Stengené v.t. = Bastonare, percuotere
Ridurre a mal partito qualcuno a furia di percosse.
Probabilmente l’etimo deriva da l’ungiüne = uncino, sorta di verga con il manico a gancio, usato dai pastori per guidare le loro pecore al pascolo.
Stengené v.t. = Bastonare, percuotere
Ridurre a mal partito qualcuno a furia di percosse.
Probabilmente l’etimo deriva da l’ungiüne = uncino, sorta di verga con il manico a gancio, usato dai pastori per guidare le loro pecore al pascolo.
Stenecchjé v.t. = Sgranchire
Stiracchiare, distendere gli arti intorpiditi.
Cuchelècchje, fé ‘nu pìppete e ce stennècchje = Cocolecchia, fa un peto e si stiracchia….E’ solo questione di rima.
La lingua italiana ci offre come sinonimi una caterva di aggettivi: arrogante, immodesto, presuntuoso, superbo, tronfio, fanatico, gonfio, spocchioso, supponente, saccente, vanaglorioso, vanitoso, burbanzoso, orgoglioso, pretenzioso, sentenzioso, altero, altezzoso, sdegnoso, sprezzante, superiore, tracotante.
A noi Manfredoniani basta una sola parola per liquidare questo soggetto antipatico: steffüse, nel senso che lui ci ha stufato, che il suo atteggiamento ci procura un senso di disgusto. Come dire:stomachevole.
Ovviamente esiste il suo corrispondente al femminile: stefföse
Alla lettera significa “stare comodo”.
Essere ricco, agiato, benestante, proprietario di case, terreni e capitali.
Meh, benedüche tó sté còmete… = Beh, tu, fortunatamente, sei possidente…(e questi problemi non possono affliggerti come affliggono me).
Questo stare comodi è inteso anche figuratamente. Se chiamo qlcu in aiuto per terminare un lavoro, e costui non si muove, viene spontaneo dirgli:
Meh, tó sté còmete, stéje, nen tjine abbesügne! = Già, tu benestante sei, non hai necessità di lavorare né bisogni da soddisfare.
Questo detto, con valore di aggettivo, specificamente è riferito a persona, che è disposta ad appoggiare eventuali iniziative, idee, programmi altrui, libero da impegni, disimpegnato, a disposizione.
Quanne stéje a còmete, vjine a darme ‘na méne alla putöje = Quando sei libero, vieni a darmi una mano in bottega.
Se uno sente per la prima volta questa locuzione resta un po’ perplesso. A parte il fatto che in dialetto piombo si traduce chjómme…
Sté piòmbe è usato nel gergo dei giocatori di carte per indicare che non si ha un determinato seme, uno specifico “colore”. È una delle tante dichiarazioni che i giocatori di “Tressètte” hanno l’obbligo di esternare prima di iniziare a scendere le carte (Napluténe a còppe, piòmbe a ‘nu péle, quartolìsce..= Napoletana a coppe, privo di un seme, quartultima carta dello stesso seme, ecc…).
Io presumo che il riferimento sia il piombo della rete da pesca che va verso il fondo, al contrario del sughero che tende a galleggiare.
Quindi essere piombo, significa: vado a fondo, non ho mezzi per salvarmi.
Infatti, per estensione, se si voleva comunicare agli amici la lieta novella di essere “senza il becco di un quattrino”, si usava dire sinteticamente: stéche piòmbe (ovviamente a denére= a denari, non a bastoni…)
Ho usato il verbo oziare, ma la frase è bella forte! Scusate la scurrilità della locuzione. Ho solo riportato solo una frase del dialetto verace.
Traduzione letterale: stare con le mani sopra i genitali esterni femminili.
Quando qualcuna un po’ sboccata viene ripresa perché magari si attarda a sbrigare le faccende domestiche, risponde piccata:
N’jì ca stéche p’i méne söpe ‘u pecciöne! = Non sto qui ad oziare, ma sto lavorando sodo!
