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Tenì ‘nu ghjòmmere ammjizze ‘u stòmeche

Tenì ‘nu ghjòmmere ammjizze ‘u stòmeche loc.id.= Avere un gomitolo in mezzo stomaco.

È una locuzione idiomatica locale, che non indica una difficoltà di digestione, o una pesantezza derivata dall’ernia iatale.

Il italiano la locuzione simile “avere un peso sullo stomaco” indica un rimorso di coscienza.

Invece in dialetto significa: essere obbligati a sopportare malefatte altrui; non poter dire apertamente quello che si pensa; fare buon viso a cattivo gioco; sopportare malvolentieri anche quello che non è sopportabile.

Ma prima o poi si sbotta, e ci si libera dal peso.

Quando cadde il Fascismo, una persona disse a mio padre: döpe vìnd’anne m’àgghje luéte ‘nu ghjòmmere da ‘stu stòmeche = Finalmente, dopo vent’anni, mi sono levato questo peso dal mio stomaco.

Se qlcu ha pensato a qls uomo politico attuale, paragonandolo a un gomitolo nello stomaco – solo per fare un esempio letterario, per carità – ci ha azzeccato!

Per la cronaca mio padre a quel tale rispose, lapidario: arrecrìjete!(*) = Gioisci! Che sia stato schietto, o sarcastico, o profetico non so dirlo.

(*)Sillabate per non sbagliare la pronuncia: ar-re-crì-je-te

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Tenì ‘nu pónde ‘mmocche e ‘n’ate ‘ngüle

Questa pittoresca locuzione vuol indicare la situazione di disagio provata da qlcn costretto a sopportare e tacere anche un’evidente sopruso o ingiustizia, per evitare futuri risvolti spiacevoli.

Intendiamo parlare di “punti” dati con ago e filo e non di quelli che si segnano, giocando a bigliardo o a canasta, e che costituiscono il punteggio, appunto parlando di punti. Scusate il bisticcio (un po’ involontario, un po’ sì ? …).

Insomma il metaforico “punto in bocca” è chiaramente simile al detto figurato italiano “bocca cucita” per indicare il silenzio che si autoimpone il soggetto omertoso.

L’altro punto è dato, sempre figuratamente, per maggiore sicurezza, in modo che il misfatto non corra il rischio di fuoruscire in qualche maniera per altra via…

Attenti alla pronuncia!
Pónde (con la ó stretta, quasi u) significa punto:
Pònde (con la ò larga) significa ponte.

Oggi stesso ho ricevuto dalla lettrice Pasquina Vairo una divertente possibile origine della locuzione.
La ringrazio pubblicamente e invito i lettori a contattarmi per suggerimenti, correzioni, inserimenti, ecc. Ricordatevi che io non sono uno studioso ma un semplice appassionato dilettante, e quindi non sono io il depositario del dialetto.

Ecco il testo di Pasquina:

Mio padre mi raccontava che una volta, a Manfredonia ci fu un comizio fascista. Mentre l’oratore parlava c’era un silenzio totale. Ad un certo punto qualcuno scorreggiò rumorosamente e l’oratore, adirato, esclamò:
-“Chi è stato?”.
Uno dei presenti gridò:
– “Cum’jì, c’iavüte misse ‘nu pónde ‘mmòcche e mò ce vulüte mètte n’ate ‘ngüle?

Aggiunge Pasquina: “Non so se questo episodio sia vero ma è carina come spiegazione”…

Esilarante!

 

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Tenì ‘u tricche-tracche appezzechéte ‘ngüle

Tenì ‘u tricche-tracche appezzechéte ‘ngüle loc.id. = Essere impaziente, frettoloso

Figuratamente “avere un trìcche-tracche attaccato sulle terga” significa aver premura, fretta, impazienza, forse per paura che il petardo possa detonare con grande rapidità.

Se capita qlcu nel gruppo di amici e/o intende lasciarlo alla svelta, si sente dire: E chè, tjine ‘u tricche-tracche appezzechéte ‘ngüle? Stàtte ‘nu pöche quà!= E che (succede), hai un petardo appiccicato alle terga? Resta un po’ quì!

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Tenì a…

Tenì ‘a … v.i. = Sentire, avvertire

Sentire non nel senso di ‘udire’ suoni o parole, ma nel senso di avvertire stimoli di fame, sete, sonno, soddisfare i propri bisogni corporali.

Si dice tuttora: me töne ‘a féme, me töne ‘a sùnne, me töne ‘a söte, me töne a pescé, me töne a caché (scusate questi ultimi due esempi…corporali).

Quando si sente freddo, o caldo si dice: me fé fredde; me fé càvete.

Le generazioni attuali dicono “sende frìdde, sènde càlde” ma è un dialetto un po’ snaturato.

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Tenì facce

Tenì fàcce loc.id. = Essere sfacciato, sfrontato.

È ammessa anche la forma tenì ‘a fàcce.

Il suo contrario ovviamente è nen tenì facce = Essere timido, discreto, imbarazzato.

E tó tjine facce d’appresendàrete döpe quelle ch’ cumbenéte? = E tu hai la sfrontatezza di presentarti (al mio cospetto) dopo quello che hai combinato?

