Mò la bòtte

Mò la bòtte o anche mò jì la bòtte loc.id. = È ora il caso, adesso cade a proposito,

La sintetica locuzione letteralmente significa: adesso (è opportuno citare) la battuta = ora viene a proposito una battuta.
Corrisponde anche a: decètte códde ‘na vòlte = Disse quel tale una volta…

Si usa anche, con lo stesso significato, la locuzione: ‎mò ‘u fàtte = adesso (si verifica) il fatto (già da tutti conosciuto) e anche quànne düce = quando dici (una cosa e poi accade veramente).

Significa che, mentre si parla, si indica una citazione, si richiama un proverbio, si nomina un riferimento, si menziona un modo di dire ben noto agli interlocutori, ecc., che avvalori in quel momento le proprie argomentazioni.

A chése de puverjille, mò la botte… = A casa di poverelli, come si dice…(nen mànghe ‘nu stuzzarjille = non manca un tozzo di pane). In questo esempio si evidenzia che a casa nostra, c’è sempre una tangibile accoglienza per chiunque venga a trovarci.

È un intercalare simpaticissimo.

Mio padre a volte riferiva: mò la bòtte, accüme decette ‘u caföne, Pulecenèlle, Màste Giüre, ‘u škattamùrte, ecc. = come disse il contadino, Pulcinella, Mastro Ciro, il becchino,ecc…… e giù una spiritosa battuta conclusiva.

Fazze tande e, mò la bòtte, me tröve senza njinde = Faccio di tutto e, come disse il poverello, mi trovo senza nulla.

Qualche buontempone pronunciava: Mò jéve la bòtte = Ora (tu) prendi una sberla, facendo scansare il suo vicino tutto allarmato dalla minaccia.

Sempre citando qualcosa di noto, la frase viene sintetizzata, senza collocazione del tempo: ‘a botte du ciócce, alla vecchjéje cacciàtte ‘u trótte = come l’asino, che alla vecchiaia (dopo una vita di flemma) iniziò ad eseguire il trotto.
(Citazione di Enzo Renato)

Sono esempi e paragoni uniti prevalentemente a voci proverbiali.

Filed under: MTagged with:

Mo ce sfrjiche!

Mò ce sfrjiche loc.id. = Mi stai scocciando

Mo’ ce sfrjiche! = Espressione (volgare) di stizza che si indirizzava – dopo aver dapprima ostentato una certa indifferenza, e molto autocontrollo – verso qlcn che si comportava da inveterato, pedante, inopportuno, insopportabile, e reiterato rompiscatole (Giuà, mo’ ce sfrjìche!! Si’ pròpete ‘nu checa-cà’***! = Giovanni, mi stai importunando, sei proprio un seccatore!).

Il senso era di rinfacciare allo sfrontato interlocutore d’essere colui che viene a “rompere le scatole” proprio quando si è intenti – diciamo così – a compiere qualcosa di estremamente interessante…

Era così diffusa l’invettiva, che si lanciava anche sottintesa con un monosillabo accentato, ben chiaro e comprensibilissimo dalla controparte: “ …Sfrjì!…”

Immaginate quando qualcuno vuol fare un discorso serioso in un gruppo di amici. Minimo si sente dire, quale immediato commento, magari a mezza voce: “Sfrjì!”… In questo caso scoppia una risata (o una rissa, dipende dall’affiatamento del gruppo).

Ovviamente era prevista la risposta del soggetto preso di mira: “Ma pròprje!” (oppure: “ma pròpete!”), nonché la contro-risposta, articolata in una micidale alternativa. O si lanciava di nuovo lo: “Sfrjì!”, oppure si porgeva un grazioso e gentile invito, una speranzosa richiesta: “Pùrte a sòrete, ca stéche prònde!….”

Sulle note della marcetta di Stanlio e Ollio addirittura si cantava l’intero repertorio: “Mo’ ce sfrì/ma pro’/mo ce sfrì/ma pro’/purteme a sòrete/ca stéche prònde!”

Insomma il “dialogo” così codificato sovente andava sfociare in un’inevitabile colluttazione (vé a fenèsce a taccaréte), e perciò era consigliabile non lasciarsi andare troppo su questa china.

Fortunatamente questa “moda” è passata in disuso verso il 1960.

Filed under: MTagged with:

Mò  avv. = Adesso

Dal latino “mox” (presto, adesso) oppure dall’avverbio/congiunzione latina “mŏdŏ” (col significato di adesso).Mox, sinonino di brevi tempore = in breve tempo.

Apprüme nen te lu vulöve düce, ma mò te lu düche: quande sì stóbbete! = Prima non te lo volevo dirlo, ma adesso te lo dico: quanto sei stupido!

E tóje mò te ne vjine? 
= E tu adessi te ne vieni?

Il simpatico monosillabo mò si presta benissimo a combinarsi con verbi, avverbi, preposizioni ecc. per dar vita a simpatici concetti sintetici:

Da mò = Non da ora, ma da tanto tempo che si è completato un evento o che è avvenuta un’azione attesa .

Mò jéve! = È passato molto tempo da quando….come il precedente.

Mò mò o anche momò = Appena un attimo fa, o anche, per rispondere a qlcu che chiama, un attimo, sarò là fra breve.

Prüme de mò = Immediatamente! (prima di adesso)

Pe mò o anche pemmò = Per ora.
Detto con cipiglio, significa anche: che questo ti serva da lezione!
Pronunciato alla fine di una “lezione” con relatived sberle o di un “cazziatöne” il bisillabo è quasi una minaccia: per ora basta così, ma sappi che ce n’è una scorta (di sberle o di rimproveri) per te per ulteriori necessità varie ed eventuali.

