Mangiatòrje

Mangiatòrje s.m. = Cibo

Generalmente con il termine maschile ‘u mangiatòrje si intende una gran quantità di cibo disponibile in occasione di un banchetto, di una festa, un rinfresco nuziale.

Au spusalizzje ce stöve ‘nu sorte de mangiatorje = Alle festa di nozze c’era una gran quantità di vivande.

‘Stu càzze penze sèmbe au mangiatòrje = Questo simpaticone pensa sempre al mangiare.

Scherzosamente mia suocera diceva tappelatòrje. Il mangiare tappa lo stomaco?

Da non confondere con il femminile ‘a mangiatöre = la mangiatoia

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Mangiàrece ‘u péne tùste

Mangiàrece ‘u péne tùste loc.id. = Fare esperienza, pratica, tirocinio.

Ce n’uà mangé de péne tùste! Ecco una bella locuzione idiomatica per additare un pivello che vuole atteggiarsi a matacöne, scafato, scaltro, esperto.

La locuzione, alla lettera, significa: se ne deve mangiare di pane duro.
Insomma, mangiàrece ‘u pene tùste, figuratamente, significa: ne deve passare di tempo per fare esperienza, di vita e di lavoro per arrivare ad un buon grado di conoscenza del proprio mestiere.

Dovranno passare anni e anni prima di essere all’altezza di questa situazione. Il soggetto additato dovrà nutrirsi di pane e stenti, e poi forse potrà parlare con cognizioni di causa.

Quando una volta il pane si faceva in casa, doveva durare minimo una settimana, e perciò – dal momento della sfornatura – ogni successivo giorno diventava sempre più duro e bisognava mangiarlo così fino alla prossima panificazione. Si mangiava praticamente pane duro quasi tutti i giorni.

A proposito di pane duro, mi è stato raccontato che quando arrivava il pane fresco, un papà accorto lo chiudeva a chiave nello “stipone”, e non lo faceva mettere a tavola fintantoché non fosse terminato quello della settimana precedente.

Ho chiesto incuriosito la ragione, oggi incomprensibile, di questo severo atteggiamento paterno. Ebbene la risposta è stata sorprendente: quando è fresco si consuma in quantità maggiori rispetto alla quota giornaliera prefissata, e perciò la provvista di farina si sarebbe esaurita anzitempo.

Il pane è sacro. Se sbadatamente ne facevo cadere un pezzo sul pavimento, mia madre mi obbligava a raccoglierlo e a baciarlo prima di mangiarlo.

Vallo a raccontare ai giovani d’oggi…

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Mangiandùrce

Mangiandùrce sop.= Che mangia i troccoli

Mangione di troccoli, la tipica pasta fresca pugliese.

Gli piacevano i troccoli. Beh? Mica solo a lui.

E a mè ca me piàcene ‘i recchjetèlle?

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ĺsele

ĺsele s.f. = Isola

Porzione di terraferma circondata completamente dalle acque del mare o del lago.

So’ stéte all’ĺsele deTrèmete: quante so’ bèlle! = Sono stato alle Isole Tremiti: come sono belle!

Alla Pógghje sté ‘na massarüje ca ce chiéme “l’ĺsele” = Nella Puglia piana c’è una fattoria che si chiama “L’Isola degli Ulivi

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Imbrònde

Imbronde avv. = immediatamente

Usato nella locuzione avverbiale all’imbronde = all’istante, senza perdere tempo.

Una risposta data all’imbrònde denota intelligenza, prontezza, vivacità intellettiva, spirito, umorismo, sarcasmo. Immaginate voi un uomo politico con queste doti? Io ho i miei dubbi che esistano. Fate i nomi se credete di smentirmi!

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Imbègne

Imbègne

Imbègne s.m. = impegno

Vincolo morale, obbligo che si stabilisce con il proprio prossimo.

Me so pegghjéte l’imbègne e l’agghja fé = Mi sono preso l’impegno, e lo devop fare.

Una delle poche parole dialettali che conservano la i iniziale. Di solito cade: per esempio il verbo impegnare si traduce in ‘mbegné

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Lu sazzje nen cröde au dejüne

Lu sazzje nen cröde au dejüne

La persona sazia non considera di chi è digiuno.

