Scàmbe

Scàmbe s.m. = Scampo

Scampo (Nephrops norvegicus)

Crostaceo con corpo allungato e tubulare, di colore arancio.

La parte anteriore è costituito dalla fusione testa-torace ricoperta dal carapace. La parte posteriore (addome) è costituita da 6 parti mobili terminanti a coda a ventaglio.

Ha due chele lunghe e sottili.

Ottimo in umido quale componente della zuppa di pesce.

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A jallüna muffarde jéve a’ mègghja sorte

A jallüna muffarde jéve a’ mègghja sorte

La gallina sciattona ha la sorte migliore.

Ossia: ad una ragazza trascurata il destino stranamente riserba l’uomo ideale  (ricco, bello, premuroso, fedele, ecc.).

Anticamente le mamme facevano di tutto per insegnare alle loro figlie a diventare delle ottime donne di casa addestrandole ad essere linde, servizievoli,  (‘a pulezzüje de’la chése ) a saper cucinare, stirare, rammendare, ecc., per essere di gradimento per il loro uomo, che di solito , nella fantasia delle mamme doveva essere ricco nobile e bello.

Si mormorava questo detto quando capitava che siffatto uomo si innamorava di una ragazza che non ne voleva sapere di fare la vita di casa.

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Scambé

Scambé v.i. = Cessare, uscire illeso, salvarsi.

Specificamente si riferisce alle precipitazioni atmosferiche (pioggia, grandine, neve) che cessano, che hanno termine, o quanto meno che calano di intensità

Chjöve angöre? No ho scambéte = Piove ancora? No, ha cessato.

Aspettéte ca scàmbe e po’ ve ne jéte = Aspettate che cessi (la pioggia) e poi potrete andarvene.

Etimo: spagnolo escampar; latino ex-campo .

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Scalvacché

Scalvacché v.t. = Scavallare

Scalvacché ‘i jàmme = scavallare le gambe, riportare le gambe accavallate in posizione parallela.

Me vògghje fé scavalché ‘u njirve = Mi voglio far scavallare il nervo (che mi provoca dolore muscolare)

Vedere Ngalvacché

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Scalöne

Scalöne sopr. = Scalone

Grande scala a pioli, per potare gli alberi di ulivo o anche ampia gradinata.

Mi hanno chiesto: “Scalöne? ma non era il soprannome della famiglia Racioppa?”

Sì, in effetti, ma non del ramo dei Racioppa i fabbri.

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Scaleméte

Scaleméte agg. = Scalmanato

In italiano l’aggettivo si riferisce qlcu che si butta con foga a fare qlco con un comportamento esagitato ed eccessivo.

In dialetto si riferisce specificamente solo al modo di mangiare con avidità e ingordigia, in fretta e senza soste, come se si fosse affamati molti giorni.

Insomma non è per niente calmo.

Presumo che scaleméte deriva da “scalmo”, caviglia di ferro piantato sul bordo di un battello a remi per servire di appoggio o di punto fisso al remo. Io immagino che ‘scalmanato’, inteso come sostantivo, sia quel rematore così esagitato da far sfilare i remi dagli scalmi del suo natante. Ovviamente prendetela con le pinze, perché l’etimologia da me attribuita al termine è del tutto fantasiosa e priva di ogni fondamento filologico.

Mi piace tuttavia immaginare una persona che non vede l’ora di toccare terra con la sua barchetta, e dà di remi con tutte le sue forze per giungere a casa a riempirsi lo stomaco…

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Scalefé

Scalefé v.t. = Riscaldare

Scaldare, rendere caldo qlco.

Scàlefe ‘i maccarüne de mezzjurne, ca me li mange mo’= Riscalda i maccheroni di mezzogiorno, ché me li mangio adesso.

Mìtte a scalefé ‘stu vòmere = Metti ad arroventare questo vomere (nella forgia del fabbro)

Famme scalefé mbacce ‘a stüfe, ca me fé frìdde. = Lasciami riscaldare vicino la stufa, ché ho freddo.

Scaturito dallo spagnolo escalfar con diretta derivazione dal latino excalfacere = riscaldare.

Coniugato in forma riflessiva è scalefàrece = Riscaldarsi

 

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Scagghjùzze

Scagghjùzze s.m. = Polenta fritta, con neo dialetto:”scagliozzi”.

scagghjuzze
(foto ilSipontino.net)
Si tratta di polenta, lasciata raffreddare, tagliata a fette della grandezza di una scatola di fiammiferi, e fritta in abbondantissimo olio di oliva.

Prodotto tipico pugliese, diffuso principalmente della Daunia e della Terra di Bari.

Le frittelle risultano croccanti all’esterno e morbide all’interno.

Si mangiano calde generalmente durante l’inverno.

Una volta i ragazzini le vendevano per le strade, tenute al caldo in un contenitore di latta con coperchio a sportellino incernierato, specie durante il periodo di carnevale.

Ricordo il loro grido: Scagghjùzze càvede uhé, scagghjùzze càvede e grùsse, uhé! = “scagliozzi” caldi, ohé, “scagliozzi” caldi e grossi ohé!”

I Baresi ritengono che si debbano chiamare “le scagliozze”, al femminile; secondo loro i Foggiani (e tutti i Dauni) si sbagliano.

Ma che ce frega, sono tanto gustosi, specie quando si mangiano belli caldi, che chiamarli in un modo piuttosto che in un altro è un fatto assolutamente trascurabile!

Negli ultimi anni, dopo un inspiegabile abbandono, c’è stata una riscoperta e fortunatamente ora si trovano tutto l’anno nelle pizzerie e nelle rosticcerie, per la gioia di tutti, Manfredoniani e no.

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Scacchjatjille

Scacchjatjille s.m. = Giovanotto di primo pelo

Giovane in pubertà 16 o 17enne, che si crede di essere già adulto, e si comporta in modo innaturale: a quell’età è ancora goffo, con le braccia lunghe e il torso e la voce da adolescente, la barba che non vuole decidersi a spuntare, i peli sul petto che sono miserevolmente rimasti al numero di quattro…

Insomma un mezzo disastro, spesso deriso dalle compagne coetaneee, che a 17 anni invece hanno già completato il loro sviluppo corporeo, tettine, fianchi ecc. tutto al loro giusto posto…

Il bello è che il giovane in esame vuole comportarsi come uno grande: fuma, fa il duro con i deboli e il debole con i forti (il bullo, per intenderci), ma è sempre un pivello, uno scacchjatjille!

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