E dìlle candànne!

E dìlle candànne! loc.id. = Sii esplicito

E dillo cantando (il fatto)!

Non c’è bisogno di avere una bella voce: qui non si tratta di cantare…

La locuzione suggerisce di non far ricorso a sotterfugi o a perifrasi.

Quello che devi dichiarare o chiedere, esponilo chiaramente!

Sènza ca féje tanta giüre: e dìlle candanne! = Senza che fai tanti giri (di parole): ma parla chiaro!

Tjine ‘stu sorte de ruspe: e dille candanne! = Hai questo grande cruccio: confidati, esponi le tue reali intenzioni!

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E che jà jèsse, de fjirre? 

E che jà jèsse, de fjirre? loc.id. = E che, debbo essere di ferro?
Ammessa anche la versione: e che, àgghja jèsse de fjirre?

Questa esclamazione è ricorrente quando si esprime il limite della condizione umana di fronte ad eventi ritenuti insormontabili.

Un esempio: quando ci si trova davanti ad un lavoro immane: E che jà jèsse, de fjirre? = E che sono fatto di ferro? Come potrò mai affrontare questa fatica?

Un modo divertente è capitato di recente.
Una persona si è imbattuta assieme ai suoi amici in una vistosissima ragazza procace, con le curve al punto giusto e tutto il resto ben evidente: e che jà jèsse, de fjirre? = io sono fatto di carne, in questa stagione con gli ormoni galoppanti: come faccio a resistere di fronte a tale prorompente sex-appeal? La cosa potrebbe riuscire solamente se io fossi fatto di ferro, cioè di materia inanimata e resistente e temprata…Ma io sono fatto di carne, e la carne è debole!

Mirabile sintesi del dialetto: poche parole hanno espresso magistralmente tutto il pensiero che voi pazientemente avete letto dopo il segno =!

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Dušké 

Dušké v.intr. = Dolere, bruciare

Avvertire dolore bruciante, specie da ferita, lancinante.

Me so’azzuppéte! Me dóške de chjó ‘u spìrete ca m’a mìsse e no la botte che àgghje pegghjéte = Mi sono ferito! Mi duole più l’alcol che ho usato per disinfettare che il colpo che ho preso.

Il verbo dušké deriva dal latino de+ustulare = bruciando bruciante.

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Dïce paröle

Dïce paröle loc.id. = Rimproverare, sgridare, redarguire, rimbrottare.

Alla lettera la nostra simpatica locuzione significa: “dire parole” (di rimprovero, non d’amore…)

Nen faciüme tarde, ca se no mamma ce dïce paröle! = Non tardiamo a rincasare, altrimenti la mamma ci sgrida!

Meh, nen me decènne paröle, ma n’ata pezzéte de pìzze la vògghje… = Beh, non sgridarmi, ma un altro pezzo i focaccia la mangio volentieri…

 

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Döpe-mangéte

Döpe-mangéte locuz.id. = Dopo pranzo, pomeriggio

Parte pomeridiana della giornata fino alla sera.

Alla lettera significa dopo (aver) mangiato.

I Latini dicevano post-prandium = dopo il pranzo o post-meridies= dopo il mezzogiorno.

Qualcuno dice döpe-mangéte (o anche döpe-mangéje = dopo il mangiare) per non confonderlo con il termine locale jògge.

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Djitjille 

Djitjille s.m. = Mignolo

Significato letterale: ditino, dito piccolo.

Oltre al dito mignolo, questo termnine designa anche il 5° dito del piede.

‘A scarpe m’ho muzzechéte ‘u djitjille = La scarpa mi ha arrossato il 5° dito del piede

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Djasìlle

Djasìlle s.f.= Dies irae

La solita storpiatura del latino da parte di orecchie non avvezze.

Si tratta di una famosissima sequenza latina. Veniva declamata in chiesa durante le orazioni funebri.

Specialmente nel periodo di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti, un sacerdote (io ricordo don Furio e don Cuccia) con la cotta bianca, con la stola viola e un libro nero in mano, accompagnato dal chierichetto che gli reggeva il secchiello dell’Acqua Santa e l’aspersorio, girava nel cimitero, pregando e salmodiando davanti ai loculi questo canto pietoso, come una nenia straziante  in tonalità “minore”.

Lo chiamavano i familiari di qualche morto fresco e lo invitavano a recitare qualche orazione vicino alla tomba del congiunto.

Il prete cantava ovviamente in latino (mi riferisco all’epoca pre-conciliare, e la lingua locale non era ancora entrata nella liturgia ufficiale) il Libera me Domine o il Dies Irae.