Filed under: MTagged with:

Mmucché

Mmucché v.t. = Rovesciare, inclinare, piegare..

Rovesciare, far cadere qlco che era ritto, come una pila di libri, una bottiglia.

Si usa anche nella forma intransitiva di mmuccàrece = Inclinarsi, rovesciarsi.
Anche la Torre di Pisa sté ‘nu pöche mmucchéte = è un po’ inclinata.

Mantjine bùne ‘stu stepètte, ca se no ce mmòcche = Reggi bene questo armadietto, altrimenti si rovescia

C’jì mmucchète ‘u bucchjire e c’jì jettéte l’acque = Si è rovesciato il bicchiere e esi è versata l’acqua.

Nota al plurale si sarebbe pronunciato ‘i becchjire = i bicchieri. L’articolo ‘u = il influenza il nome seguente per un fenomeno linguistico chiamato metatesi.

Filed under: MTagged with:

Mmìdje

Mmìdje s.f. = Invidia

Dolore per il bene altri. E’ uno dei vizi capitale. Sentimento di astio, ostilità e rammarico per la felicità, il benessere, la fortuna altrui

Ora i ragazzi che hanno frequentato le scuole dell’obbligo, magari dicono ‘nvìdje, ma non è vero dialetto.

Poiché sono due versioni omofone, si potrebbero usare due grafie diverse: la ‘mmìdje o l’ammìdje

Filed under: MTagged with:

Mmè

Mmè pron.pers. = Me

Forma tonica del pronome di prima persona che sostituisce “io” con funzione di complemento.

A mmè me l’ha’ da düce! = A me lo vieni a dire? (proprio a me che so tutto).

Quann’jì ‘na cöse demmìlle a mmè ca jüje ‘u sàcce accüme agghj’a fé = Quando è (che accade o ti occorre) qualcosa, dimmelo (rafforzativo: a me), perché io so come agire.

M’ànne menéte ‘a bòtte a mmè = Mi hanno dato la colpa (rafforzativo: a me). Mi hanno incolpato.

Filed under: MTagged with:

Mjizze-quìnde

Mjizze-quìnde s.m.  = Ettogrammo

Letteralmente significa mezzo quinto, ossia un decimo (di chilogrammo o di litro).

Si usa anche dire mjizze quìnde per etichettare una persona minuta, gracile, con voce querula e scarsa.

Insomma una cosina di poco peso.

Filed under: MTagged with:

Mjizze-cüne

Mjizze-cüne s.m. = Mezzo chilo

Nel sistema metrico decimale è una unità di peso sottomultiplo del kg, del valore di 500 g

Se una seppiolina pesa 350 g si dice ‘nu quinde e mjizze e cenguanda gramme (calcolo mentale rapido 200+100+50).

Filed under: MTagged with:

Miškammìške

Miškammìške s.m. = Miscuglio, accozzaglia, guazzabuglio

Mescolanza confusa e disordinata di elementi disparati.

Per estens.: insieme di persone di condizione, di estrazione differenti.

Figuratamente: accostamento, mescolanza disordinata e confusa di concetti o idee contrastanti.

Agghje accumenzéte a parlé e pò agghje fatte ‘nu miškammìške… = Ho cominciato a parlare, e poi ho detto un guazzabuglio di idee disordinate.

Deriva dal verbo Mešké (o meškéje): mettere insieme, combinare, fondere, miscelare, mescere, mescolare.
Alla lettera: mischia-mischia.

Nota linguistica:
Il segno š – usato nell’alfabeto dagli Scandinavi (es. Škoda), ha il suono dell’italiano sc(di scena, non di scarpa). I Francesi lo rappresentano con ch (change), i tedeschi con sch(schnell), gli Inglesi con sh (sheriff).

Filed under: MTagged with:

Miseröre

Miseröre s.m. = Miserere

Si tratta dell’incipit del Salmo di Davide n. 51, un salmo penitenziale molto sentito dai fedeli anche dai non cattolici.
Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam” (“Pietà di me, o Dio, secondo la tua grande misericordia”).

La tradizione cristiana pone questo Salmo nella veglia funebre e nella liturgia dei Defunti.

Nella prima metà del scorso, data l’ignoranza del volgo, questa parola era intesa come indicativa dell’ora della morte.

Quando qualcuno era in fin di vita lo si descriveva colpito dal “miserere”.

Madonne möje, coddu pòvere Mattöje, nen ge pötete cchjó arrecògghje sté p’u Miseröre! = Madonna mia, quel povero Matteo non riesce a riprendersi da questo male!

Talvolta, non solo a titolo di cronaca, si usa il termine miseröre per indicare che qualcuno è già passato a miglior vita.

Infatti se si augura la morte di qualcuno – cosa abominevole in ogni caso, anche se questi fosse il nostro peggior nemico – gli si lancia l’improperio:
T’àgghja venì a candé ‘u Miseröre! = Verrò io a salmodiarti il Miserere [sopra la tua bara, come fa l’officiante prima della sepoltura della salma….]

Lo so che ci gratificherebbe talora lanciare questa invettiva verso qualche specifica persona, augurandoci di vederla in posizione orizzontale, ma non si fa!

Con questo termine si designava anche una malattia dolorosissima e spesso mortale, un tumore o una  occlusione intestinale. Insomma non c’era nulla da fare se non salmodiare il Miserere.

Filed under: MTagged with: