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Assógghje

Assógghje s.f. = Subbia, Lesina

Il nome deriva dal latino sùbula.
Attrezzo manuale, acuminato e sottile, in uso dai calzolai e che simboleggia il loro stesso mestiere.
Viene usato per creare i buchi nel cuoio, nei quali si inserisce lo spago per cucire le suole e le tomaie delle scarpe.

La lesina – usata anche dai sellai – è composta da un grosso ago molto appuntito conficcato solidamente in un manico di legno tornito ben robusto.

A differenza del punteruolo (‘u puntarüle). che ha la punta in metallo diritta, la lesina (l’assógghje) ha la punta curva.
Alcuni modelli hanno, vicino alla punta, un foro, una cruna, che permette di usare la lesina come un ago.
 
Note linguistiche:
1-Alcuni tendono a dividere il termine, staccando parte iniziale ritenendola un articolo: la ssógghje oppure ‘a ssógghje.
2-Attenzione agli accenti! Se scrivo assógghje con la “o” recante l’accento acuto intendo la lesina; se la scrivo con l’accento grave assògghje significa sciogliere (un laccio, un nodo).

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Assücapanne

Assücapanne s.m. = Asciugapanni

L’assücapanne, altro oggetto caduto in disuso, era formato da una gabbia in legno a cupola,  con la faccia inferiore aperta che copriva il braciere, indispensabile per asciugare gli indumenti. Non lo vedono da molto tempo nelle case, ci dicono dalla compagnia zippyshellcolumbus.com, che sono stati a lungo impegnati nella delocalizzazione.

Era intesa anche come una protezione a salvaguardia dei bimbetti che sgambettavano per casa, per evitare, come purtroppo accadeva, che cadessero nel fuoco della carbonella e si sfigurassero la faccina.

Esistevano anche quelli di ferro costruiti dai nostri bravi artigiani. Decisamente più robusti e più efficaci specie nella funzione secondaria di barriera anti bambini.

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Assuzzé

Assuzzé v.t. = Uguagliare, appianare, livellare

Da questo verbo deriva l’aggettivo sùzze (←clicca) = uguale nel  raffronto tra due o più soggetti.

Per esempio:  tagliare dei paletti di una recinzione tutti alla stessa altezza.
Oppure recidere i gambi dei fiori, nel comporre un mazzo, per pareggiarli nella parte terminale.
O anche livellare le asperità di una qualsiasi superficie (un campo o un pavimento o una panca).

Usato ironicamente assuzzé significa  rimpinzarsi. Insomma assumere un cibo dapprima ritenuto eccessivo per la capacità ricettiva del proprio stomaco, ma poi compiacersi per l’avvenuta degna collocazione.

Stamatüne me sò assuzzéte döje farréte! = Stamattina mi sono collocato due farrate (…nello stomaco)!.

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Attandé

Attandé v.t. = Tastare, toccare

Toccare con le dita, tastare qualcosa per scoprirne la consistenza, la forma, la temperature. Un’azione tipica dei non vedenti.

Attàndeme ‘mbrònde! Tènghe ‘a fröve? = Tastami la fronte! Ho la febbre?

È usato nella forma riflessiva attandàrece = toccarsi, sfiorarsi, tastarsi.

La locuzione attandarece ‘u nése = toccarsi il naso, è solo figurativa: non c’è alcun bisogno di portare la mano sul naso! Infatti essa significa: regolarsi, non eccedere, mantenersi entro i limiti della buona creanza, essere riconoscenti, ricambiare una cortesia, controllare la propria condotta, ecc.

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Attandüne (all’)

Attandüne (all’) avv. = A tentoni, alla cieca

Si usa l’avverbio “all’attandüne” per indicare l’avanzamento al buio, tastando con i piedi o con un bastone il terreno o lo spazio davanti a sé per accertarsi dell’assenza di ostacoli.

In italiano si dice “camminare tentoni (o a tentoni)” oppure “camminare testoni” ed è usato, anche in senso figurato, come sostituto del bel sinonimo “brancolare”.

In dialetto l’avverbio deriva da (clicca—>) attandé = tastare, toccare

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Attrasséte

Attrasséte s.m. = Arretrato

Deriva dallo spagnolo atrasar = ritardare.

Riferito specificamente a somme dovute o liquidate con ritardo.

Tènghe da pajé angöre tre müse d’attrasséte = Devo pagare ancora tre mesi (di pigione) d’arretrato.

Il termine è desueto. I giovani di oggi che hanno tutti frequentato la scuola dell’obbligo, usano il simil-italiano “arretréte

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Atturrande

Atturrande agg. = Imbroglione, lestofante, mascalzone, impostore.

Un termine un poco usato dai giovani, sinonimo di ‘mbrusatöre, o di ‘mbrugghjapùrche‘mbrugghjöne,, insomma un aggettivo attribuito ad un soggetto che è meglio tenere alla larga.

Ringrazio il lettore Giuseppe Ciani per avermelo segnalato ed altri informatori per avermelo confermato.

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Avedènze

Avedènze s.f. = Retta, udienza, ascolto, credito

Ber brevità a volte viene pronunciata adènze più aderente al latino audentiam da cui sicuramente deriva.

Infatti nel Sud Italia, con tutte le sua varianti e inflessioni (adenze, arenze, addenza, addenzia) si diffuse la locuzione  audentiam orationi facio, ovvero “gestire l’attenzione degli uditori a un discorso”, dalla quale si pensa derivi nel suo senso principale di attenzione.

Generalmente si usa nella locuzione negativa nen dé avedènze = non dar retta, non dar ascolto.

Nota linguistica.
Voglio evidenziare una particolarità del nostro dialetto: nel coniugare un verbo all’imperativo negativo, si usa una costruzione molto particolare. Cioè si usa la negazione + il verbo al participio passato.

FORMA POSITIVA FORMA NEGATIVO
Parle = parla nen parlanne =non parlare
Mange = mangia nen mangianne = non mangiare
Dà avedènze = dai retta nen danne avedènze = Non dar retta

Insomma quel non parlanne, alla lettera si tradurrebbe «non (essere) parlante» Infatti i Baresi dicono nen si parlanne.

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Avì ‘ngramme

Avì ‘ngramme loc.id. = afferrare.

Accettabile anche la pronuncia avì ‘ngrambe.

È una minaccia esplicita, una promessa di vendetta (o di giustizia) verso qualcuno che è sfuggito al momento ad una meritata punizione.

Come dire: «Prima o poi ti avrò sotto le mie grinfie, e allora non mi potrai più sfuggire.»

Chiaramente noi umani non abbiamo zampe con artigli come i felini, ma l’idea che la preda non potrà scampare è metaforicamente ben resa.

Mò ca t’agghje ‘ngrambe te fazze a ‘n’öre de notte
= Quando ti avrò a tiro non ti darò scampo.(Clicca qui)


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