Autore: tonino

Cacàzze 

Cacàzze s.f. = Paura

Paura, spavento, panico, timore, terrore, tremarella, ecc.

Modi di dire:

“Ce sime pigghjéte ‘na cacàzze!…” = Abbiamo preso uno spavento!

Ce n’jì scappéte p’a cacàzza ‘ngüle. = Se n’è fuggito con la coda fra le gambe.

Da non confondere con il termine “scacàzze”

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Cacatüre

Cacatüre s.m. e sopr.. = Cacatoio

Vaso di ceramica smaltato usato anticamente in casa per la raccolta di feci, in mancanza della rete fognante.

Il termine è sinonimo di “ruagne” = Cantero.

Sènd ‘nu fjite de cacatüre = Sento una puzza di cantero.

Come soprannome: era un vasaio che li fabbricava, o colui che li svuotava?

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Cacasìcche 

Cacasìcche agg. s.m. = Taccagno, spilorcio, avaro.

Grettamente attaccato al denaro.

Non spende nulla. Nemmeno per mangiare, tanto che quando va al bagno è anche lì molto tirato.

Se non mangia abbondantemente, è chiaro che può cacare solo una “robina” striminzita!

Pòvere a j’sse! Fa una vita di stenti, e non si convince che i suoi soldi se li godranno gli altri.

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Cacaròzzele

Cacaròzzele s.f. = Sterco degli ovini

Accettabile anche la forma breve cacaròzze.

Le deiezioni delle pecore e delle capre, essendo ricche di azoto e con una bassa percentuale di potassio, dopo opportune misture con paglia e seguita da lunga “maturazione”, diventano un eccellente concime adatto alle coltivazioni orticole.

Quando, attraversando la città, le greggi di pecore venivano condotte all’ “Acqua di Cristo” per il lavaggio del vello prima della tosatura, disseminavano lungo tutto il loro percorso una lunga traccia di cacaròzze .

Sono di forma tondeggiante e, prima di disseccarsi,  mantengono la dimensione e la lucentezza delle olive.

Con queste “olive” dei farabutti hanno perpretato degli scherzi diabolici e feroci. Non voglio proseguire, altrimenti i deboli di stomaco cominciano a mettersi in subbuglio….

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Zellàrece

Zellàrece v.int. = Imbrattarsi

Accettabile anche la versione “soft”  zelàrece. Ma togliendo una “l” non si riduce il danno….

Specificamente il verbo si usa nel caso qualcuno, nel tentativo di liberarsi dei gas intestinali, malauguratamente emette un po’ di sostanza solida….

Per minimizzare il danno, eufemisticamente si dice:“c’jì zelléte ‘u mutànde” = si è insozzato la mutanda.

Nel caso la “zelléte” = la lordura, fosse più sostanziosa, esplicitamente si dice che “c’jì cachéte sòtte!”

Meh, te sì zeléte? = Ehi, ma per lo sforzo ti sei sporcato?

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Cacàrece sòtte 

Cacàrece sòtte loc.id. = Cacarsi addosso.

La locuzione, oltre al significato letterale di imbrattarsi, (zellàrece), vale anche sbigottire, e gongolare.

1) Imbrattarsi le braghe per un’errata valutazione di un’emissione intestinale.

2) Gongolare, gioire intimamente per sé o per gli altri.
Quànne ho sapüte ca me sò pegghjéte ‘a Patènde de “Fuchìste”, pàteme stöve cachéte sòtte = Quando ha appreso che io avevo conseguito la Patente di Conduttore di macchine a vapore, mio padre gongolava dalla gioia.

Jì néte ‘a nepöte e la nònne sté tutta cachéte = È nata la nipotina, e la nonna è tutta gioiosa e orgogliosa.

3) Sbigottire, temere eccessivamente un evento, paventare il peggio, abbattersi facilmente davanti a difficoltà.

Škìtte ca pènze all’éséme me chéche sòtte! = Solo che penso agli esami mi assalgono i borborigmi nella pancia.

Lu Tenènde: feccàmece sòtto! E jìsse jì ‘u prüme a cacàrece sotte = Il Tenete (ordina): all’assalto! E lui è il primo a farsela adosso dalla paura.

È questo un canto popolare dialettale della Prima Guerra Mondiale: una marcetta tramandata fino agli anni della mia fanciullezza 1950.

Per curiosità, riporto i versi che ricordo:
“Sò venüte da Montepelüse,
e sope ‘a catarre tenöve ‘u pertuse.
Lu Tenènde: feccàmece sòtte!
E jìsse jì ‘u prüme a cacàrece sotte.
Lu Sottetenènde pe ‘nu segröte,
l’esercete ‘annande ‘u cumanne da dröte!
E màmete pe criàze
porte sembe ‘a panze annanze.
E pàtete jì troppe ricche,
e töne a panze de ‘Ndröje Scialippe”

Traduzione: Sono venuto da Montepeloso (Montebilioso e attualmente Irsina) e sopra la chitarra avevo la buca. Il Tenete (ordina): all’assalto! E lui è il primo a farsela adosso dalla paura. In Sottotenente con un segreto, l’esercito avanza e lui lo comanda da dietro! E tua madre, per educazione, è sempre incinta. E tuo padre ha la pancia di Andrea “Scialippo”. Evidentemente costui aveva un bel panzone, ritenuto all’epoca segno di floridezza economica. Scusate la divagazione.

