Tramjizze

Tramjizze s.m. = Tramezzo

Parete non portante che separa due ambienti; può essere in muratura o formata da pannelli di materiale vario (cartongesso, vetro, ecc.).

All’epoca il tramezzo era fatto solo di legno, e veniva perciò chiamato ‘u ndauléte o anche ‘ndaveléte, cioè fatto di tavole, di assi di legno.

I sinonimi Tramjizze= tramezzo e devesòrje = divisorio, sono due neologismi prestati dall’italiano proprio quando si è cominciato ad usare la muratura leggera (mattoni forati) per separare gli ambienti.

Negli ambienti unici, quali erano le abitazioni a piano terra delle nostre nonne, il tramezzo non chiudeva mai completamente gli spazi come negli appartamenti dei piani superiori. Difatti il divisorio non arrivava fino al soffitto ma si ergeva per circa due metri dal suolo, e separava il reparto notte dal soggiorno e dall’angolo cottura.

Alcuni calzolai e sarti facevano “casa e bottega” nello stesso ambiente, dove l’abitazione e il laboratorio erano separati solo da un pannello di legno. Impensabile ai nostri giorni. Ma quelli erano tempi di grande ristrettezza economica….

Un moderno tramezzo è usato negli uffici postali o nelle banche per separare il pubblico dagli operatori, ed è formato dal bancone e dal vetro. Per motivi di sicurezza anti-rapina ora viene usato un vetro anti-proiettili a chiusura totale fino al soffitto.

Il termine tramjizze deriva dal francese entre-mis (pronuncia antremì) ossia entre = fra e mis = messo, come dire frapposto, posto in mezzo, messo tra due cose.

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Trajüne

Trajüne s.m. = Carro a trazione animale

Era chiamato meno specificamente anche con il termine generico di carrètte s.f. = carretto s.m.

Ormai non si vedono più in circolazione, ma fino agli anni ’60, cioè fino all’avvento del motocarro “Ape” della Piaggio, o dell’autocarro “Leoncino” della OM, era un mezzo di trasporto diffuso per trasferire il pescato dalla banchina del porto, e le derrate alimentari dalla campagna a Manfredonia e ad ogni Centro abitato.

Era, come dimensione, una via di mezzo tra la carrettèlle  (o trajnèlle ), per lo più spinta o trainata a mano dai venditori ambulanti (talvolta da un paziente asinello) e il carrettöne, dalla portata di 16 quintali circa, trainata da due cavalli, uno alle stanghe e uno a valanzüne (al bilancino).

La foto reperita in rete raffigura un tipico carretto pugliese.

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Trainjire

Trainjire s.m. = Carrettiere

Conducente di carri a trazione animale.

Professionista abilissimo che aveva con il cavallo un rapporto di simbiosi. Usava ‘u scurriéte= lo scudiscio rarissimamente per colpire la bestia. Bastava il suo schiocco per far capire all’animale l’intenzione del conducente.

Genericamente chiamato anche carrettjire = carrettiere, costui prestava molta cura nell’accudire il cavallo e nel mantenere il carro sempre efficiente: erano la sua fonte di sostentamento.

Nei trasporti notturni dalla campagna al paese, con il lume a petrolio appeso sotto il pianale, non so come, riuscivano a fare una dormitina seduti a cassetta. Il loro cavallo li conduceva fino a casa!  Quasi sempre tutto il tragitto, diurno o notturno veniva scortato da un cane che trotterellava sotto il carretto.

Ricordare la poesia di Pascoli “La cavallina storna”? Riportò a casa il povero padre del poeta morto con una fucilata in un agguato.

Negli anni ’30 alcuni carrettieri cedettero il loro carretto e si convertirono all’autotrasporto.

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Traffecatöre

Traffecatöre s.m. = Intrallazzatore.

Il dizionario dei sinonimi elenca una sfilza di aggettivi per definire questo tipo di personaggio: affarista, armeggione, maneggione, intrallazzatore, intrigante, trafficante, trafficone, traffichino, procacciatore d’affari.

Insomma si tratta di un personaggio non troppo affidabile, né di specchiata moralità perché costui sa badare solo agli affari suoi, leciti o (più facilmente) arbitrari e discutibili. Quando questi lestofanti sono già noti, vengono detti mbrugghjapurche, o, con termine ricercato, atturrande

Spesso, se si definisce qlcu come traffecatöre si avverte una punta di invidia, una segreto apprezzamento della sua scaltrezza.

Ma credetemi l’uomo onesto agisce sempre alla luce del sole, senza sotterfugi e senza scopo recondito a danno degli altri.

Insomma tutto il contrario di quei pochi (o tanti?) uomini politici dei nostri tempi. Ed ho detto tutto!

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Trabbócche

Trabbócche o trabbócchele s.m. = Trabucco

Sistema di pesca costiero, consistente in in un’incastellatura di travi di legno terminante con due lunghissimi bracci, che sostengono una rete da pesca. Con un sistema di carrucole si cala la rete in mare e la si riporta in superficie dopo qualche tempo con del pescato.

