Purté ‘a paröle

Purté ‘a paröle loc. id. = Fidarzarsi ufficialmente

Sono cose d’altri tempi. I genitori dello sposo si recavano in casa della futura sposa per la prima volta per conoscere i suoi familiari e magari stabilire le condizioni reciproche di dotazione.

Per prima entravano nella casa della sposa i futuri suoceri. Parlottavano un po’ con i consuoceri, e se tutto filava come ci si aspettava, il papà della fanciulla le diceva che il ragazzo poteva entrare, perche veniva “accolto” nella nuova famiglia.
Subito la donzella si affacciava all’uscio e invitava ad entrare il giovanotto emozionato in trepidante attesa sulla strada.

Rosolio e pizzarelle. Poi veniva consegnato dalla suocera un anellino e una collanina alla futura sposa.

A volte c’era una persona che aveva fatto da tramite. Costei o costui recitava quasi come una poesia di presentazione:

“Cóste jì ‘u giòvene, quèsta jì ‘a giòvene!
U giòvene jì fatiatöre e sesteméte de chése.
A giòvene jè ‘ndre chése, aggarbéte, e setuéte!
A paröla möje ‘ndèrre nen m’jì cadüte”.

Ossia: questo è lo sposo e questa è la sposa. Il ragazzo è lavoratore e possessore (addirittura di una) casa. La ragazza è casalinga, garbata, laboriosa e ben sistemata (economicamente). La mia parola non è mendace (Mado’ che parola!) ossia non dico falsità.

C’erano addirittura i ringraziamenti dei quattro consuoceri per aver fatto combinare questo matrimonio tra i loro figli:

Cumbé/cummé, n’dabbaste a rengrazzjé! = Compare/comare, le parole non sono sufficienti per esprimerti i nostri ringraziamenti.

Io intanto ringrazio Enzo Renato per il suggerimento.

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Püre

Püre avv. = Anche

Pure, ugualmente, altresì, perfino, finanche, per di più, oltre a ciò.

Quann jì arrevéte Manzegnöre a Mambredònje stöve püre jü = Quando è giunto l’Arcivescovo a Manfredonia c’ero anch’io.

Püre Luìgge ca ne jöche méje stöve alla tàvele = Perfino Luigi che non gioca mai (a carte) era (seduto) al tavolo (da gioco).

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Purcjille Sant’Andùnje

Purcjille Sant’Andùnje s.m. = Coccinella comune

Ecco il testo tratto da Wikipedia:
“La coccinella comune (Coccinella septempunctata). è la più conosciuta fra le Coccinellidae.  Le elitre sono del tipico colore rosso accesso, con la presenza di tre punti neri per ogni elitra, ed uno sulla commissura, per un totale di sette punti, da cui deriva il nome di coccinella dai sette punti.  La Coccinella vive in ogni parte del mondo, e ovunque siano presenti gli afidi, che sono gli insetti che maggiormente fungono da base nella dieta delle coccinelle. Sia le larve che gli adulti della coccinella sono predatori degli afidi, e ciò permette il controllo naturale della crescita numerica degli afidi. La stessa agricoltura biologica utilizza le coccinelle come strumento nella lotta biologica per combattere le infestazioni da afidi, permettendo una significativa riduzione nell’uso di pesticidi”.

Dopo questa bella spiegazione scientifica di Wikipedia, io mi chiedo perché in dialetto la coccinella viene chiamata purcjille Sant’Andùnje… = Porcello di Sant’Antonio Abate.

Va bene che il Santo è raffigurato con un maialino, ma non con la coccinella!

Vediamo un po’…..Il Santo è festeggiato il 17 gennaio, inizio di Carnevale…

Mi sa che il colore rosso acceso delle elitre punteggiate di nero di questo simpaticissimo insetto  ricorda un naturale vestitino di carnevale!

È uno dei pochi insetti che non dà un senso di ribrezzo nel vederli, come accade per gli scarafaggi, i ragni, le mosche o le cavallette.

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Purcìgne

Purcigne agg. = maialesco, porcino, tipico del suino.

Era usato principalmente come aggettivo per definire un occhio piccolo e tondo.

Capitava che i bimbi si ostinassero a rimanere svegli mentre il sonno li assaliva.

Vàtte cùleche, ch’à fatte l’ucchje purcìgne = Vatti a coricare, non ti accorgi di averfatto gli occhi piccoli e rotondi (per il sonno) come quelli dei maiali.

Qualcuno dice anche purcjille = porcellino. Agghje fàtte l’ucchje d’u purcjille = Ho gli occhi assonnati (piccoli e tondi come quelli del maialino).

Solo i maggiorenni possono cliccare qui.

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Pupüte 

Pupüte s.f. = Epitelioma.

In veterinaria si intende quella malattia infettiva dei polli che provoca la formazione di una pellicola bianca sul dorso della lingua, impedendo così all’animale di deglutire.

T’avèsse a venì ‘na pupüte alla lènghe! = Ti dovrebbe spuntare un epitelioma sulla lingua! (così, per il dolore, la smetti di borbottare o di lamentarti sempre).

Simpaticamente si rivolge questo “augurio” a quelli che hanno sempre da brontolare.

Si intende anche descrivere con questo termine quella sottile pellicina che si solleva ai bordi o alla base delle unghie delle mani, a causa del freddo o per l’azione dei detersivi.

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Puppéte

È corretto anche l’omofona appuppéte (=’a puppéte. l’appuppéte).

