Maciöre 

Maciöre s.f. = Muretto di pietre a secco

Muretto costruito con sassi sovrapposti, ben assestati e incastrati, eretto senza uso di malta.

Tipici del sud Italia e nelle isole. Li ho visti anche in Abruzzo. Quelli siciliani hanno tutti la cimasa, cioè una modanatura curva e sporgente, a forma di sguscio, sempre di pietra modellata. Questa rifinitura, impedendo agli agenti atmosferici di penetrare nel corpo del muretto, ne prolunga la durata.

Wikipedia dice che esistono anche in Irlanda e che erano in uso nell’antica Roma col nome di murus gallicus.

Normalmente segnano i confini tra i vari campi o oliveti o terreni appartenenti a proprietari diversi. Sono anche usati nei terreni scoscesi, come muri contenitivi dei terrazzamenti.

Esistono da secoli, e resistono nonostante gli innumerevoli terremoti susseguitesi negli anni.

Regno incontrastato di lucertole e chiocciole.

Il dialetto questa volta è più ricco dell’italiano che non ha un termine specifico per definirlo.

Nelle zone garganiche è chiamata macére.
L’assonanza con il termine italiano “macerie” non tragga in inganno. Se un muretto crolla significa che non fu costruito a regola d’arte.

Curiosità:
Con questo stesso sistema (cioè senza uso di leganti)  in Puglia furono costruiti i Trulli, in Sardegna  i Nuraghe. Esistono a secco anche delle piccole costruzioni rurali usate per ripararsi e per custodire attrezzi agricoli dette in Puglia pagghjére, e in Sicilia pagghiaru.

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Macenatüre

Macenatüre s.f. = Molitura, tariffa per la macinazione

1 – Insieme delle operazioni della macinazione, specialmente riferito alla molitura del frumento.

2 – La tariffa stabilita dal mulino per la macinatura.

Fa venire a mente la famigerata tassa sul macinato, imposta sulla macinazione del grano e dei cereali in genere, ideata, tra gli altri, da Quintino Sella nel 1868, al fine di contribuire al risanamento delle finanze pubbliche.

Essa causò moti di piazza sfociati anche nel sangue. Fu finalmente abolita nel 1880.

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Maccatüre

Maccatüre (o muccatüre)  Fazzoletto da naso

Termine che deriva dall’arabo maqdar, ci è pervenuto o attraverso lo spagnolo  mocador – che significa appunto fazzoletto da naso –sostantivo del verbo mocar  (soffiarsi il naso), a sua volta dal latino muccus.

Si tratta specificamente del fazzoletto da naso, per distinguerlo da quello usato per coprire la testa che si chiama propriamente ‘u facciulètte.

Le mamme per far pulire il naso ai loro marmocchi li incitavano: Vüte ca tjine ‘u mócche appüse? Sciósce mamme, sciósce jìnde’u maccatüre! = Vedi che hai il muco che cola, soffia, bello di mamma, soffia dentro il fazzoletto!

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Maccaröne

Maccaröne s.m. Pasta alimentare; Ghiozzo; Sempliciotto.

Generalmente il sostantivo è usato al plurale: ‘i maccarüne.

1) I maccheroni sono un tipo di pasta alimentare ottenuta impastando solo semola di grano duro e acqua.  Conditi in vari modi rappresentano un piatto tipico della cucina italiana.
Noi comunemente intendiamo una varietà  a forma di cannello cavo, piuttosto lungo (gli ziti), o anche fatta in casa usando un ferretto a sezione quadrata (clicca→ Mèzze-fainèlle).
In Abruzzo vengono chiamati Maccheroni alla chitarra certi spaghettoni (a sezione quadrata, somiglianti ai nostri “troccoli”), fatti in casa adoperando un telaio con tanti fili tesi a distanza pre-determinata. L’impasto, passando sopra la “cordiera”, viene tagliato con l’aiuto di un matterello.

Sentite cosa scrive l’Enclopedia Treccani: «forse dal greco μάκαρ (leggi màkar), ossia “beato”, epiteto che si dà ai morti: in origine si sarebbe indicato con questo nome un cibo che si consumava nei banchetti funebri.»
Insomma il nostro a bbun’àneme.

2) Pesce di scoglio dalla pelle scura, piuttosto comune in Adriatico (Ghiozzo niger o Ghiozzo paganellus). Facile da catturare. Una frittura di maccarüne è veramente molto invitante.

Nel Barese lo chiamano Goggione, Gobbione o Babbione, in Romagna Paganello, nel Napoletano Mazzone.
Tutti sinonimi di fessacchiotto.

3) Come aggettivo quindi vale sciocco, credulone, babbeo, tontolone, sempliciotto.

Giuà, sì pròprje ‘nu maccaröne = Giovanni, sei proprio un fessacchiotto

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Maccàgne

Maccagne s.f. = Bonaccia

Totale assenza di vento. In italiano si dice bonaccia morta, così in dialetto è maccàgna morte e in tempi più recenti anche bunazza mòrte.

Gergo marinaresco. La bonaccia, nei tempi in cui la marineria si muoveva solo con trazione remo-velica, era temuta come la tempesta.
La prima perché non consentiva l’uscita per la battuta di pesca, né tantomeno il rientro a terra.
La seconda perché metteva a repentaglio la vita stessa dell’equipaggio.

Derivazione probabile dalla fusione di manganze (mancanza, assenza) e da majagne (magagna, carenza). Non ci giurerei su questa mia intuizione, come sempre. Ci sono fiori di linguisti che ne sanno molto più di me.
A voi la parola!

