Škaröle

Škaröle ( o škaróles.f. = Indivia

La verdura si suddivide in due specie principali, entrambe contraddistinte da un buon contenuto di vitamina A: l’indivia liscia e l’indivia riccia.

1 – la škaróle, propriamente detta (Cichorium endivia latifolium) ottima lessata e condita con un filo d’olio: leggera, dolce, decongestionante.
Il prodotto, in entrambe le specie, è costituito dal “cespo” e cioè dalla rosetta di foglie che coronano il brevissimo fusto e che nella fase di accrescimento si sovrappongono e si serrano in un grumolo, detto cuore, più o meno compatto.

 

2 – la škaröla rìcce (Cichorium indivia crispum), usata per lo più cruda, in insalata da sola o assieme a lattuga e ad alti vegetali

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Škardògne

Škardògne (o Šcardògne  sopr. 

Il nomignolo – anche nella sua variante Škardüne Šcardïne  – fu da alcuni bandisti affibbiato affettuosamente al sarto Francesco Paolo (detto Nicola) Scardino, suonatore nella Banda cittadina, acceso antifascista e di idee repubblicane.

In epoca mussoliniana, la Banda era chiamata a rendere solenne qualsiasi ricorrenza “patriottica”: Ogni volta si doveva eseguire obbligatoriamente la “Marcia Reale” e l’inno fascista “Giovinezza”.
Il nostro Nicola,  per coerenza, ogni volta si rifiutò di suonare questi pezzi inneggianti al Re e al Duce, invisi alle sue convinzioni, e per questo dignitosamente ripiegava sotto il braccio il suo flicorno.

Per questo suo atteggiamento incorse nei rigori degli intransigenti gerarchi locali.  Infatti fu più volte ammonito, poi malmenato con altri repubblicani, costretto a ingerire l’olio di ricino (simpatiche usanze dell’epoca), e addirittura mandato al confino come sovversivo.  (Notizie attinte dal libro di Franco Rinaldi “Il Concerto bandistico di Manfredonia”).

L’atteggiamento coerente di quest’uomo deve insegnare qualcosa ai nostri signori politici, che saltano disinvoltamente nei vari schieramenti, ma anche a noi, normali cittadini, uomini della strada.

Per la sua coerenza Scardino mi è estremamente simpatico, non lo nego, al di là di ogni credo politico. Un pensiero di  rispetto e di ammirazione mi sgorga dal cuore quando, andando a visitare i miei cari al cimitero, passo davanti al suo loculo e vedo questa foto sulla sua lapide.

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Škàppe

Škàppe s.f. = Papavero; Scheggia; Goccia

1) = Scheggia. Truciolo tagliente di legno che ferisce le mani di chi maneggia senza protezione oggetti non rifiniti, detta anche škappetèlle.
Può indicare in ebanisteria anche un rialzo di legno usato per livellare una sedia o un mobiletto che zoppica. Anche per chiudere una fessura in fase di restauro o di rifinitura di un mobile.

2) = Goccia. Usato nella locuzione škappe de sedöre = gocciole di sudore, anche figuratamente, per indicare la grande fatica sopportata per ottenere un risultato apprezzabile. Anche škappe de làgreme, per indicare grandi lacrime, nel senso di pianto dirotto o anche grandi pene sofferte in passato.
Equivale a sanghe e sedöre = sangue e sudore, o come disse Churchill: lagrime e sangue.

3) = Papavero. Fiore di papavero rosso selvatico (Papaver rhoeas) della famiglia delle Papaveracee, detto rosolaccio, abbondantissimo nei campi all’epoca della maturazione del frumento.

4) fino agli anni ’50, veniva usato škappe anche per designare una donna di facili costumi.

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Škanüje

Škanüje s.f. = Caldana

Sensazione improvvisa di calore al capo con arrossamento del viso e sudorazione.

Fenomeno fisiologico femminile dovuto alla menopausa.

Si manifesta anche anche ai maschi a seguito di un forte stato emotivo, di ansia, di incertezza, di paura..

Mamme m’ho ‘ccundéte ‘u sùnne ca ho fatte jèsse, e mo’,  škìtte ca pènze, me vènene ‘i  škanüje = Mamma mi ha raccontato il sogno che ha fatto lei, e ora solo che ci penso, mi stanno venendo le caldane

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Škanéte

Škanéte s.f. = Pagnotta

Impastare il pane si dice tembré.
Spezzarne delle parti per dividere la massa cruda dicesi škané ‘u péne (dal latino explanare ), ossia  spianare la pasta lievitata per fare le forme di pane.
Quindi il termine škanéte  significa letteralmente spezzata, tagliata.

Il termine “scanata” è usato anche in Sicilia, in Campania, in Basilicata e in Calabria.

La škanatèlle una una pagnotta di pane più piccola, del peso fino a un chilo. Un po’ per volta si è passati a dire pagnuttèlle.

Quelle “normali” arrivavano a pesare anche fino quattro kg.  In casa si impastava una massa enorme (anche di dieci kg) di farina, perché il pane era la base principale dell’alimentazione delle famiglie numerose.

Dalla pasta si ricavavano le varie pagnotte, 3 o 4. tagliandole, senza usare coltelli, ma mozzandole con le mani. Si riteneva che il freddo della lama potesse bloccare la lievitazione.

