Accòlte-accòlte loc.avv. = Intimamente, in maniera raccolta, strettamente.
Il significato dell’avverbio intimamente è riferito ad un luogo ristretto, dove tuttavia si trovano tutte le comodità. Un mini appartamento, ad esempio, dove gli spazi sono limitati, ma non manca di nulla.
Anche una sola stanza dove ci si intrattiene numerosi, appare accolte-accolte.
Oh, quà jìnde stéme belle accolte-accolte! = Oh, qui dentro stiamo bene, intimamente
Privare della vita, far morire, spec. con mezzi o modi violenti.
Domèneche che vöne amm’acciüde ‘u pùrche, vulüte venì püre vüje? = Domenica prossima dobbiamo uccidere il maiale, volete venire anche voi?
Qlcu dice accedì. Trovo più corretta la prima versione. Infatti l’imprecazione antica è: Ca lu vònne acciüde! = che lo vogliano uccidere! Non ca lu vònne accedì.
Semmai accedì è la terza persona singolare del verbo uccidere, al passato remoto (scusate la grammatica) come altra versione di accedètte. Insomma come dire:accedìje = egli uccise.
Ah, bisogna ricordare che il verbo, se riferito a una persona, regge il dativo e non l’accusativo….Uffa con questa grammatica….
Insomma in dialetto si dice: Jìsse accedì a Mattöje = Lui uccise (a) Matteo. Metto la “a” solo per fare l’esempio.
Chjiche volte t’agghja accjude a te! = qualche volta, se continui a molestarmi, ti devo uccidere! (detto in tono scherzoso, naturalmente!)
Invece si costruisce all’accusativo se riferito a bestie: Jìsse accedètte ‘u pùrche – ‘a mòsche – ‘a jallüne – l’agnjille = Egli uccise il maiale – la mosca – la gallina – l’agnello.
Parare, afferrare al volo, acciuffare qlcu che tenta di sfuggire, o di fuggire, sia dal punto di vista sportivo, sia da quello poliziesco, affrontare deliberatamente qlcu che ci evita.
Mò ca t’acciaffe facjüme ‘i cónte!… = Non ora, ma quando ti avrò alle strette faremo i conti!
Comprimere, pressare con forza qcs. appiattendolo, frantumandolo, deformandolo.
Rompere il guscio di frutti come noci, nocciole, mandorle.
Nanònne pe’ guadagné chjiche cöse acciaccöve i mènele = mia nonna per guadagnare qualcosa, schiacciava le mandorle (per conto terzi per liberare il frutto dal guscio))
Acciacché l’üve = Vinificare, deraspare i grappoli. Anticamente mettevano i bambini e le ragazze a pigiare l’uva nei tini. con i loro piedini
Diventare duro e ammassato come una chjànghe = basola da pavimentazione stradale.
Si riferisce per esempio al materasso, al guanciale, o più specificamente alla pasta cotta e condita che non viene consumata subito e si ammassa nel piatto (C’jì acchjanghéte).
Acchessüne-accuddéne loc.id. = Per filo e per segno, questo e quello, così e cosà, bla bla. Discorso abbozzato.
Si usa questa locuzione quando si vuol riferire ad un interlocutore ciò che un terzo personaggio assente aveva già affermato in precedenza, presumendo che colui che ascolta già conosca l’argomento esposto da quello. Ciò evita di ripetere testualmente o il succo del discorso sottaciuto.
Mamma mia, che spiegazione contorta! Avrò forse confuso i miei lettori?
Qualche esempio, spero, chiarirà tutto.
Jì venüte Giuànne, acchessüne-accuddéne, ce volöve cunvìnge = È arrivato Giovanni, e bla bla bla pretendeva di convincerci.
Agghje ‘ngundréte a Sepònde e, acchessüne-accuddéne, m’ò ditte tutte cose = Ho incontrato Sipontina e, così-così-così, mi ha raccontato tutto.
Mattöje, ho dìtte ca nen putöve venì, ca nen tenöve a màchene, acchessüne-accuddéne, quanda scüse… = Matteo ha detto che non poteva venire, non aveva la macchina, così, colà, quante scuse.…
Questo Matteo non aveva voglia di partecipare ed ha trovato mille scuse per non venire. Lo avevano capito tutti!
Si pronunciava tutta d’un fiato anche nella versione acchéregrazzje (a-chére-e-grazzje)
Credevo che fosse una locuzione locale, ma leggendo Umberto Eco, quindi un grande intellettuale contemporaneo, ho notato che nel suo romanzo “La misteriosa fiamma della Regina Loana”- Editrice Bompiani 2006, ha usato proprio “a cara grazia” nel medesimo nostro acchéragràzzje .
Traduzione letterale della locuzione avverbiale: “a cara grazia”. Ossia sperando nella benevolenza o nella grazia dell’interlocutore. Qualche anziano usa tuttora questa locuzione carica di significato.
Faccio un paio di esempi:
Sò venüte già all’anne passéte: acchéragràzzje se venghe n’ata volte auànne = Sono venuto già l’anno scorso: difficilmente vengo un’altra volta quest’anno.
M’avöva dé tre meljüne. Acchéragràzzje se me ne dé düje.= Avrebbe dovuto darmi tre milioni (ovviamente parlo di vecchie lire): è cara grazia (è preziosa benevolenza, è già molto) se me ne dà due.