Ròbbe te pòzze dé, ma sorta no.

Ròbbe te pòzze dé, ma sorta no.

Posso donarti dei beni materiali (la roba), ma non una buona fortuna (la sorte), perché darti quelli rientra nelle mie possibilità e capacità, ma darti l’altra no.

Ossia: posso mettere tutta la mia buona volontà per aiutarti, ma oltre un certo limite non posso andare.

Un po’ come ironicamente si dice che “per i miracoli ci stamo attrezzando”.

Ringrazio Enzo Renato per aver fornito questo antico Detto.

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Ròbbe de pröta pòmece e fjirre de cavezètte

Ròbbe de pröta pòmece e fjirre de cavezètte Loc.id. = Roba di scarso pregio, fasulla,

Alla lettera: roba di pietra pomice e ferri da calza.

Materiale di scarso pregio, o inadatto.

Credo che si riferisca anche ad un lavoro fatto male.

Invece di usare pietrisco di varie pezzature (gli ingegneri parlano di Curva granulometrica di Fuller) per l’impasto del calcestruzzo si è adoperata la pietra pomice, porosa e friabile.

Così pure, al posto del tondino di ferro nervato dal diametro di mm 8 o maggiore, nel pilastro si sono inseriti ferri lisci e sottili come quelli usati per i lavori a maglia.

Insomma con i materiali scadenti non si possono ottenere buoni risultati.

La locuzione vale per cose, azioni ma anche persone, approssimative e scadenti e perciostesso inaffidabili.

Figuratamente indica la valutazione di un fatto insignificante o di un’opera, magari tanto decantata, ma rivelatasi di scarso pregio.

Grazie a Enzo Renato per il suggerimento.

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Quìnece ajóste, màneche e bóste

Quìnece ajóste, màneche e bóste

Ferragosto, (è tempo di usare) le maniche (lunghe) e il corpetto.

Il Ferragosto era chiamato con il nome dlla data, ossia quìnece ajóste = quindici agosto.

Il termine Ferragosto, seppur molto antico di feriae Augusti, non è entrato nel nostro dialetto se non in epoca recente con un improbabile Ferrajóste o un improponibile simil-italiano Ferragòste.

Add’jì ca jéte ‘u quìnece ajóste? = Dove andate a Ferragosto?

Auànne ‘u quìnece ajóste jéme a Sammarchicchje = Quest’anno a Ferragosto andiamo al Borgo Celano (frz. di S.Marco in Lamis)

Torniamo al nostro antico Detto manfredoniano. esso vuol sottolineare che da metà agosto ormai non si verificherà più il gran caldo sofferto col solleone, e che pertanto bisogna modificare l’abbigliamento estivo. Meglio usare indumenti a maniche lunghe e giacchine.

A Potenza, trattandosi di località montana, c’è un Detto ancora più perentorio: “Ferraùste è capo de viérno” = Ferragosto, inizio dell’inverno. Regolatevi!

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Quest’jì la Palme…

 

 

Quèst’jì la Palme...
Ecco il Detto completo:

Quèst’ jì la Palme e faciüme la péce,
nen jì tjimbe di stéje ‘nguèrre.
So’ li Tórche e fanne la péce,
quèst’ jì la Palme e damme ‘nu béce.

Questa è la Palma e facciamo la pace/non è tempo di stare in guerra/ sono i Turchi e fanno la pace,/ questa è la Palma e dammi un bacio.

Una formula che i bimbi recitavano, nello scambiarsi in segno di pace con i parenti e con gli amichetti,  il ramoscello benedetto di ulivo nella Domenica antecedente la Pasqua Cristiana.

Nei Paesi caldi, i Cristiani usano i rami della palma da datteri, da cui il nome della ricorrenza, come fecero gli abitanti di Gerusalemme, innalzando i ramoscelli al grido di “Osanna!” quando Gesù entrò in città (Marco 12,12-13): «12  Il giorno seguente, la grande folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, 13 prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!”»

Nei Pesi mediterranei usiamo i ramoscelli di ulivo, quale simbolo di pace, in memoria della colomba mandata da Noè e che ritornò con uno di questi nel becco.

