Piócce

Piócce agg., s.m. = Sempliciotto, trasandato

Piócce, secondo me, è il diminutivo di Pio.
Sarebbe come dire:
Felócce = Raffaelluccio o Felicino o Felicetta;
Pavelócce = Paoluccio, Paolino.
‘Ndeniócce = Antoniuccio;
Mattiócce = Matteuccio, Teuccio;
Peppócce o Peppózze = Beppuccio, Peppino, Giuseppino:
Pascócce = Pasquina;
‘Calócce = Micheluccio, Micheluzzo, Michelino;
‘Cailócce = Michelina, Micaela. E così via.

Il nome proprio Pio era diffuso, almeno inizialmente (ora anche altrove), per lo più S.Giovanni Rotondo, e per questa stessa origine, a torto, veniva associato da noi – presuntuosi abitanti della “marina” – a un tipo un po’ sempliciotto, o trasandato nel vestire.
D’altronde questi pellegrini che si muovevano a piedi o con carretti non erano certo modelli di eleganza.
L’equazione era questa: Pio = Sangiovannaro = montagnaro = trasandato.
Quindi Pio = trasandato. Stereotipo questo assolutamente insostenibile.

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Ózze

Ózze inter. = Puàh

Esprime disgusto, ribrezzo, ripugnanza, repulsione.

Ózze, quante fé škjife = Puah, quanto fai schifo!

Ózze, che fjite ca ce sènte! = Ah, quale insopportabile lezzo che si avverte!

Ózze, te mange i vulüve senza lavéte! = Che schifezza, ti mangi le olive senza averle lavate!

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Ostia-chjöne

Ostia-chjöne s.f. e sopr.= Ostia ripiena

(foto Nicola Muscatiello)

È un dolcetto tipico garganico e della intera Capitanata

Tra due cialde (sfoglia di farina impastata, non lievitata, cotta entro appositi stampi) si stende uno strato a caldo di mandorle tostate e caramellate con zucchero e miele.  Se le mandorle si pongono a raffreddare a mucchietti su un piano di marmo si ottengono le cosidette mènele atterréte (←clicca)

Secondo me le due cialde che formano il “sandwich”, essendo del tutto insapori, hanno solo la funzione di evitare che le mandorle appiccicose imbrattino le dita quando si porta questa delizia alla bocca.

Soprannome locale: ricordo Lorenzo Castriotta, ex flicorno soprano della locale banda cittadina, corso Manfredi, angolo via dei Celestini. Suonava l’armonium in Chiesa nelle funzioni liturgiche.

L’amico Lino Brunetti ricorda simpaticamente che Lorenzo Castriotta, aveva la moglie di nome Caterina. I due ebbero due figli laureati in medicina: venivano perciò chiamati, affettuosamente, Lorenzo e Caterina de’ Medici.

 

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Óseme

Óseme s.f. = Usma

Il sostantivo usma, deriva dal greco antico ὀσμή (leggi osmè) = fiuto, odore.

Si pronuncia con la “ó” stretta, quasi una “u”.

È un termine antico, specifico degli appassionati dell’arte venatoria, riferito alla meravigliosa capacità dei cani da caccia ca sèndene l’óseme, che sentono l’odore della selvaggina, seguono la traccia e guidano il cacciatore verso la preda.

Sendì l’óseme, figuratamente, significa fiutare un pericolo, andare a lume di naso, accorgersi per sensazioni che qualcosa non va: insospettirsi, mangiare la foglia.

Come dire sendì l’addöre de jàrse = sentire puzza di bruciato.

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Orchèstre

Orchèstre s.f. = Palco, cassa armonica

Da non confondere con l’Orchestra formata da persone che suonano strumenti musicali.

Nelle sagre dei paesi del sud Italia con questo termine si intende quella pedana circolare si legno, smontabile, sulla quale si posizionano i suonatori di strumenti a fiato delle bande cittadine locali o ospiti per l’esecuzione di musica lirico-sinfonica nelle piazze, all’aperto.

Solitamente è sormontata da una cupola, anch’essa di legno sorretta da colonnine e arricchita da numerosissime lampadine. Ha la stessa funzione della cassa armonica degli strumenti a corda, ossia di amalgamare e intensificare i suoni sfruttando il fenomeno fisico della risonanza.

