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Purté ‘ngambéne

Purté ‘ngambéne loc.id. = Protrarre, prorogare, rimandare la conclusione di un affare, di un accordo, rinviare, posticipare.

Alla lettera: portare in campana. Questa locuzione idiomatica locale ha una variante: si può ripetere una o due volte ‘ngambéne come fosse un rafforzativo.

Fajöle me sté purtànne ‘ngambéne ‘ngambéne e ‘a cazze d’a chése nen me la làsse angöre = Raffaele sta rimandando di mese in mese (sta protraendo la data del) il rilascio della mia casa.

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Purté ‘u quédre alla Madònne de Sepònde

Traduzione letterale: Portare il quadro alla Madonna di Siponto. Il famoso ex-voto “per grazia ricevuta”.

Era considerato un gesto di grande devozione quello di portare alla Madonna Sipontina un quadretto di stile naif in cui erano illustrate le circostanze che avvaloravano lo scampato pericolo per l’intervento della Vergine.

Un atto di ringraziamento e di devozione, quindi, che si poteva esternare anche  più semplicemente andando a piedi, e talvolta scalzi da Manfredonia alla Basilica di Siponto.

Se qualcuno era scampato a un pericolo, trovava sempre chi gli consigliava di portare un quadretto di ringraziamento a Siponto. Come per dire, ringrazia Dio di come ti è andata. Potevi restarci secco.

Va pùrte ‘nu quédre alla Madonne de Seponde!.

Per impetrare un intervento autorevole alla Beata Vergine, talvolta si tira in ballo il “quadro” magari in forma semi-seria.

Pe nen fàrle parlé chjò, jèsse alla scàveze a Sepònde! = Per farlo tacere andrei a piedi scalzi a Siponto (per ringraziare la Madonna dopo avergli tappargli la bocca! Evidentemente l’interlocutore è troppo ciarliero).

Se te pìgghje ‘stu cazze de deplöme, véche alla scàveze a Sepònde! = Se riuscirai finalmente a diplomarti, andrò scalza a Siponto come segno di ringraziamento (cuore di mamma).

Un po’ come il ferro a San Leonardo (←clicca)

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Purtjàlle

Purtjàlle s.m. = Arancia

Arancia (Citrus aurantium) Pianta arborea sempreverde della fam. delle Rutacee, con rami spinati, fiori bianchi odorosi (zagara), frutti commestibili tondeggianti (endocarpo suddiviso in spicchi), di colore tra il giallo e il rosso, polposi e succosi.

La parola dialettale proviene dal turco Purtakàl = Arancia e non, come sembra facile arguire, dallo stato iberico del Portogallo.

Ho scoperto casualmente che anche in alcune altre lingue si chiama con voce simile alla nostra.

Romania  portocală
Arabia alburtuqaliu
Grecia πορτοκάλι (leggi portocali)
Albania
portokalli   

I fiori d’arancio in italiano sono simbolo e sinonimo di nozze.

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Purtungiüne

Purtungiüne s.m. = Portoncino

Quando costruivano le abitazioni solo piano terra, quelle con volta a cupola, generalmente un mono-vano di metri 5 per 5 a intervalli c’era un locale di dimensioni ridotte (m 5 x 3) in previsione di futura sopraelevazione, in modo da poterlo adibire a vano scale.
Nel frattempo venivano locate come mini abitazione a coppie senza figli: letto, tavolo, angolo cottura e angolo gabinetto. Niente acqua corrente. Talvolta era comunicante con la “casa” adiacente (chése e purtungiüne) per famiglie con prole.

Ovviamente con purtungiüne si intendeva anche il portone di accesso al piano superiore. Quando si bussava col picchiotto (‘u battènte) il portoncino veniva aperto manualmente dal primo piano mediante una funicella che sbloccava il chiavistello.

La Foto (tratta da Google maps) ritrae il portoncino uso scale esistente al Corso, proprio alla sinistra della Farmacia Murgo.

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Pusetüvamènde

Pusetüvamènde avv. = Appositamente

Qui non centra né il positivo né il negativo.

L’avverbio, così tramandatoci di sicuro per ignoranza, significa: di proposito, appositamente, opportunamente, espressamente.

Per un orecchio avvezzo solo al dialetto, è facile confondere i due termini.

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Pùste

Pùstes.m. = Salvadanaio

Piccolo contenitore in terracotta, plastica o altri materiali, di diverse forme, nel quale, attraverso una fessura, si introducono le monete o le banconote che si vogliono risparmiare.

 

saLvadanaio

Io rammento un salvadanaio metallico, con manico pieghevole, rilasciato dal Banco di Napoli. Aveva una fessura sulla parete superiore per le monete metalliche, ed un foro laterale per le banconote, che si introducevano arrotolate come una sigaretta.

