filata tipico dell’Italia meridionale di forma tondeggiante, a “sacchetto”, prodotto con latte particolarmente grasso di mucche podoliche, con l’aggiunta di solo caglio, fermenti lattici e sale.
Mio padre lo chiamava chésecavadde, come cepodde, martjidde, curtjidde, passarjidde jaddüne, e tutte le parole che in italiano contengono la doppia elle, specie come desinenza. La lingua si evolve perché certe pronunce erano ritenute rozze.
Torniamo a noi: questo formaggio viene detto così perché, per la stagionatura, legato in coppia, viene posto “a cavallo” di una pertica orizzontale. Se la stagionatura supera i dieci mesi il formaggio assume una sapore leggermente piccante, apprezzatissimo dai buongustai.
Curiosamente esiste un formaggio largamente usato in Turchia e nei Paesi balcanici (Bulgaria, Macedonia, Serbia, Romania), chiamato quasi come il nostro chésecavalle, il Kaşkaval кашкавал ma prodotto con latte di pecora e consumato dopo una brevissima stagionatura.
Chése-recòtte
Chése-recòtte s.m. = Cacioricotta
Il Cacioricotta è un formaggio tipico del Sud Italia. Prodotto ibrido della lavorazione del latte.
È usato come pietanza e anche grattugiato sui maccheroni al sugo.
Io preferisco la ricotta dura grattugiata col sugo di pomodori freschi al basilico.
Chése
Chése s.m. e s.f. = Cacio, casa
1) Chése s.m. (dal latino càseus): latte di pecora, di capra, di mucca o di bufala cagliato, salato, cotto e preparato nelle forme, da cui dicesi anche formaggio. Curiosità i tedeschi dicono Käse (pron. chése, come la nostra).
2) Chése s.f. = edificio di muratura che serve da abitazione.
A chése = a casa mia. Infatti l’agg. mia è sempre sottinteso. Se voglio dire a “casa tua” dico: a càste.
Jüje a chése e tó a càste = Io a casa mia e tu a casa tua.
Al plurale gli articoli ‘u e ‘a diventano ‘i, mentre il sostantivo resta invariato.
Cherjille
Cherjille nome proprio = Ciro
Potrebbe derivare da Ciro, Cirillo (Kìril), nome di origine slava.
Ricordiamoci che i nostri valorosi marinai attraversavano il mare con i loro trabaccoli e andavano sulle coste dalmate a caricare legname e marne.
La confidenza instauratasi fra i nostri e le popolazioni dell’altra sponda dell’Adriatico, ha potuto affibiare a qualche nostro Gerjille la pronuncia croata Kiril, poi tramandata alle generazioni successive.
Ricordo una famiglia povera con questo soprannome.
Il più giovane e vigoroso dei Cherjille cercava di guadagnare qualche soldo prestandosi a portare sulle spalle le valigie dei pochi viaggiatori che scendevano dal treno alla stazione città, fino alla loro abitazione o fino all’albergo Italia.
Erano tempi tristi che fortunatamente ormai appartengono al passato.