Jammarjille

Jammarjille s.m. = Gamberetti di scoglio

Il gambero pescato in mare aperto ha una taglia media di 10 cm, ed il corpo a forma cilindrica, rivestito da una corazza non molto coriacea, che durante la crescita cambia diverse volte per ricrearne una nuova.

Esistono circa 30 mila specie di gamberi in tutto il mondo.

I gamberi del genere Palaemon(Palaemon serratus eealaemon elegans), conosciuti col nome comune di gamberetti di scoglio, sono crostacei più piccoli, dalle abitudini soprattutto notturne, sebbene sia facile trovarne anche di giorno sollevando pietre o nelle pozze di scogliera.

I palaemon sono dei gamberetti generalmente molto ricercati gastronomicamente sia dagli uomini che dai pesci!  Difatti i pescatori dilettanti li catturano col retino, pochi per volta, allo scopo di usarli come esca.

Un tipo di gamberetto diffuso è detto mazzancolla (Penaeus kerathurus).

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Jamére

Jamére agg. = Amaro

Amaro, che ha sapore contrario al dolce, come la china, il fiele, il caffé non zuccherato.

Mel Bar Monticchio, entro barcollando un tizio mezzo ubriaco, e per farsi passare i fumi dell’alcol, dietro consiglio di un amico, ordinò in italiano: “Ciccillo, per piacere, fammi un caffé tutto jamaro!”. Beh, non è italiano “jamaro”?

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Jallìcchje

Jallìcchje s.m. = Spicchio

Ciascuna delle parti staccabili, avvolte da una sottile pellicola, di cui è costituito il frutto degli agrumi.

In italiano il sostantivo “spicchio” indica anche ciascuna delle parti di cui, in numero variabile, è composta  la testa dell’aglio.

È detta “spicchio” anche una fettina di agrume tagliata  con il coltello a disco o a semicerchio, usata dai pasticcieri e dai barman  a scopo aromatico e decorativo.

In dialetto invece il termine è molto specifico, ossia indica lo spicchio naturale, avvolto nella propria pellicina, così come appare nella prima foto sotto il titolo.

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Jalle 

Jalle s.m. = Gallo, galletto

Dicesi anche  o jallócce o jaddócce.

Uccello domestico, maschio della gallina, con grande cresta e piumaggio vistoso specialmente nella coda.

Modo di dire, riferito ai Foggiani, che festeggiano il 15 agosto: Sanda Marüje ‘nu jallócce a tèste = Santa Maria, un galletto a testa. Non si bada a spese!

In tempo di ristrettezze, un pollo a testa era ritenuta una biasimevole enormità.

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Jalètte 

Jalètte s.f. = Mastello, bigoncio

Recipiente di legno a fondo piatto, composto da doghe, di cui due sporgono in alto e sono forate per permettere l’inserimento di un bastone o di una corda al fine di facilitarne il trasporto.

Era anticamente usato nelle campagne per attingere l’acqua dal pozzo, o per la mungitura o per la vendemmia. Fu usato anche in marineria.

Per uso “cittadino” esistevano dei secchi di ferro zincato, meno rozzi, per sollevare l’acqua piovana dalle cisterne di accumulo, le cosiddette pesciüne con suono simile a piscina.

Con l’avvento dell’acquedotto, negli anni ’30, si adoperavano per trasportare a braccia l’acqua attinta dai vicini fontanini pubblici fino in casa. Poche abitazioni avevano l’allacciamento idrico.

L’avvento della plastica (Moplen) ha fatto definitivamente scomparire dalla circolazione questo utilissimo oggetto. E anche il  simpatico nome.

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Jalé

Jalé v.i.= sbadigliare

Atto respiratorio involontario che consiste in una lenta e profonda inspirazione a bocca aperta.

Si sbadiglia a causa del sonno o della noia o della fame.

Una delle prime regole di educazione che mi hanno inculcato: quando si sbadiglia bisogna portare la manina alla bocca!