 

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Majöse

Majöse s.f. = Maggese

Terreno tenuto a riposo, a rotazione, per evitarne l’impoverimento di sostanze minerali utili alle coltivazioni.

Sul terreno a maggese  (←clicca per leggere Wikipedia) si eseguono arature successive, a partire da maggio, da cui deriva il nome di questa tecnica agricola (derivato proprio dal latino Maius = maggio).

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Cabbarè

Cabbarè s.m. = Vassoio da cameriere.

Noi intendiamo la vaschetta di cartoncino per contenere i dolci di pasticceria.

Termine derivato dal francese Cabaret (pronuncia cabarè) proprio nel significato di vassoio, guantiera.

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Camöre ca

 Camöre ca loc.id. = Poiché, siccome, dal momento che,da quando

È un’espressione tipica del nostro dialetto, un po’ desueta, a causa della scuola dell’obbligo che ha elevato il grado culturale dei giovani a detrimento del dialetto.

Scusate il termine ‘detrimento’ ma mi è scappato, dovevo dire ‘a danno’.

Camöre ca andava pronunciata sempre all’inizio di una frase, che si concludeva con considerazioni generalmente di lamentela, di brontolamento, di rimostranza.

Camöre ca jì ‘u grùsse, jéve sèmbe ‘a mègghja parte! = Siccome è il primogenito, quando la mamma prepara i piatti, lui riceve sempre la porzione maggiore, e invece io debbo accontentarmi ogni volta di un quantitativo minore.

La traduzione non è proprio letterale: sapete che il dialetto ha una capacità di sintesi eccezionale che gli consente di dire molto con poche parole…

Sto lambiccandomi invano il cervello per cercare l’origine di questa espressione. Traducendo alla lettera non vengo a capo di nulla, perché “con amore che” non ha alcun significato plausibile.

Qualcuno può aiutarmi? Si potrebbe completare degnamente questo articolo.

P.S. Vi invito a leggere qui sotto l’interessante commento del prof. Michele Ciliberti, sempre pronto a dare il suo graditissimo contributo per migliorare e rendere godibile questo mio lavoro.
Grazie Prof. !

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Frèchete

Frèchete inter. = Va’ in malora, va’ a farti benedire!

Imperativo del verbo frecàrece, nel senso di rovinarsi (non di strofinarsi).

Si dice a qualcuno che non ha saputo mettere a frutto una circostanza favorevole. Spesso si antepone l’interiezione “oh” per esprimere un rafforzativo al biasimo. Come l’avversativo italiano “ma” : Ma va a quel paese!

Ecco un esempio: Oh, frèchete! Tenjive bèlle carte ‘mméne e nen l’ha sapüte juchéje = Ma va’ a farti benedire! Avevi delle belle carte in mano e non le hai saputo giocare.

Per chiudere  definitivamente un discorso, quando l’interlocutore continua ad agire di testa sua, a dispetto dei buoni consigli, si antepone la congiunzione “e”.

Faccio un paio di esempi chiarificatori:
Pigghjiatìlle e frèchete = Prenditelo (nonostante il mio veto), e che buon pro ti faccia.
Nen ve süte appresentéte alla fèste ‘ncampagne? E frecàteve! = Non vi siete presentati alla festa (che ho dato) in campagna? Peggio per voi, non sapete che cosa vi siete persi.

C’è una variante frìchete: Frìchete a te e pàtete (o màmete). Va in malora, tu e tuo padre (o tua madre)

Se l’epiteto è rivolto a più persone, al plurale si accorda con: frecàteve!
Frecàteve, a vüje e a quanda mùrte ca tenüte..= Andate alla malora: lo dico a voi e ai morti che avete.

Scusate, questi improperi erano usati da noi monellacci che vivevamo allo stato brado per le strade di Manfredonia, durante i nostri  giochi. molto burrascosi.

Per i bambini c’era la versione “leggera”: oh, frìjete = friggiti, va a farti friggere.

Ora i ragazzini gridano ai loro compagni di giochi, a seguito di scontri fisici o di opinione, in perfetto italiano: “mongoloide!” Credo che questo epiteto sia molto più riprovevole di un bel “frèchete a te e pàtete!”

Quando qualcosa va storto, sia rivolto a se stessi o anche al proprio gruppo (se si è in compagnia) ci si rammarica esclamando: frecàmece! = siamo fritti, non c’è rimedio, siamo spacciati, che figuraccia, hanno capito il nostro intento, tutto lavoro inutile, ci hanno sgamati, ecc.

Contrariamente a noi che la pronunciamo molto rapidamente, quasi frèkt, gli Abruzzesi dicono Fréeeechete!, con la è molto allungata, con significato di notevole ammirazione, per esempio, nel vedere una prosperosa donzella, e talvolta di invidia, quando vengono a conoscenza del successo di un amico.

Un po’ come “figo!” usato ora dai ragazzi per esprimere sorpresa, meraviglia, ammirazione, entusiasmo.

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