Nei Paesi nordici di rito cattolico o luterano, ove non crescono né palme, né ulivi,  usano scambiarsi piantine varie o rametti intrecciati di salice, bosso comune, ginepro.

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Quànne vöne ‘u mòneche a càste, pigghjatìlle a rïse.

Quànne vöne ‘u mòneche a càste, pigghjatìlle a rïse.

Quando viene il monaco a casa tua, prenditela a ridere.

Il monaco in questione è il “frate cercatore”, il questuante, generalmente un francescano, che una volta girava per le campagne o anche per le case di Manfredonia con un calesse (‘u sciarabbàlle) trainato dal cavallo, chiedendo per il convento delle derrate alimentari o anche offerte in denaro.

Il significato del proverbio è un consiglio: bisogna fare buon viso a cattivo gioco.

Se ti trovi coinvolto in un episodio spiacevole, invece di reagire sbraitando o prendertela con qlcn, conta fino a tre e sorridi. (funziona 80 volte su 100).

È ammessa una seconda versione: Quànne vöne ‘u mòneche a càste, pigghjatìlle ‘mbaciènze, = quando viente il frate a casa tua prenditela in pazienza.
Nascondere la contrarietà con un bel sorriso.

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Quànne sì prumìsse ‘u purcjille, córre sóbbete p’a zuchelèlle

Quànne sì prumìsse ‘u purcjille, córre sóbbete p’a zuchelèlle

Quando qualcuno ti promettere un maialino, corri subito con una funicella (per portartelo via).

Questo bellissimo proverbio incita a non rimandare nel tempo una cosa che si può fare subito. C’è il rischio che colui che ha fatto la promessa (si può dire promettitore, o promettente? temo di no) ci ripensi su e cambi idea.

In italiano si può dire “chi ha tempo non aspetti tempo”, oppure “non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi”.

Ma non è un’immagine così diretta come quella del porcellino che può volatilizzarsi….

Per la precisione, zuchelèlle = cordicella si può pronunciare anche nella variante:‘a zuculèlle. Sono accettabili entrambe le voci.

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Quanne pe’ ‘n’ate nen pùte, pe’ megghjèrete te cùleche.

Quanne pe’ ‘n’ate nen pùte, pe’ megghjèrete te cùleche.

Quanto con un’altra non puoi, con tua moglie ti corichi.

Il significato di questo, come anche di altri proverbi, è di accontentarsi del proprio stato, di non avere troppe pretese, specie se queste esulano dalla norma.

Non che la propria moglie sia un ripiego, per carità, anzi essa dà la certezza di un porto sicuro, contro le pulsioni velleitarie, i sogni proibiti, che si rivelano sempre deludenti, rischiosi e controproducenti.

Corrissponde all’antico Detto: chi si contenta gode.

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Quanne nen tjine che arte fé, pìgghje ‘i püle a pettené

Quanne nen tjine che arte fé, pìgghje ‘i püle a pettené

Traduzione libera: Quando non hai proprio nulla da fare, puoi dedicarti a pettinare i tuoi [o gli altrui] capelli (genericamente qui indicati come peli).

Un proverbio un po’ canzonatorio. Veramente mia suocera, che non si faceva mancare nulla, diceva: Quanne nen tjine che cazze fé, pìgghje ‘i püle a pettené!.

Insomma quando la mamma vedeva che le figliole un po’ si annoiavano in casa (ricordate che non c’era ancora la televisione, e libri e riviste in casa erano merce molto rara…), allora sentenziava loro questo Detto scherzoso, in antitesi di quello che effettuivamente ella voleva. In effetti in casa c’è sempre da fare!

I Toscani parlano di “pettinare le bambole” nel senso di perdere tempo a fare cose inutili. Le mamme manfredoniane invece spronavano le figlie a diventare virtuose, imparando a sbrigare bene le faccende domestiche, in vista del loro futuro di spose e di madri, come era nelle loro aspirazioni.

Quelle che lo facevano diventavano (clicca→) vertevöse, brave, le altre invece (clicca→) svertuéte!

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