Vótte Sabbèlle! 

Vótte Sabbèlle! loc.id. = Forza, dài, coraggio.

È certamente un incitamento, incoraggiamento, un’esortazione, ma perché usare un nome proprio?

Vado per similitudini: “Gratte, gratte Marianne! Cchiù gratte e cchiù guadagne“. Era il grido del venditore di granite ottenute raspando con una specie di pialletta un blocco di ghiaccio (detto ‘u cannùle). L’imbonitore incoraggiava sua moglie di nome Marianna. Da lì è rimasto nel dialetto il termine Grattamarianne = Granita.

Quindi potrebbe essere anche questo “grido” una sollecitazione, un pungolo usato una prima volta verso una certa Isabella, e poi ripetuto e tramandato, dimenticandoci chi era costei, e in quale occasione fu pronunciato questa esortazione.

Adesso, si dice: “Mèh, jé, spicciàmece, dàmece da fé!” = Dài, su…forza sbrighiamoci, diamoci da fare.

I Napoletani dicono: Uagliù, vuttate ‘e mmane! = Ragazzi, muovete le mani, non state in ozio.

Ringrazio Tonia Trimigno per avermiricordato questa colorita espressione.
Chiederò conferma ai miei informatori, che sono più anziani di me.

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Vöpe

 Vöpe  s.f. = Boga

Piccolo pesce di mare commestibile della famiglia degli Sparidi (Boops boops) con tre fasce longitudinali dorate sul dorso argenteo, comune nel Mediterraneo.

Conosciuto comunemente come Opa in Sicilia, come Boba in Romagna e Vopa in Puglia, Campania e Calabria.

Viene considerato un pesce di scarso pregio, ma vi assicuro che è delizioso sia fritto sia nella zuppa.  Unico requisito richiesto per passare tutti gli esami: la estrema freschezza.

Le boghe più piccole sono chiamate vuparèlle.

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Vònghele

Vònghele s.m. s.f. = Baccello; Vongola

1) Vònghele (almaschile) =  Baccello di fava (Vicia faba).

In primavera le fave contenute in questo baccello si mangiano fresche assieme al pane e al formaggio pecorino. Una delizia mediterranea.
Il baccello, una volta seccato, si scarta facilmente lasciando liberi i semi di fava, che si conservano a lungo come gli altri legumi.
Il singolare ‘nu vònghele suona con la ‘ò’ larga, mentre al plurale va pronunciata con la ‘ó’ stretta: ‘i vónghele, o anche ‘i féfe de vónghele le fave in baccello.
Il prof. Michele Ciliberti – cui va il mio ringraziamento – mi fornisce l’etimologia di vònghele:
“deriva dal latino concula che significa “piccola conchiglia”;   per indicare il baccello di fava il tardo latino utilizzava il termine conculum al maschile o al neutro, forse come contrazione di conclusum, cioè baccello “chiuso”.

2) Vònghele (al femminile). = vongola

Si tratta della famosa vongola verace (Tapes decussatus), apprezzatissima per il sapore e per il profumo intenso che dà all’intingolo usato per condire i famosi spaghetti alle vongole.
In questo caso vònghele viene pronunciato, al singolare e al plurale, alla stessa maniera, con la ò larga.
Quelle che compriamo sulle bancarelle, di allevamento, provengono quasi esclusivamente Chioggia e dalla laguna veneta: le nostrane sono scomparse forse perché nessuno le va più a raccogliere per la scarsa redditività.

Ho sentito dire da una persona anziana che anticamente le vongole erano chiamate ” ‘i còzzele bònghele” = le cozze vongole (per la solita mutazione della ‘b’ in ‘v’ e viceversa di derivazione spagnola, come il classico esempio di vàrve per barba).

Le  vongole comuni (Chamelea gallina), sprovviste di sifoni specifici delle vongole veraci, sono dette in manfredoniano ‘i lupüne = i lupini. Ugualmente buone per preparare intingoli profumatissimi.
In Romagna le chiamano poveràss = poveracce, forse perché, per dimensioni,  sfigurano davanti alle loro consimili, quelle veraci, più dotate e più tenere.