Un vecchio pescatore nonagenario ha sollevato un distinguo: maccagna morte indica la totale assenza  di vento, ragion per cui il mare è liscio come l’olio.  Invece con la bunazza morte il vento è appena appena percettibile ma non ha energia per gonfiale le vele, e il mare è lievemente increspato.

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Macàcche

Macàcche sopr. = Macchinista-meccanico

Può essere una storpiature, o una deformazione di ‘macchinista-meccanico’, per canzonare i Montanari che usano termini come macanìste e macàneche.

Può significare anche: qlcu non molto grazioso, goffo e simile ad un Macaco (Macacus rhesus), scimmia nota perché su di essa furono condotti gli esperimenti per determinare il fattore RH del sangue umano.

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Lupüne

Lupüne s.m. = Lupino

È una pianta annuale che attecchisce, grazie alla sua straordinaria adattabilità a terreni difficili, dove le altre leguminose falliscono.
Conosciuta fin dall’antichità nel bacino del Mediterraneo.

I lupini coltivati in Europa appartengono a tre specie: lupino bianco (Lupinus albus), lupino giallo (L. luteus) e lupino blu o azzurro (L. angustifolius).

Come tutti semi delle leguminose, quelli di lupino sono ricchi di proteine (fin oltre il 35%) anche se non privi di vari inconvenienti. Infatti essi contengono alcaloidi amari e/o velenosi che devono essere eliminati mediante prolungato lavaggio perché possano essere adoperati nell’alimentazione umana o animale.

I lupini, assieme ai semi di zucca, ai ceci arrostiti, alle fave abbrustolite, alle castagne lesse, erano venduti in cartocci di carta davanti ai cinema, ed erano noti anche con la voce generica di salatjille o spassatjimbe.

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Luöre

Luöre  agg. = Vero

Che corrisponde alla realtà, alla verità, che è effettivo, reale.

Te sì accòrte ca quànne parléme ‘ndialètte allunghéme ‘i paröle? Veramèeeeende? Sìììì, jì luööööre!… = Ti sei accorto che quando parliamo in dialetto allunghiamo le parole? Sul serio?…Sììììì, è veeeeero!

– Jì luöre ca te sì accattéte ‘na chése? – Sì, jì luöre, agghje fatte ‘u dèbbete alla Banghe. – E bréve a jìsse! = È vero che ti sei comprato un appartamento? Sì, è vero, ho contratto un mutuo con la Banca. Sei stato inaspettatamente bravo.

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Lunghètte

Lunghètte s.f. = Ago da reti

Ago da reti, è chiamato lunghètte perché è lungo e adatto a raccogliere le maglie rotte nell’operazione di rammagliatura (‘ngunacchjé o accumacchjé i rüte = rammendare le reti).

Viene chiamata anche lenguètte, per la sua lamella centrale per il suo aspetto piatto e sottile.

Si tratta di un attrezzo usato per rattoppare e rammagliare le reti da pesca. Generalmente è fatto a mano con legno di olivo, che è elastico e resistente. Credo che ora siano di plastica.
La parte superiore termina a punta e quella posteriore a coda di rondine.
Il filo viene passato tra il sostegno, la linguetta [ricavata incidendo il corpo della lunghètte tanto da formare un lungo “dente”] e la parte inferiore mediante numerosi avvolgimenti e viene rilasciato man mano che si procede alla rammagliatura della rete in riparazione.

Esiste anche quella metallica, formata da un’asticciola di ferro di circa 15 cm, con le due estremità terminanti a forchettina a due rebbi. Il filo è avvolto dall’una all’altra estremità, a matassa.

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Lunedì de Sepònde

Lunedì de Sepònde avv. = Lunedì in Albis

In tutta Italia il Lunedì di Pasqua, detto familiarmente Pasquetta, viene dedicato tradizionalmente ad una scampagnata. Dopo l’inverno le prime giornate tiepide di primavera invogliano a stare all’aperto.

Il lunedì dopo Pasqua, per antonomasia, si chiama de Sepònde = di Siponto, perché per secolare tradizione, quel luogo così prossimo a Manfredonia, era ed è raggiungibile a piedi.

La visita alla Madonna era un irrinunciabile dovere spirituale Poi il resto della giornata era dedicata allo svago.

I ragazzotti si avventuravano a Škòppe – come veniva anche identificata Siponto – fin dal mattino, con un fagottino contenente un paio di fette di pane ed una frittatina premurosamente preparata dalla mamma, e una bottiglietta di acqua. Anche le donzelle, doverosamente accompagnate da qualche zia adulta, si portavano nella pineta di Siponto. Qualche giovanotto portava anche una fisarmonica… In questa atmosfera bucolica sbocciavano anche tenerissimi idilli e giuramenti d’amore.
Insomma una cosa schietta e all’insegna della serenità.

Le persone più anziane che non volevano rinunciare alla tradizione si servivano di una delle carrozzelle pubbliche, che allora fungevano da taxi a trazione animale, che sostavano in attesa di clienti vicino al binario tronco della ferrovia a Manfredonia-Città.

A Siponto, prevedendo l’arrivo della gran folla, si installavano di buon ora, nei pressi della Basilica, gli immancabili venditori di noccioline e gassose, nella speranza di fare lucrosi affari. In un periodo con scarsa moneta in tasca non credo che facessero quei grossi guadagni sperati….

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