Egoismo, insensibile al disagio altrui.

Notate che il termine dejüne è diverso da quello più antico, desciüne, usato ora solo dagli anziani.
La versione desciüne si avvicina molto al francese jeûne (privation de nourriture = mancanza di nutrimento).

Ho ancora nelle orecchie la frase di un amico che raccontava di una sua disavventura ed era comblétamènde desciüne = digiuno da molto tempo.

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Scàlfete cüle, scàlfete frègne, alla fàcce de chi ho mìsse i lègne.

Scàlfete cüle, scàlfete frègne, alla fàcce de chi ho mìsse i lègne.

Si attribuisce questo Detto ad una donna che davanti al focolare si compiacque del suo stato di benessere.

Scaldati culo, scaldati f***, alla faccia di chi ha messo la legna.

Si ottiene un beneficio, e invece di essere grati alla persona generosa, la si deride sfacciatamente.

Il mondo spesso va in direzione opposta alla logica.

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Sàzzje jì lu majéle! ‘Ngrasse ‘u cüle e nen fé méle

Sàzzje jì lu majéle! ‘Ngrasse ‘u cüle e nen fé méle

Sazio è il porcello! Ingrassa il culo, e non fa male.

In verità il termine iniziale di questo detto sarebbe Sònze, ma non so trovargli un significato plausibile e penso che sia una deformazione di Sàzzje.

È una “giaculatoria” che la neo mamma recitava al suo pargoletto quando, dopo avergli somministrato il latte, sentiva provenire dal figlio un sonoro ruttino.

Ecco un altro detto, recitato dopo un singhiozzo del poppante:

Sàzzje jì ‘u purcellózze, c’jì anghjüte ‘u vudeddózze = Sazio è il porcellino, si è riempito il budellino.

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Sande Lavrjinze, amànde de frustjire

Si vocifera che il nostro Santo protettore, San Lorenzo Majorano, Vescovo di Sipontum nel V secolo, ossia vissuto qui 1500 anni fa, prediliga accordare i suoi favori ai forestieri piuttosto che si Manfredoniani. D’altronde egli stesso, forestiero perché turco, nativo di Costantinopoli, si “affermò” proprio qui a Manfredonia…

‘U Napluténe jì venüte a Mambredònje p’i pèzze ‘ngüle…Ah, Sande Lavrjinze!… = “Il Napoletano” è arrivato a Manfredonia con le toppe sul fondello dei pantaloni calzoni (era poverissimo, e qui si è arricchito) Ah San Lorenzo..(tu prediligi i forestieri e trascuri i Manfredoniani, che razza di protettore sei?).

Si dice altresì anche che chiunque mangi la rüche de Sepònde = la ruchetta selvatica di Siponto (un po’ come accade a quelli che gettano una moneta nella Fontana di Trevi a Roma), siano destinati a tornare a Manfredonia, e con l’aiuto di Sande Lavrjinze, a restarvi definitivamente.

Senza scomodare i Santi, io sono convinto che la fortuna arrida agli audaci. Se un forestiero viene a Manfredonia e si installa con un’attività commerciale o artigiana, o professionale in genere, lo fa perché è dinamico, ha iniziativa, voglia di agire. In un luogo ove i nativi sono forse un po’ troppo apatici è ovvio che faccia fortuna.
Il merito va dato all’uomo intraprendente, non al Santo.

Comunque si vede che i Manfredoniani hanno confidenza con il loro Protettore, tanto che scambiano il gesto benedicente della sua mano destra con un “outing” della sua golosità, facendogli dire che aveva fatto fuori un paniere di trecento fichidindia! M’àgghje mangéte trecjinde fechedìnje!. Non penso minimamente che sia un’espressione blasfema, bensì una umanizzazione di un Santo, nostro amico, che ci confida la sua umana debolezza verso un prodotto locale.

Comunque se volete approfondire la conoscenza del nostro Patrono, cliccate qui:
http://www.santiebeati.it/dettaglio/91920 o anche su: http://it.wikipedia.org/wiki/San_Lorenzo_Maiorano

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