D’altra parte in italiano quella parte della platea antistante il palcoscenico riservata ai musicisti che partecipano all’esecuzione della sezione musicale di uno spettacolo teatrale si chiama ugualmente orchestra (anche buca dell’orchestra, o golfo mistico).

Ce vöte ca momò vöne ‘a Fèste, già jì arrevéte l’orchèstre = Si vede che fra poco si avvicina la Festa patronale, è già montata la cassa armonica.

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Oppüramènde

Oppüramènde agg. = Oppure, altrimenti

Parte del discorso con funzione disgiuntiva, indica un’alternativa o un’opposizione.

È rafforzata rispetto a quella della semplice congiunzione o: jüne o l’ate = Uno o l’altro.

Mi sembra un po’ una fusione di ‘oppure’ e ‘altrimenti’.

Döpe mangéte o ce jéme a coleche, o juchéme ai carte, oppüramènde ce facjüme ‘na camenéte = Dopo cena o ci mettimo a letto, o giochiamo a carte, oppure ci facciamo una passeggiata.

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Onne

Onne s.f. = Onda

Oscillazione di una massa d’acqua che si alza e si abbassa al di sopra e al di sotto del livello di quiete per l’azione del vento.

Quando l’oscillazione è più intensa, in italiano si dice al plurale i cavalloni i marosi.

In dialetto l’onne so’ jèrte = Le onde sono alte.

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Ombre

Ombre s.f. = Ombrina, spettro, ombra.

1) – L’Ombrina (Umbrina cirrosa) è un pesce marino della famiglia Sciaenidae, comune nel Mediterraneo, dalle carni molto apprezzate. Raggiunge anche dimensioni notevoli fino a 100 cm.
Si nutre di invertebrati che cattura nella sabbia grufolando in piccoli gruppi. Le sue prede preferite sono crostacei, molluschi (soprattutto cannolicchi) ed echinodermi (ricci di mare). Essendo eurialino, penetra frequentemente nelle foci dei fiumi e nelle lagune adattandosi alle acque salmastre. Caratteristica la livrea argentata con strie oblique. Le pinne sono giallastre scure o beige, con bordi scuri, e anche l’opercolo branchiale è bordato marcatamente di nero.
Il termine ombre riferito a questo pesce è piuttosto desueto in quanto si è modificato nel tempo, ed è usato solo dagli anziani. Infatti i pescivendoli di oggi la chiamano Umbrïne, (grafia omofona umbrüne), quasi come il nome latino assegnatole da Linneo nel 1758.

2) – Ombre s.f. = Spettro, fantasma, spirito.
Nen passéte sòtt’ ‘u castjille ca ce vöde l’ombre! = Non passate sotto il Castello perché compare il fantasma! Ma noi monelli smaliziati non ci abbiamo mai creduto!

3) Ombre nel senso di frescura è un termine piuttosto recente.
Me so’ misse all’ombre = Mi sono messo all’ombra. Fino agli anni ’60 si diceva: me so’ misse au friške (al fresco);

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Óh!

Óh! escl. = Ehi!

Si usa per richiamare l’attenzione di qcn. in tono amichevole, minaccioso, o per rispondere a qlcu che chiama da lontano.

Viene pronunciata lunga con la vocale O molto chiusa, quasi U.

La tipica esclamazione manfredoniana; Óh che vvè truànne tó da mè? = Ehi, ma cosa pretendi tu da me?

 

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Ognüne ce pröje ‘u Sànde süje

Ognüne ce pröje ‘u Sànde süje loc.id= Salti chi può

Il significato di questa asserzione evidenzia l’efficacia della “raccomandazione”, il malvezzo amato/odiato forse solo italiano.

Cioè: non avere invidia della mia posizione, può essere che sia frutto del mio merito, o della mia sorte, o anche dell’appoggio di qualcuno evidentemente molto autorevole.

Se hai anche tu “cartucce da sparare”, “santi in Paradiso”, “chiavi che aprono” “calci in culo” non farti scrupolo di usarli. Ognuno ricorre ai “potenti” (politici o ecclesiastici) per ottenere una efficace “spintarella”.

Tutto questo mi dà il voltastomaco, credetemi, ma è da secoli che in Italia le cose funzionano a questa maniera.

Allora ognüne ce priàsse ‘u sànde süje….= che ognuno ricorra al suo protettore.

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