Non esistevano forni domestici, e per la cottura – anche di scavetatjille, rjanéte, puperéte, ecc. –  si ricorreva al forno pubblico alimentato a legna (Sfaìlle, Zappetèlle, Grasso, Ze Züje, Gambardella ed altri…)

Mi ricordo che, prima di introdurre il pane,  quando il forno era ancora in fase di riscaldamento, vi si cuocevano il “Tortanello” (una sorta di ciambellone di pasta di pane) e la “Pizza alla vampa” (focaccia semplice con pomodori olio e origano) che richiedevano pochissimo tempo di cottura.

Il rito della panificazione domestica ci permetteva  di gustare queste squisitezze molto prima dell’arrivo del pane .  Era un graditissimo… effetto collaterale.

In alcuni paesi dell’interno garganico, prima di infornare il pane, per provare se il forno era giunto a temperatura giusta, di poneva a cuocere un po’ di pasta lievitata. Si otteneva una specie di panino a ciabatta, detto ‘u perruzze o anche ‘a papòsce.  Questo termine designa ora una specialità offerta nei menu delle pizzerie locali.

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Škànde

Škànde s.m. = Spavento, paura.

Paura intensa e improvvisa provocata dalla consapevolezza o dalla sensazione di un pericolo o di un danno.

Agghje pegghjéte ‘nu škande = Ho preso uno spavento. (similmente si può dire: so’ škandéte, dai verbi škandév.t., škandàrecev.i., spaventare,spaventarsi

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Škamé

Škamé v.i. = Gemere, squamare

1) Škamé v.i.= Gemere, guaire di cani, cigolare di macchinario.

2) Škamé v.t.= Squamare, togliere le squame ai pesci prima della cottura.

Esempi di verbo intransitivo:

Fràteme ho škaméte tutte la nòtte p’u delöre du dènde = Mio fratello si è lamentato tutta la notte per il dolore del dente.

‘U cacciunjile škéme pecché ‘i töne ‘a féme = Il cagnolino guaisce perché ha fame.

‘Stu ljitte škìtte škéme = Questo letto cigola sempre.

 

Esempio di verbo transitivo:

Sepò, quann’jì ca škéme i sparrüne? = Sipontina, quand’è che squamerai gli spari?

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Škaffjé

Škaffjé v.t. = Schiaffeggiare

Colpire qlcu, preferibilmente sul viso, con il palmo della mano. Il colpo inferto con il dorso della mano, il manrovescio, si chiama
mappéle, mappelöne.

Se vènghe allà te škaffjöje = Se vengo costà di mollo uno (o più) ceffoni.

Quelli che non riflettono e parlano senza stile dicono: Mò venghe allà e te škàffe ‘nu škàffe. Sarebbe preferibile dire: te mènghe ‘nu škàffe, o anche te déche ‘nu škàffe. Tanto la sberla, fintantoché sta micacciandoo, è solo teorica…

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Škaffètte

Škaffètte s.f. = Corrispettivo straordinario in natura.

Alla fine di una battuta di pesca, i pescatori dipendenti, per antica consuetudine, si dividevano una parte del pescato, che andava in aggiunta alla paga pattuita.

Con questo termine, nato nell’ambiente marinaro, ora si intende qualsiasi sovrappiù, in natura o in denaro, che si è lucrato prestando la propria opera.

So’ jüte ajuté a cuggìneme a cògghje i pemedöre e me so’ abbuškéte ‘a škaffètte = Sono andato ad aiutare mio cugino a raccogliere i pomodori, ed ho guadagnato qualcosa per me (in denaro o in pomodori, indifferentemente).

Purtroppo il termine designa anche un’azione delinquenziale.

‘U sé quanda neguzzjànde pàjene ‘a škaffètte…= Chissà quanti commercianti pagano il “pizzo” ai malviventi…

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Škafaröje

Škafaröje (o šcafaröje) s.f. = Lemmo, vaso, contenitore.


Era un versatile vaso in terracotta, piuttosto grande. 
Aveva la forma di tronco di cono rovesciato.
Dalla base più stretta si allargava verso l’alto e formava un risvolto, cioè un bordo ingrossato che permetteva una facile presa.
La parte interna era smaltata, cosa molto apprezzata dalle nostre nonne perché facilmente lavabile.
Aveva le pareti e il fondo color pistacchio su cui presentava delle striature irregolari, come un reticolo color verde bottiglia.

Il nome deriva dal greco “Scaphe” che si traduce in vaso, tinozza.
Anche il latino ha adottato il greco. Infatti si indicavano “scaphat” i vasi in terracotta. 
In Campania è chiamata škafaréa, e in Sicilia scafarìa.

Era usata generalmente per contenere alimenti, per lavare le verdure, per salare le olive, per contenere la passata di pomodori, per far lievitare l’impasto delle pettole,  per conservare ortaggi nell’aceto (lambascioni, peperoni, ecc.) e anche per mettere i panni a bagno con la varichina, o per un mini bucato a mano.

La škafaröje standard aveva il diametro superiore di circa 60 cm. Quella di minore dimensione lo aveva  di circa 30 cm; e serviva principalmente a pulire il pesce, e veniva chiamata con un melodioso diminutivo ‘a škafarjèlle.

Se disgraziatamente il recipiente si rompeva, si ricorreva all’arte dell’ambulante conza-pjàtte.
Nell’immagine vedete una škafaröje riparata con dei “punti” di fil di ferro e sigillati con mastice bianco. 
Avete notato che ho usato i verbi al tempo passato. Infatti la plastica ha soppiantato completamente questi utilissimi contenitori.

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