Sfajìlle

Sfajìlle s.f., sopr. = Scintilla.

Piccolo frammento di materia incandescente. Si ottengono sfajìlle per esempio, quando si accendono i carboni vegetali per farne brace.

Quelle del ferro arroventato al calor bianco nella forgia del fabbro sono bellissime: appena il ferro rovente è posto sull’incudine e riceve sapienti colpi di martello per la lavorazione, ne sprigiona una cascata sfriggolante.

I nostri nonni dicevano sfascìdde. Il termine si è, diciamo, ingentilito perché sembrava troppo rustico. Come desciüne, divenuto dejüne o cavàdde, diventato cavalle.

Il lettore Leonardo Esposto afferma che il soprannome Sfajille appartiene alla sua famiglia da molte generazioni. Il noto forno di sfajille era ubicato in Via Campanile ed ha cessato la sua attività nel 1982.

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Setuéje 

Setuéje v.t. = Collocare, situare

Ammesa la forma breve setué.

Porre, mettere in un determinato luogo, in un certo modo, collocare, posare, sistemare.

Scherzosamente si usa questo verbo per significare divorare un cibo abbondante senza fare sforzi, o bere abbondantemente una bevanda alcolica.

Mattöje ce ho setuéte ‘nu litre de vüne = Matteo ha collocato (nello stomaco, ovviamente) un litro di vino.

Apprüme m’agghje setuéte ‘na mezza sìccia chjöne, e döpe so’ scennüte = Prima ho “sistemato” (dentro di me) mezza i seppia ripiena, e poi sono uscito.

Altro sinonimo: attunné = arrotondare, arrotolare, appallottolare qlco da mangiare voracemente.

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Sèttebarjille

Sèttebarjille s.m. = Settebello, sette di denari

Nel gioco della scopa e dello scopone, il sette di denari o, nelle carte francesi, il sette di quadri, che ha valore di un punto.

Sèttebarjille, secondo me, era una versione da ragazzini, chiamato anche, sempre nel linguaggio fanciullesco, ‘u sèttegerjille. Ma gli adulti, riuniti nel bar a giocarsi la birra, lo chiamavano semplicemente sètte a denére = sette di denari.

In lingua italiana il Settebello indica anche un tipo di elettrotreno di lusso che negli anni Cinquanta faceva servizio sulla linea Milano–Roma, così chiamato originariamente perché costituito da sette vagoni, e successivamente per sottolinearne il successo.

Inoltre nel linguaggio giornalistico, il Settebello designa la squadra nazionale di pallanuoto maschile.

Infine il Settebello era il nome commerciale di un contraccettivo meccanico a barriera (insomma un profilattico, un preservativo, un condom) prodotto dalla Hatù, nella linea Durex.

In dialetto è valido solo nella prima versione, ossia il sette di denari. A Matera lo chiamano Prucenìdde, ossia Pulcinella.

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Setèlle

Setèlle s.f. = Buratto, vaglio


Utensile costituito da una rete tesa su un cerchio di materiale rigido.

La setèlle è usata in ambiente domestico per separare la farina dalla crusca e dal cruschello prima della panificazione, o semplicemente a togliere qualche impurità nel macinato..

Ritengo che l’etimo sia abbastanza chiaro. Le maglie strettissime della rete del vaglio sono formate da fili metallici così sottili da far pensare a fili di seta.

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Setàcce

Setàcce o setazze s.m. = Setaccio

Tipo di vaglio, generalmente di latta, usato per separare la polpa del pomodoro dai semi e dalla pellicina.

Era come una alta pentola con tanto di manici, dal fondo bucherellato e con un bordo inferiore sporgente per agevolarne l’appoggio su un altro recipiente.

Si azionava con il palmo della mano spingendo contro il fondo bucherellato i pomodori semi bolliti

Poi furono messi in commercio quelli di alluminio. formato da due pezzi come ‘u mbulenatüre. Difatti in casa mia l’oggetto aveva questa duplice funzione.

Ora esistono le comodissime macchinette manuali passa legumi, usate come passa salsa, che evitano alle nostre mamme di scottarsi le mani, ma consentono la preparazione dell’impagabile sugo di pomodoro fresco e basilico.

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Sèsse

Sèsse s.f. = Sàssola o sèssola

Nulla a che vedere con il sesso!

La sàssola o sèssola è quella grossa cucchiaia rettangolare, in legno o plastica, che serve a svuotare le imbarcazioni dall’acqua.

Quando esistevano i negozietti di generi alimentari che vendevano la merce sfusa, era usata per raccogliere il riso, la farina, lo zucchero, la pasta corta dai loro contenitori e trasferirli sulla bilancia.

Allora tutto si vendeva sfuso. Ovviamente questa sèssola era più piccola e di alluminio. Forse la usano ancora i negozi di torrefazione che vendono il caffé in grani.

La prima cosa che vedemmo confezionata in pacchi di carta translucida da mezzo chilo, fu la pregiatissima pasta “Sovrana”, del “Premiato Mulino e Pastificio D´Onofrio & Longo” di Manfredonia.

Purtroppo il “nostro” caro Mulüne andò distrutto in un incendio.

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Serràcchje

Serràcchje s.m. = Saracco

Sega a mano generalmente di forma trapezoidale, lunga max cm 60, con una corta impugnatura anatomica fissata ad un lato della lama.