E pecchè? Ca se no trèsene i mosche! = Perché? Altrimenti entrano le mosche (in bocca)

Originariamente dal latino halitus, poi halare [sbadigliare] dallo spagnolo alear

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Jalandöme

Jalandöme s.m. = Galantuomo

Uomo onesto, corretto, di parola.

Generalmente jalandöme è usato in antifrasi (enunciato usato ironicamente con un significato contrario a quello suo proprio) per indicare eufemisticamente un figlio un po’ scapestrato, malazzjunande, che probabilmente compie cattive azioni.

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U vasce Jaiténe

U vàsce Jaiténe

Il Detto completo è: Te ne vjine pe ‘sti vasce Jaitéme…= Te ne vieni (con questo modo di agire, come quello del) basso Gaetano…

È un simpatico modo di dire che cita un tizio di nome Gaetano e piuttosto basso di statura.

Costui era all’apparenza un bonaccione ma sotto sotto un furbetto che cercava di trarre vantaggio di ogni circostanza. Agiva ma senza esporsi troppo.

Insomma non era troppo volpigno, ma calmo e dolce faceva i fatti suoi.

Con questo detto si vuole avvisare l’interlocutore ca “qua nessuno è fesso”! Che si è scoperto il gioco, e che è meglio troncare ogni altra mossa, tanto non ci ricava nulla.

Il detto completo potrebbe essere: Te ne vjine per ‘stu vàsce Jaiténe, e me vù freché gióste a me? = Te ne vieni con questo tuo modo mellifluo e vuoi imbrogliare proprio me?

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Jaiténe

Jaiténe n.p. = Gaetano

Riprende il soprannome etnico, e poi nome personale latino, di Caietanus, “abitante, oriundo di Gaeta” (in latino Caieta), che nel dialetto dei Laconi significava “luogo cavo” per la collocazione naturale della città.
L’onomastico è tradizionalmente festeggiato il 7 agosto in memoria di s. Gaetano di Thiene (Vicenza), morto nel 1547.

Come molti nomi e sostantivi che in italiano iniziano con la G, nel dialetto perdono la lettera iniziale o la mutano in J (ad es.: uande, Jennére, jatte, uadagné, jàmme= guanto, Gennaro, gatta, guadagnare, gamba). Vedi “Ortografia e fonologia” in home page e anche ‘U vasce Jaiténe

Come diminutivo generalmente si pronuncia Tanüne = Tanino. In tempi relativamente più recenti si è usato Gaitanüne, come il mio carissimo amico Gaetanino Novellese, scomparso pochi anni fa.

Al femminile di solito è Tanèlle.. Anche Gaitanèlle è accettabile, quantunqua sia una forzatura, perché è pronunciato con la G iniziale, contro le regole antiche del dialetto. Ritengo che i nomi moderni femminili come Tiziana, Cinzia, Monica, Veronica, Alessia abbiano soppiantato del tutto il tradizionale Gaetanella.

Ho sentito che ad una bimba è stato affibbiato il nome di Rocchina e ad un’altra di Briseide, la schiava di Achille…Ma non era più musicale il nome Gaitanèlle?

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Jagnéle

Jagnéle s.m. = Molare

Ciascuno dei denti masticatori dell’uomo o dei mammiferi; nell’uomo, sono i tre denti inferiori e superiori in fondo e ai due lati alla bocca.

Me so’ teréte ‘nu jagnéle = Mi sono cavato un molare.

Vale sia in senso materiale, con un intervento del dentista, sia in senso figurato per indicare che si è sostenuta una grossa spesa.

In italiano un costo esorbitante (ex orbita, fuori dall’orbita oculare) viene definito “un occhio della testa”.

Qualcuno, sull’esempio del napoletano “te sciacque ‘na mòla”, di fronte au preventivo esoso di spesa, dice l’antìfrasi: mo te sciàcque ‘nu jagnéle = ora ti lavi un molare, spendi poco (cioè al contrario…)

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