La diversa caratterizzazione della linea costiera ne ha definito la distinzione di due tipologie essenziali: quella abruzzese che si distingue per esser posizionata trasversalmente rispetto alla costa cui è collegata da passerelle, e quella garganica, costruita a filo costa con piattaforma disposta longitudinalmente.

In Abruzzo lo chiamano travòcche. A Peschici e a Vieste esistono trabucchi forse funzionanti. A Ortona e lungo la costra abruzzese ce ne sono ancora. A Termoli addirittura uno di nuova costruzione.

A Manfredonia no. Ricordo che c’era uno all’esterno del molo di ponente. Evidentemente non era redditizio e fu smantellato negli anni 70, con la smania di togliere il vecchiume, distruggendo per sempre un pezzo di storia locale.

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Tòtere

Tòtere s.m. = Pannocchia

Specificamente si riferisce alla pannocchia di mais.

Il nome deriva da “tutolo”, che in italiano indica solo il torsolo legnoso della pannocchia del granoturco

Per assonanza, quelli che non parlano bene il dialetto, chiamano così anche il totano mollusco commestibile molto diffuso nei nostri mari, simile al calamaro. In questo caso si deve dire tòtene, non tòtere.

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Tòtene

Tòtene s.m. = Totano

Il totano (Illex coindetii) è un mollusco cefalopode dal mantello allungato a forma di sacco, dal quale sporge la testa con quattro paia di braccia ed un paio di tentacoli con ventose ed uncini.
Gli occhi sono in posizione laterale rispetto al capo.

Può essere facilmente confuso con il calamaro, dal quale differisce per grandezza ed inserzione delle pinne, che, in questo caso si dividono ai lati partendo dall’estremità del corpo, mentre nel calamaro occupano metà della lunghezza del mantello.

Il colore è marroncino arancio.

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Tórse

Tórse s.m. = Torso o torsolo

Intendiamo con tórse (anche tórze) propriamente il gambo dei broccoletti, dei cavolfiori, delle verze e delle cime di rape.
In italiano “torso” indica anche quello che rimane dopo aver sbocconcellato un frutto carnoso (mela, pera).

Usato anche metaforicamente per indicare una persona introversa, poco socievole, che non esprime mai pareri, e che perciò dà l’impressione di essere scarsamente spigliato o addirittura, falsamente, di essere tardo di comprendonio. Ora si dice “imbranato”

Insomma uno che non alcun valore, proprio come il torsolo non commestibile di una mela.

Aggiungo che da ragazzini, giusto per non buttare niente, ricuperavamo i torsoli delle cime di rape quando le nostre mamme le mondavano, e li mangiavamo crudi previa asportazione della buccia più coriacea…
Della serie: «la fame è una brutta bestia!»

Ringrazio il lettore Giovanni Ognissanti per il suo gradito suggerimento.

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Tòrce l’ùcchje

Tòrce l’ùcchje loc.id. = Spaventarsi, terrorizzarsi.

Alla lettera significa: Torcere gli occhi, volgere lo sguardo in alto, come accade involontariamente a coloro che stanno per svenire.

Questa locuzione, se è riferita ad un atto fisico, descrive un segno di imminente svenimento; invece, più verosimilmente, in modo figurato definisce sgomento, sbigottimento, raccapriccio per un avvenimento inaudito, quasi da lasciare in deliquio.

Stanòtte ‘u tarramöte m’ho fatte tòrce l’ucchje = Questa notte il terremoto mi ha terrorizzato.

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Tóppe-tóppe

Tóppe-tóppe inter. = toc-toc

È il suono onomatopeico che indica il bussare alla porta battendo le nocche delle dita piegate verso l’interno del palmo della mano. Se la “bussata” viene fatta familiarmente su una persona per richiamarne l’attenzione, si uniscono le cinque dita della mano contrapposte al pollice e si batte con le punte sulla sua spalla.

“Uhé, passe e nen me salüte?” = Ehi, passi e non mi saluti?

“Uhé, statte a sendì!” = Ehi, ascolta un po’!

Varia da dialetto a dialetto. I Napoletani dicono: Tuppe-tuppe,o tuppettù i Toscani tocche-tocche, ecc.

Mi viene a mente una canzoncina, un un po’ stupidotta, che imparai all’asilo; era ovviamente tutta in dialetto:

Tóppe-tóppe, chi jì alla porte?
Mariette o Giuliètte?
Stéche aspettanne da mèzz’orètte
in cammüse e in camicètte.

Sott’a l’arve d’i purtjalle
stöve ‘nu chéne ca faciöve: Bù bù!
Stöve ‘na jàtte ca faciöve: Gnà, gnà!
Mò ce l’è a düce a mamme e papà!

Può essere che i versi non siano proprio questi, o che quell’albero sia di castagne e non di arance… Ma, che volete, il ricordo è un po’ sbiadito e remoto, perché io, nonostante curi tuttora dentro di me il “fanciullino” pascoliano, ho lasciato l’asilo da molti decenni!

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