Jü’ nen tènghe fàcce d’appresendàrme nzìcchete-nzìcchète.= Mi imbarazza di presentarmi improvvisamente, a sorpresa, magari sarò inopportuno e intruso.

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Tenì i delüre ‘ngùrpe

Tenì i delüre ‘ngùrpe loc.id.

Alla lettera significa avere dolori in corpo. Nulla a che vedere con il  mal di pancia..

I “dolori” sono metaforici per dire che si hanno aspirazioni segrete (a detrimento degli altri).

Un po’ come dire tenì i cendrüne a travèrse o tenì l’ogna spacchéte.
Nen tenènne fedócje de Mattöje, ca códde töne i delüre ‘ngùrpe! = Non aver fiducia di Matteo perché costui ha altre mire.
Giuànne nen me péje l’affìtte da düje müse. Coddu desgrazzjéte töne i delüre ‘ngùrpe! = Giovanni non mi paga la pigione da due mesi. Quel mascalzone ha altri interessi e trascura i creditori.
Può significare anche che il soggetto conosce dei segreti e ovviamente non intende rivelarli.
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Tenìrece a…

Tenìrece a… v.t. = Trescare con…

Avere una relazione amorosa, una tresca con qualcuno/a.

Quando qlcu aveva l’amante, una volta si diceva: Ce töne a…. Oggi si dice che lui/lei è legato/a da affettuosa amicizia con lei/lui.

Domanda diretta: Ma te tjine angöre a quèdde? = Ma sei ancora legato da affettuosa amicizia con quella?

Più brutalmente l’amante (donna) era etichettata con ‘a mandenüte, la mantenuta, perché dipendeva in tutto e per tutto dall’uomo che provvedeva al suo mantenimento e alle sue necessità finanziarie. Questione di affetto o di sesso sicuro?

Rappresentava uno status sociale avere quasi obbligatoriamente, oltre alla famiglia tradizionale, anche un’amante fissa, come per dimostrare di aver larghe possibilità economiche. Tutti conoscevano la tresca, compreso i componenti del proprio nucleo familiare, e tutti facevano finta di niente. Era tollerato o ritenuto inevitabile.
Altri tempi?

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Teràrece ‘a cavezètte

Teràrece ‘a cavezètte loc.id. = Sopravvalutarsi, inorgoglirsi

Alla lettera significa: farsi tirare la calza. Come dire farsi servire.

Il significato del modo di dire è:  darsi importanza, farsi desiderare, non concedersi facilmente alle confidenze, mostrare disprezzo verso coloro che gli si rivolgono per un favore o un servizio.
Assumere un contegno grave e sostenuto improntato ad altezzosità. Agire con sussiego (Madò che paröla deffìcele)

Insomma costui è un antipatico che vuole farsi pregare, magari anche per compiere un atto semplicemente dovuto. Fa sembrare una concessione anche quello che deve fare per dovere.

Simile all’altra espressione Fàrece chére a mandenì = sopravvalutarsi. È molto caro ottenere i suoi favori.

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Téröse

Téröse n.p. = Teresa

E’ un nome di origine spagnola che deriva dal greco e significa “cacciatrice”.

Secondo altri deriva da Therasia, “nativa dell’isola di Thera” (oggi Santorino) o da Tarasia, “nativa di Taras” (oggi Taranto).

L’onomastico si festeggia tradizionalmente il 15 ottobre in onore di santa Teresa di Avila, morta nel 1582.

Ricordo Teröse ‘u chjanghjire= Teresa, la moglie del beccaio, una macellaia energica che usava la mano sinistra per affettare la carne incutendo in me bambino il terrore che si facesse male.

Diminutivo Taresüne = Teresina

Ho constatato nel nostro dialetto un fenomento strano: talvolta la sillaba iniziale tediventa ta (es: telèfene/talefuné, Téröse/Taresüne, talevesjöne).

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Tèrra-pógghje

Tèrra-pógghje s.f. = Terra Apuliæ

Chiedo AIUTO ai lettori più anziani: che cosa era esattamente la Terra Apuliæ? Questo nome mi risuona nelle orecchie da quando ero ragazzino.

Io non ne sono certo, ma mi sembra di aver sentito che si trattava di una specie di società cooperativa di produzione e lavoro che assoldava braccianti agricoli per i lavori dei campi e anche manovali, badilanti, per bonificare le paludi. Il salariato veniva scelto a rotazione, un po’ come oggi i “lavoratori socialmente utili”, LSU, per consentire a più famiglie di sfamarsi.

Addjì ca sté fatjànne mò? Alla Terra-pógghje = Dove stai lavorando adesso? Alla bonifica della cooperativa Terra Apuliæ (o alla vànghe = alla vanga, o alla Pógghje = alla Puglia).

Notate che il concetto di lavorare è espresso con il termine fatjé = faticare, che in italiano esprime grande dispendio di forza fisica: ma ogni lavoro di allora era così, gravoso e durevole, nel senso che richiedeva agli addetti ben oltre le consuete otto ore giornaliere.

Il traguardo di otto ore di lavoro al giorno fu una conquista dei lavoratori dopo anni di lotta sindacale.

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