Seppònde

Seppònde s.f. = Puntello, supporto, sostegno

Elemento di sostegno, usato in edilizia per puntellare una parete, quindi una superficie verticale.  Generalmente sono di legno e vengono sagomate a seconda della necessità (come nella foto).

Specificamente un paletto che sostiene una parete, un piano di legno, una cassaforma, o uno scavo instabile.

Per sorreggere i solai, quindi piani orizzontali, attualmente sono usati puntelli metallici tubolari telescopici, cioè estensibili a cannocchiale, per adattarli all’altezza voluta.

È proverbiale una specie di dialogo, in un italiano incerto. Si voleva initare il teatrino delle marionette che si svolgeva negli anni ’50 nel mitico ‘baraccone’ di Don Giovanni, dov’è ora il Montepaschi, ove si rappresentavano le storie cavalleresche (La chanson de Roland)

Un Paladino diceva, rivolto a Carlo Magno: “Sire, il ponte trabbaléscia!” (traballa, è instabile).
Risposta immediata: “E mettici una sippònda!” (un puntello).

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Sènza-càzze

Sènza-càzze sopr. = Evirato, senza pene

Un soprannome praticamente destinato a cessare per…mancanza di discendenti.

Divertente il commento di Lino Brunetti: « Io ricordo un accanito tifoso della squadra del Manfredonia che, non so per quale motivo o ragione, era chiamato Gerjille sènza càzze = Ciro l’evirato.  Gridava spesso dalla gradinata lato Tommasino e la sua voce era sempre riconoscibile.  Faceva spesso battute spiritose che provocavano ilarità, ma su una battuta creava risate sommesse e imbarazzate: “Arbitro! Ce ha’ rótte ‘u càzze!“»

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Senza maškere ‘mbàcce

Senza maškere ‘mbàcce loc.id. = Senza maschera in faccia.

Non siamo in tempo di Carnevale.

Agire senza maschera sul volto significa comportarsi viso aperto, senza sotterfugi, lealmente, schiettamente.

Non vale la pena di nascondersi dietro un dito quando si agisce lealmente.

Giuà, te vògghje parlé senza maškere ‘mbàcce: quìddi solde ca t’agghje ‘mbrestéte mò m’abbesògnene a me! = Giuovanni, ti voglio parlare schiettamente: quei soldi che ti prestai ora mi necessitano.

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Senéle

Senéle s.m. = Grembiule

Indumento indossato, specialmente da chi cucina, per coprire la parte anteriore di un abito, dal petto o dalla vita in giù, per proteggerla dallo sporco.

Anche i fabbri adoperano un grembiule di tela spessa o addirittura di cuoio, per ripararsi dalle faville della forgia. Più specificamente è detta vandöre. (←clicca)

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Sendìrece n’ate e tante

Sendìrece n’ate e tante loc.id. = Sentirsi rinati

Un modo simpatico di esprimere una sensazione di benessere, come se si fosse rinati dopo uno stato di torpore, di stanchezza, di abbattimento fisico o anche morale.

Me sò fàtte ‘na lavéte de fàcce, e mò me sènde n’ate e tànte = Mi sono rinfrescato il volto ed ora mi sento rinato.

Ce l’àgghje dìtte quàtte ‘nde la fàcce e mò me sènde n’ate e tànte! = Gliene ho cantate quattro in faccia, (finalmente) ed ora mi sento pienamente soddisfatto!

Dopo un lauto pranzo, tanto per fare un altro esempio, specie dopo aver atteso a lungo di poter mangiare, è logico che uno si senta ‘n’ate e tante = “un tantino” soddisfatto.

Ecco quel “tanto in più”, che dà il senso di appagamento, traduce bene la locuzione nostrana.

Come assonanza, n’ate e tànte– si avvicina all’italiano “altrettanto” ma esprime ben altra concetto.

Come in tutti i dialetti meridionali, il gruppo “nt” si sonorizza in “nd”. Perciò nella parlata corrente quel tànte = tanto, suona tànde.

Meh, mò me sènde n’ate e tànte. = Bene, ora sono pienamente soddisfatto!

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Sendenzjé

Sendenzjé v.t. = Maledire

Si può usare anche la locuzione Mené ‘a sendènzje = Lanciare una maledizione, invocare la cattiva sorte sulla testa di un avversario.

Si sendènzje non a caso. Ovviamente la maledizione è mirata contro qlcu che si è comportato molto male verso colui che, per reazione, lancia la sendènze.

Praticamente gli augura tante ‘belle cose’: rovina, disdetta, calamità, disgrazia, iattura, abominazione, ecc. ecc. Magari specificamente si predice il genere di guai che, di volta in volta, si sceglie per la rovina del contendente…

L’ho menéte ‘e sendènzje ca ce uà da vènne ‘a chése = Gli ha lanciato una maledizione (a causa della quale) deve vendersi la casa (per tamponare le conseguenze dei numerosi guai che gli capitaranno inevitabilmente a breve).

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Sendènze

Sendènze s.f. = Maledizione

È ammessa anche la pronuncia sendènzje.

Non ha nulla a che vedere con il termine simile italiano “sentenza”.

La sendènze è un’invocazione di male, di sventura su qcn. o qcs..

Molto temuta dalla maggior parte delle persone che avevano avuto un diverbio.

Roba che ora ci fa sorridere…Difatti qualche progressista dell’epoca coniò un proverbio sulla sendènzje grosse.

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Séme-cjirchje

Séme-cjirchje s.m. = Semicerchio

Si riferisce al finestrino semicircolare posto sopra l’architrave dell’uscio di casa.

Lo chiamavano semicerchio anche se aveva la classica forma rettangolare.

Veniva protetto con rete anti mosche, da sbarre di ferro anti ladri, e da vetrinette interne anti freddo.

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Semblecöne

Semblecöne  agg. = Sempliciotto.

Persona con atteggiamenti ingenui, poco accorti, talora indisponenti.

Appare nei momenti più impensati con una battuta fuori luogo o con pretese inaccettabili.

D’addjì ca vöne ‘stu semblecöne? = Da dove viene questo personaggio strano?

Assemègghje proprje a ‘nu semblecöne = Sembra proprio un fessacchiotto.

Viene usato anche per definire uno spilungone dinoccolato.

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Sèmbe de füle

Sèmbe de füle loc.avv. = Continuamente

Espressione che designa un’azione senza soluzione di continuità, senza soste, che procede ininterrottamente.

‘Stu pùrche cuškejöje sèmbe de füle = Questo maiale (nel senso di persona sporcacciona) scorreggia continuamente.

Scusate l’esempio un po’ volgare, è il primo che mi è venuto in mente: che sia una rivelazione freudiana del mio inconscio scorreggione?.

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