Danno procurato da un imbroglione, inganno

Puppéte de cüle = fig. Girata di spalle. Virata di poppa. Dare una fregatura

Fé ‘a puppéte significa fare un ‘bidone’, non pagare un debito, non mantenere un impegno.

Origine locale del “detto”: Si tratta di un plateale gesto di una vecchietta che, per le sue ristrettezze economiche, era costretta a comprare ”a credenze” i generi di prima necessità.
Al bottegaio – che le chiedeva il saldo del conto in preoccupante crescita – lei volse le spalle, sporse le terga verso di lui, come per offrirsi sessualmente, e gli disse: “Tèh, pìgghjete pajéte!” = “Tieni, pàgati il tuo credito”, e scappò via tra lo sbigottimento del commerciante, rimasto a bocca aperta, e le risate degli altri clienti presenti nel negozio.

Un’autentica appuppéte de cüle.

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Puperéte

Puperéte s.m. = Taralli dolci.

Taralli dolci, speziati con cannella e chiodi di garofano dall’impasto duro e compatto.

Talvolta l’impasto contiene il vünecùtte = vino cotto, o meglio mosto cotto. I puperéte allora assumono una colorazione più scura.

Quando si vuole rimarcare la carnagione scura di qlcn, si dice: assemègghje a ‘nu puperéte (o a ‘nu taràlle) de vünecùtte = somiglia a un tarallo impastato con il mosto cotto.

Si preparano in tutti i paesi Garganici. Chiamati pi\ o meno uguali>
A San  Severo Puperete
A Foggia Pupurati o Peperati
A San Giovanni Rotondo Prupate.

I negozianti di Monte Sant’Angelo hanno inventato per i  turisti il termine “popirati”. Lo sottoponiamo all’Accademia della Crusca?

(foto da il sipontino.net)

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Püpe

Püpe s.f. = Bambola

Pupazzo di materiale vario rappresentante una bambina o una donna, usato come giocattolo soprattutto femminile.

Spesso viene usato il diminutivo, date le dimensione della bambola,

Al maschile fa puparjille = bambolotto
Al femminile fa puparèlle = bamboletta

‘A püpe de pèzze = La bambola di stoffa.
Era brutta, di pezze vecchie imbottite di cartacce. Non so cosa ci trovassero di divertente in esse le bambine! Forse lo stesso trasporto che avevamo noi maschietti con la “palle de pèzze” = la palla di stracci, con la quale giocavamo interminabili partite di calcio alla “Terra gialla” come se fossimo allo stadio con un vero pallone da foot-ball.

A püpe de l’Incurnéte = La bambola dell’Incoronata.
«Pupattola in cartone pressato di colore bianco e nero, quasi un troncone senza gambe e braccia e con la testa appena
abbozzata, più simile ad una colomba o ad una mummia. Conteneva alcuni sassolini che, scuotendola, risuonavano.  Si vendeva – insieme al tamburino di latta, e al cavalluccio di cartone con base in legno a rotelle – sulle bancarelle che circondavano il Santuario dell’Incoronata presso Foggia»

A mio parere era ancora più brutta della püpe de pèzze ed era destinata alle bimbe piccoline, cui piaceva più come sonaglino che come bambolina poco antropomorfa.
Me la ricordo perché da bambino, diciamo poco prima del 1950,   mentre puntavo al Pulcinella che batteva i piatti,  sulle bancarelle dell’Incoronata l’ho vista ed ho anche sentito il suo suono sordo perché qualcuno la scuoteva come una improbabile maracas.

(La precedente descrizione virgolettata della Pupa dell’Incoronata  è stata attinta dal “Dizionario dialettale cerignolano” di Luciano Antonellis- LEONE Editrice-Foggia 1994)
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Pupatèlle

Pupatèlle s.f. = Succhiotto di emergenza.

Quando il poppante casualmente non può rientrare in tempo a casa propria per la poppata, gli si propinava una ingegnosa trovata per tenerlo a freno calmandogli i morsi della fame.

In pratica di poneva un cucchiaino di zucchero, reperibile in tutte le case delle amiche di mammà, in un fazzolettino e lo si legava dall’esterno come una pallina.

Posta leggermente inumidita in bocca al bambino affamato, questa pallina – la nostra pupatèlle – lentamente rilasciava lo zucchero che si scioglieva per effetto del suo succhiare.

Il dolce dello zucchero lo calmava immediatamente e i morsi della fami si attenuavano notevolmente. Mammà aveva il tempo di rientrare con pupo calmo e senza che facesse gli strìseme

In napoletano esiste un termine simile: ‘a pupàta: che le facciano più grosse?

Ricordo una canzone di Renato Carosone che nomina la dolcezza della pupata:

Tu quanne passe
me faje venì ‘na mossa,
oj vocca rossa,
che sfizio ‘e te vasà.
Si’ ‘na pupata,
e tutto ‘o vicinato
suspira e fa:
“ah, sei ‘na bontà”!

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Puniüse

Puniüse agg., s.m.= Puntiglioso

Chi o che mostra sempre ostinazione, caparbietà, contestazione per partito preso.

Difficilmente cambia parere, convinto della bontà delle proprie scelte o opinioni.

Credo che derivi dal latino in pugnare = impugnare, nel senso giuridico di combattere contro. Potrebbe anche derivare da ‘opinione’, nel senso che il soggetto non cambia il suo modo di vedere, è fedele alla sua opinione.

Sinonimo: pruffidjüse

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