In italiano avrebbe risposto: “non sto qui a rigirare i pollici”, o “con le mani nelle mani”, oppure, alla maniera toscana di Panariello: “non si sta mica a pettinare le bambole”.
Grazie a Luigi per questo suggerimento.
Aver perduto il lavoro ed essere in attesa di procurarsene un altro.
Sembra che, usando questo termine “spàsse”, chi è senza lavoro se la goda al massimo e vada a zonzo tranquillamente.
Invece si dibatte in una situazione drammatica (da scale di Teresina), suo malgrado.
Sté ai schéle de Taresüne loc.id. = Trovarsi in condizioni precarie
Alla lettera significa: Stazionare sui gradini di Teresina.
La traduzione non significa nulla se non si conosce l’origine della locuzione.
Ci sono due “scuole di pensiero”
A) Dicono che tanti anni fa una Signora di nome Teresina faceva beneficenza alle persone bisognose che sostavano ai primi gradini della scalinata di casa sua (un po’ come ai tempi di oggi fa la Charitas diocesana che distribuisce dei pacchi viveri ai bisognosi).
Insomma la caritatevole Teresina donava loro degli alimenti ogni giorno. Era a suo modo un’autonoma “Assistente sociale” ante litteram.
La location è quel portoncino di fronte al Municipio vicino al Bar Centrale. Collocare con esattezza l’epoca in cui la Teresina in questione svolgeva la sua attività di benefattrice è difficile, e si perde nella notte dei tempi.
La locuzione ci è stata tramandata di generazione in generazione. Tant’è che io l’ho sentita da mio padre, classe 1901.
Calza bene il fatto di “stare alle scale di Teresina”, significa comunque trovarsi in cattive acque e pazientare davanti a quelle scale, con la speranza di ricevere un aiuto concreto dalla benefica Teresina.
Se nen ce stéme attjinde, jéme a fenèsce tutte quande ai schéle de Taresüne! = Se non stiamo attenti (con le spese domestiche o aziendali) andremo a finire tutti a chiedere l’elemosina!
B) L’amico Matteo Borgia (che ringrazio) mi ha fornito una seconda versione. La trascrivo integralmente, ritenendola ugualmente attendibile:
«Teresina era una signora che aveva una casa in piazza del Popolo (che allora si chiamava Piazza della Rivoluzione e prima ancora Piazza del Municipio), lungo corso Manfredi, sul lato sinistro andando verso il castello, quasi all’incrocio con via Arcivescovado. Davanti alla sua porta c’erano due gradini.
La piazza era il punto di ritrovo dei braccianti che chiedevano di poter lavorare alla giornata. Quando il curatolo (u curàtele), cioè il fiduciario del padrone dei terreni, decideva che era necessario assumere dei braccianti, un intermediario (u capuréle, il caporale) si recava in piazza e sceglieva le persone da avviare.
A volte, bastava uno sguardo o un semplice gesto col dito puntato: “Tó, tó e tó”. Chi non veniva scelto, non poteva far altro che aspettare il prossimo giro. Nell’attesa, per non lasciare la piazza e non perdere l’occasione, i braccianti disoccupati si sedevano alle scale della signora Teresina, da cui il famoso detto.»
Ringrazio Gigi Rubino per questa “imbeccata”.
Alla lettera significa star addosso addosso, nel senso di non dar tregua, opprimere, assillare.
Un po’ come l’italiano ‘stare alle costole’. Ossia seguire, osservare attentamente in modo che la persona presa di mira righi dritto, non sgarri nemmeno un tantino dalle intese, dalla sua condotta, dai suoi impegni.
Te péje ‘a chése? Stàlle ‘ngudda-ngudde! = (L’inquilino) ti paga (con regolarità e puntualità la pigione relativa al)la casa? Stagli addosso, non dargli tregua!
Un’espressione simile è cué l’àneme = “covare” l’anima. Covare come fanno i pennuti che si pongono sempre addosso alle uova senza lasciarle un solo istante.