Quello che è al centro della foto è detto “saracco a costa” perché presenta il lato superiore rinforzato per dargli maggiore rigidità e precisione nell’eseguire il taglio. È usato dai costruttori di cornici che si avvalgono di apposite guide, dette “dime”, per i tagli precisi a 45°.

Una curiosità va detta su questo attrezzo: alcuni musicisti virtuosi, con il saracco usato come uno strumento musicale invece che come sega, riescono a cavare delle melodie dal timbro simile a quello dell’ukulele, la famosa chitarra hawaiiana.

Il “violinista” afferra la sega dal manico con la sinistra, la poggia in posizione verticale contro il pavimento, spinge la lama verso il basso in modo che, piegandosi, descriva una “C” e, usando con la destra l’archetto del violino sulla parte non dentata della lama, ottiene un suono lungo e modulato e vibrato.

Più la lama è piegata, più il suono è acuto. Bisogna essere bravissimi a saper calcolare di quanto deve curvare e rilasciare la lama per ottenere le note giuste. Vi assicuro che il risultato è sorprendentemente accattivante.

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Serpànde

Serpànde s.m. = Serpante

Attenzione, non è un errore di battitura, non si tratta di “serpente”.

È un termine un po’ curioso, noto solo a coloro i quali hanno prestato servizio militare in Marina.

Viene così chiamato il Marinaio addetto alla pulizia dei locali igienici sulle navi. Insomma, dato che è un servizio sgradevole, viene imposto come punizione a qualche giovanotto che manifesta spirito bollente, giusto per dargli una calmata e fargli apprezzare la disciplina militare.

A nessuno piace pulire i cessi!

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Sèrchje

Sèrchje s.f. = Ragade, serchia

Piccola lesione della pelle o delle mucose in forma di fessura; si sviluppa sul capezzolo, nell’ano, sulle labbra o anche sulle mani esposte a lungo al freddo o ad agenti chimici aggressivi.

Agghje tucchéte ‘u ggìsse e mo’ tenghe i sèrchje ai méne
= Ho toccato la scagliola di gesso, e ora ho le ragadi alle mani.

I nostri contadini chiamavano sèrchje anche le spaccature riscontrate nei terreni incolti o a maggese.

Il carissimo dott. Matteo Rinaldi – co-autore con Pasquale Caratù del notissimo pregiato Vocabolario del nostro dialetto – mi suggerisce una intuitiva locuzione sostantivata:
«Sèrchje alla chépe locuz. sost.f. corr., med. = Idrocefalo.
Aumento dei diametri del cranio dovuto a tumore o a condizione che aumentano o bloccano la circolazione del liquor, per cui le suture craniche si distanziano (come se si aprissero). Condizione che trasforma il cranio nelle stesse condizioni della pelle quando va incontro alla sèrchje.  Si spiega così il perché di questi due accostamenti.»

Insomma qualsiasi fenditura, piccola o grande era detta sèrchje.

Cercando in rete ho scoperto che il termine deriva dal latino serculam.

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Sepundüne

Sepundüne agg. n.p.= Sipontina

Come aggettivo significa chiaramente: che provenie da Siponto, che appartiene al territorio di Siponto, che è nativo/a di Siponto.

L’aggettivo sostantivato diviene nome proprio di persona (scusate se ripasso un po’ di grammatica) Sipontino e ancor di più Sipontina. È un nome molto familiare per noi Manfredoniani. Forse in questi ultimi decenni un po’ di meno, sostituito con i nomi in voga nei vari anni: Flora, Patrizia, Francesca, Chiara, Alessia, ecc.

La Sipontina per antonomasia è la splendida statua lignea della Vergine seduta sul trono, ad altezza intera, con il Bambino poggiato sulle sue ginocchia, ricavato da un unico tronco d’albero, risalente al secolo XI la bellezza di mille anni fa!

La Sipontina è ritenuta la più antica statua lignea di Maria fra quelle esistenti in Puglia.

Il simulacro di questra Madonna è amatissimo da tutti i Manfredoniani. È stata alloggiata per secoli nella cripta della Basilica di S-Maria Maggiore di Siponto, dove ora campeggia una foto a grandezza naturale. Qui è stata conservata fino al 1970 Fu poi trasferita in Cattedrale per evitare un nuovo trafugamento da parte dei ladri d’opere d’arte su commissione, come è avvenuto per la Madonna di Pulsano nel 1966..

Alcune leggende sulla Sipontina ci sono state tramandate di generazione in generazione.
Una di queste racconta del suo trafugamento da parte dei Turchi nel notissimo saccheggio del 1620. La statua, durante l’allontanamento da Manfredonia su una delle galee degli islamici, vomitò proprio come accade alle persone che soffrono di mal di mare. I Turchi per lo spavento la gettarono in mare. La statua, galleggiando, fu prodigiosamente sospinta del mare fin sulla riva di Siponto. Fu rinvenuta da alcuni pescatori e venne riposta nella sua abituale cripta.

È detta anche “Madonna dagli occhi sbarrati”. Gli occhi sbarrati di Maria sono dovuti, secondo la credenza popolare, all’orrore di quello che hanno “visto” nei pressi della sua dimora di Siponto: un esecrabile episodio di stupro.

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