Il primo verso Dies irae, dies illa era difficile da ricordare, ma non il dies-illa che invece è rimasto nella memoria, da cui viene la richiesta di cantare la djasille.

La djasìlle è anche sinonimo di tiritera, discorso lungo e noioso in cui si ripetono sempre le stesse cose.
Mò l’uà fenèsce per ‘sta djasìlle? = Ora la finisce con questa tiritera?

Ah Madònne, mò accumènze arröte pe ‘sta diasjlle! = O Madonna, ora ricomincia daccapo con questo discorso assillante e insopportabile.

Siccome mi piace andare in fondo alle questioni, ho trovato in rete il testo del “Dies irae”. Sono parole solenni che nel corso dei secoli sono state messe anche in musica da grandi artisti come Verdi, Pizzetti, Dvorak, Berlioz, Cherubini, Mozart, ecc.

Ecco il testo biblico: Libro di Sofonia 1,15-16
Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies calamitatis et miseriae, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos.

Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d’allarme sulle fortezze e sulle torri d’angolo.

È diventato sinonimo di latùne, lagna tediosa, lunga, deprimente.

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Diavelìcchje

Diavelìcchje s.m. = Peperoncino

Pianta erbacea annuale della fam. delle Solanaceae (Capsicun annuum) originaria dell’America del Sud.

Per il suo potere antifermentativo il suo uso è indicato negli insaccati (celebri i salumi calabresi strapieni di peperoncino).

I frutti, interi, a pezzetti o in polvere, freschi o essiccati vengono usati per dare sapore a moltissime pietanze.

Proprietà terapeutiche: aperitive, digestive, vitaminizzanti.

Il significato letterale è “diavoletto”.
Molti, alla maniera dei Montanari, dicono anche ‘u puzzetille = pezzettino. Infatti ne basta un solo tocchetto per infiammare la pietanza.

In Calabria viene detto piparolu vruscenti = peperone bruciante.

Nel Napoletano una varietà tondeggiante, rossa come una ciliegia (cerasa) si chiama cerasiello.

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Diàvele 

Diàvele s.m. = 1 Diavolo, 2 Accenditore di carbonella

Con questo sostantivo in dialetto si indicano due significati:

1) –  Diàvele = diavolo.
Definizione di Wikipedia: «Con diavolo (definito anche demonio o maligno) si vuole indicare, nella religione, una entità spirituale o soprannaturale malvagia, distruttrice, menzognera o contrapposta a Dio, all’angelo, al bene e alla verità.».
Il diavolo viene chiamato anche “ ‘u demònje” o “la brutta bèstje” oppure “ ‘u cunnannéte” = il condannato (da Dio). Credo che quest’ultimo epiteto sia di origine Montanara.
Era quasi obbligatorio, almeno fino alla mia generazione, far seguire immediatamente dopo aver nominaro ‘u diàvele, lo scongiuro «Cristecevènghe(←clicca).

C’jì ‘ngazzéte accüme ‘nu diàvele, Cristecevènghe! = Si è infuriato come un diavolo, Dio ne liberi!

2) – –  Diàvele = Accenditore per carbonella.
Tubo di latta dal diam. di circa 18 cm e alto meno di un metro. Alla sua base era saldato una larga flangia a tronco di cono sempre di latta, bucherellata. Dotato di due maniglie, questo oggetto simile ad un imbuto rovesciato, si poneva al di sopra dei carboni semi accesi del il braciere (vrascjire).

Per un fenomeno fisico, si produce una specie di tiraggio come accade nel caminetto: l’aria calda che si sprigiona dal poco calore dei carboni parzialmente accesi, si incanala nel tubo e provoca, nel risalire al suo interno, una corrente ascensionale che ne facilita la combustione ravvivandone il fuoco.

Questo strumento semplice e ingegnoso, dopo anni di uso diventava nero nero, così come si descrive l’angelo del male. Da qui il nome di diàvele.

Chiaramente lo ricordano solo gli anziani.  Con l’avvento del gas in bombole nel 1950, tante cose sono scomparse perché cadute immediatamente in disuso e buttate a ferrovecchio.

Ringrazio il lettore MicheleMurgo per avermi procurato la foto precedente.

Basandomi sulla sola memoria, io avevo ‘ricostruito’ ‘u diàvele in un disegnino. Avevo collocato le maniglie un po’ più centrali, ma insomma l’oggetto è quello.

Ho visto su un catalogo un oggetto con questa funzione chiamato “accenditore per carbonella” molto più corto di quello fatto a mano dai nostri bravi lattonieri nel secolo scorso. Evidentemente riesce a procurare ugualmente il tiraggio che facilita la combustione per lo stesso principio di fisica.

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