Una volta introdotte le monete non era più possibile farle uscire nemmeno usando forcine o uncinetti… A corredo c’era anche il Libretto di risparmio.  Periodicamente i genitori si presentavano al Banco di Napoli, unico possessore della chiave, e trasferivano l’importo del denaro contenuto dentro questo “puste” sul Libretto.

Ne ve jéte spennènne ‘sti solde! Mettìtavìlle ind’u pùste = Non andate a spendere questi soldi! Metteteveli nel salvadanaio!

Saggio invito dei nonni al risparmio.

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Pustéle

Pustéle s.f. = Corriera, Pullman di linea

Mezzo di trasporto, adibito originariamente, con cambio di cavalli ogni 10 miglia, al servizio di posta. Nei secoli successivi faceva anche servizio passeggeri. Con lo stesso nome italiano di “il postale” è passato al dialetto, che stranamente ha assunto il genere femminile.

In altre parti d’Italia si è chiamato Torpedone, grosso mezzi di trasporto della marca “Torpedo”, e poi autobus (solo per servizio urbano), corriera, e infine pullman.

Jì passéte ‘a pustéle pe Matenéte? = È passato il pullman per Mattinata?

Storicamente il servizio di collegamento per tutta la Puglia era gestito della SITA di Firenze (Fondata nel 1913). Negli anni ’50 la ditta Arena operava sul servizio di linea Foggia-Manfredonia-Mattinata .

La ditta Palombo & Fusilli di Manfredonia nella stessa epoca, curava il servizio per Zapponeta-Barletta-Bari.

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Putöje

Putöje s.f. = Bottega

Bottega, laboratorio per attività artigianale.
‘A putöje du falegnéme, du ferrére, du sàrte.

Sté alla putöje = Stare a bottega da qlcu: voler imparare il suo mestiere, fare l’apprendista.

‘U uagnöne d’a putöje = Il ragazzo di bottega, l’allievo apprendista.

‘A putöje sté japèrte! = La bottega è aperta.
Così si mette in guardia scherzosamente qualche amico distrattone, segnalandogli che la patta dei suoi calzoni non è stata chiusa.

Un termine ormai andato completamente in disuso, ricordato solo dagli ottantenni, è ‘u putejüne = il botteghino, che indica specificamente il negozio del tabaccaio, che ora si chiama tabbaccüne.

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Puttanìzzje

Puttanìzzje s.f. = Meretricio, lenocinio

Mercimonio del proprio corpo. Prostituzione.

Ai tjimbe de jògge stanne numónne de puttanizzje = Al giorno d’oggi c’è molta immoralità (esistono molte azioni immorali, specie in ambito sessuale).

Il neologismo bunga-bunga traduce bene il nostro sostantivo.

La televisione annunciava giorni fa che in Italia in questi ultimi dieci anni la moralità è sensibilmente diminuita. Per me non è certo segno di “emancipazione”.

La conseguenza? Proporzionale aumento di puttanìzzje. E non mi scambiate per bacchettone, perché i fatti di cronaca quotidiani purtroppo non mi smentiscono.

Puttanìzzje designa anche il lenocinio, ossia l’azione di chi si adopera, come intermediario, per favorire la prostituzione o amori considerati illeciti, a scopo di lucro.

Per estensione: inganno, ladrocinio, raggiro, e chi più ne ha più ne metta.

Insomma tutto il repertorio del malazzjunànde.

Ma códde, che mestjire fé? Uhm, vé facènne puttanìzzje = Ma quello, che mestiere fa? Uhm, fa compiendo misfatti.

Il termine dialettale forse si rifà ad autori ottocenteschi. La “puttanicizia” è parola usata da Giuseppe Gioacchino Belli, e poi rilanciata da Carlo Emilio Gadda, per significare impudicizia, ed è una fusione tra puttanità (licenziosità, lascivia, per Pietro l’Aretino) e impudicizia.

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Putténe

Putténe s.f.= Prostituta

Donna che ha relazioni sessuali frequenti e promiscue dietro compenso in denaro.

Viene dal francese putain. Dal latino popolare Puta = fanciulla, che oggi ha valenza negativa che non ebbe invece all’origine: come il termine italiano putto/a= fanciullo/a, nelle raffigurazioni artistiche in pittura o scultura.

A putténe de màmete! = Esclamazione reattiva ad una provocazione pungente.

Ad una prostituta di lunga esperienza, scafata, scaltra, si attribuisce l’accrescitivo puttanöne, o scuföne o bagàsce.

Sinonimi:zòcchele, zucculöne, scröfe.

Per eufemismo si usa definire scrufèlle, come il toscano “maiala”, quelle ragazze troppo disinibite.

Che stéte a vedì Biutifù, quidde so’ quatte scrufèlle! = Che state a guardare “Beautiful”: quelle sono quattro puttanelle.

Ci tengo a precisare che queste sono solo mie conoscenze linguistiche e non di frequentazioni. Io sono una personcina seria, non un puttaniere!

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