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Vöche

Vöche s.f. = Gonfiore

Ponfo: Lesione dermatologica rappresentata da un rigonfiamento cutaneo tondeggiante e liscio, di colore rosso o bianco, con alone eritematoso e pruriginoso, tipica di varie forme di orticaria.

Gli antichi attribuivano questi rigonfiamenti ad intasamenti ghiandolari causati da emozione, spavento, gioia, ecc.

Accrescitivo: vecüne grossi ponfi.

Tenghe ‘i càrne vecüne vecüne p’u škande = Ho l’organismo pieno di ponfi a causa dello spavento preso.

Viene chiamata vöche anche il melasma (o cloasma) = gruppo di macchie irregolari giallo-brune che compare sulla pelle del viso delle donne in gravidanza o in seguito a disturbi ovarici.

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Voccapjirte

Voccapjirte agg.s.m. = Ciarlone

Al femminile dicesi voccapèrte.

Alla lettera significa “dalla bocca aperta”.

L’aggettivo si riferisce a persona che non sa tenere un segreto, o che parla sempre e a vanvera.

Che è inaffidabile, che non merita fiducia. Anche cialtrone: parla e parla ma non conclude mai niente.

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Vendelatòrje

Vendelatòrje s.m. = Ventaccio, vento impetuoso.

Accettabile la pronuncia  vindelatòrje, in assonanza con vinde (curiosamente somigliante all’inglese  wind)

Vento intenso. Tempo molto ventilato persistente e duraturo.

Quando l’attività di pesca avveniva con barche a propulsione remo-velica, con queste condizioni i marinai non si avventuravano in mare perché con il vento impetuoso essa diventava molto rischiosa.

Addu jì ca ve ne jéte pe ‘stu sorte de vendelatòrje? = Dov’è che ve ne andate con questo spaventoso ventaccio?

‘U vendelatòrje stanotte ho menéte ‘ndèrre tutte l’àrve abbàsce a mére = Il ventaccio di stanotte ha abbattuto tutti gli alberi del lungomare.

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Vjinde

Vjinde s.m. = Vento

Spostamento di masse d’aria per differenze di temperatura e di pressione che si determinano fra una zona e l’altra dell’atmosfera.

Per dire che il vento soffia, si usano i verbi vutté = spingere, mené = menare, teré = tirare.

Jògge votte ‘u vjinde = Oggi soffia il vento

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Vìtte, allògge, lavatüre e steratüre

Vìtte, allògge, lavatüre e steratüre

Alla lettera il significato è comprensibile anche dai non manfredoniani: vitto, alloggio, lavatura e stiratura.

Diciamo che il “servizio completo”  sottintende anche (eventuali) prestazioni extra.

Questa Detto viene pronunciato quando qualcuno approfitta della nostra disponibilità fino a chiedere l’impossibile.

Se si parla di terze persone, il passaggio del termine “steratüre“, viene accompagnato dal un gesto della mano serrata a pugno, come se maneggiasse il ferro da stiro sopra l’asse, scorrendo a destra e sinistra

Se poi l’allusione è esplicitamente di carattere sessuale, il termine stiratüre, pronunciato dopo una sapiente e significativa pausa dopo lavatüre, il pugno fa un altro movimento, come se si dovesse grattugiare il formaggio. Spero di non essere sfociato nella volgarità. Ma questo è l’uso che si fa della locuzione dialettale.

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Vìste e nen vìste

Vìste e nen vìste loc.avv. = Fugacemente, velocemente, rapidamente.

Quiesta locuzione avverbiale spesso è riferita a una persona che si intrattiene per poco tempo e poi sparisce dalla cerchia.

Mattöje jì’ venüte a lecènze: viste e nen viste = Mattera è venuto in licenza: si è solo intravisto un momento, e poi è ripartito.

Si riferisce anche anche a certe sparizioni prodigiose: ad esempio, ai dolcetti posti su un vassoio in mezzo al tavolo e letteralmente presi d’assalto dai convitati, i pasticcini vengono divorati da quei bontemponi in un lampo: ora li vedi e ora non più. Visti e spariti.

Agghje mìsse ‘na guandjire de pàste söpe ‘a tavele: ànne fatte viste e nen viste. = Ho posto un vassoio di dolcetti supra il tavolo: in un attimo si sono volatilizzati

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