Abbabbjé

Abbabbjé v.t. = Abbagliare, confondere, obnubilare

Offuscare qlco.; indebolire l’attenzione o la capacità di vedere o di comprendere; ottenebrare; confondere la mente.

So stéte abbabbjéte: nen capìsce chjó njinde! = Sono stato intontito, non capisco più niente!

Intontire qlcu con l’intento di raggirarlo.

Nella forma riflessiva significa intontirsi: sentire l’effetto del’alcol, dell’innammoramento, delle droghe, della stanchezza.

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Capìzze

Capízze s.m. = capo, bandolo, inizio, parte estrema.

Ringrazio sentitamente l’amico Matteo Borgia jr per l’intera stesura del sottostante articolo, esempi compresi.

***

«È l’estremità libera di una matassa, di un gomitolo, di un rocchetto o di un rotolo, in italiano il bandolo. Deriva da “capo”, o meglio ancora dal latino capĭtium «estremità», e non va confuso con (clicca–>) capícchje , il capezzolo del seno, con cui condivide l’etimo, né con (clicca–>) capèzze, cavezza, briglia.

A volte è molto complicato riuscire a trovarlo, così scovare il bandolo o sbrogliare la matassa significa risolvere un problema, superare una difficoltà.

Analogamente, in dialetto capízze assume il significato di soluzione (di un problema), rimedio.
Nge sté capízze pe ‘stu mbrugghje =non c’è rimedio per questo imbroglio.
N’arrevéme a truué capízze =non arriviamo/non riusciamo a trovare il bandolo, a raccapezzarci.
Da notare che anche il verbo italiano “raccapezzarsi” ha lo stesso etimo.

A volte il rimedio può essere buono o cattivo.

Ricordo il mio maestro elettricista, Tonino Paravùzze Rinaldi che – quando le matasse di filo si imbrogliavano e diventava difficile trovare il capo giusto – diceva: pe truué u capízze bbùne ‘ma chjamé ‘u nucchìre! = per trovare il bandolo buono dobbiamo chiamare il nocchiere) .

Oggi il termine è in disuso, tranne forse tra i sarti o nella marineria.»
(Matteo Borgia)

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U Manzegnöre de Tréne

‘U Manzegnöre de Tréne
ce lu töne sèmbe mméne.
Ce lu töne strìnde-strìnde,
mizze da före e mizze da jìnde.

Il Monsignore di Trani
se lo tiene sempre in mano.
Se lo tiene stretto stretto,
metà fuori, e metà dentro.

La FALSA risoluzione, un po’ maliziosa e irriverente, fa pensare all’Alto Prelato quando va a fare pipì…

Invece la soluzione VERA si riferisce all’Anello Pastorale

È chiaro che il soggetto, il “Monsignore di Trani” è puramente indicativo (poteva essere il Sindaco di Merano, il Prefetto di Milano, il Re napoletano, il Medico di Cagnano, ecc.) solo per fare rima con “mano”.

Naturalmente l’anello è si porta infilato a un dito della mano..
Metà “fuori”, indica quella parte dell’anello visibile dalla parte del dorso, quando la mano è stesa o serrata a pugno; la metà “dentro” è quella nascosta dal pugno o palesata a mano aperta, osservata dalla parte del palmo.

Vi invito a leggere l’altro Monsignore cliccando qui

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Pannazzére

Pannazzére s.m. = Venditore di stoffe

Il venditore di “panni”, cioè tessuti, stoffe e fodere per abiti, ecc.

Una volta il commercio era prevalentemente svolto da venditori ambulanti, con un carrettino tirato da un ciuchino o spinto da un ragazzino.

Ricordo diverse categorie di ambulanti: fruttivendoli, lattai, carbonai, piattai, arrotini, stagnini, fornai, merciai (bottoni, candele, lucido per scarpe, spilli, elastico per mutande, aghi e ditali, ecc.) e lavoranti a domicilio, chiamati al bisogno (lavandaie, materassai, pettinatrici, pseudo-infermieri per le iniezioni).

C’era addirittura un “dentista” ambulante, un praticone cavadenti, detto türa-jagnéle = tira-molari.

Nel nostro caso il pannazzére era il fornitore specifico per sartorie da donna e da uomo.
Anche richiesto da casalinghe per confezionare in casa lenzuola, federe, mutande e sottovesti.
Addirittura le nostre mamme erano così brave da confezionare camicie da uomo e tovaglie ricamate.

Con la scomparsa della figura dell’ambulante, il termine pannazzére è ormai fuori uso, come il più antico sinonimo (clicca→) scitére (dall’arabo shitan)= panno, tessuto, stoffa.

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Scurcé

Scurcé v.t. = scorticare, scuoiare

Verbo derivante da scorza, corteccia.

Nella forma scurciàrece significa procurarsi delle escoriazioni sul corpo, sugli arti, per esempio a seguito di una caduta dalla bicicletta.

L’amico Matteo Borgia junior mi suggerisce l’aggettivo scurcéte per indicare un difetto, un graffio, un’abrasione su una superficie liscia, come un mobile o una scarpa, o una parete.

Scurcéte riferito persona indica la sua testa calva o con vistosa alopecia (chierica pronunciata).

Mio padre mi raccontò un gustoso episodio (inventato o accaduto) che esasperava gli sfottò quotidiani tra il curato (gobbo) e il sacrista (semi-calvo). A quell’epoca il prete celebrava la Messa di spalle all’assemblea e rigorosamente in latino. Ad un certo momento della liturgia doveva voltarsi verso i fedeli intonando “Dominus vobiscum” ed aspettarsi la risposta “Et cum spiritu tuo”.
Invece per sfottere il sagrestano, cantò «Dominus scurcizzum». La risposta del sacrista fu immediata «Et cum sgubbizzu tuo!»

Figuratamente in forma di sostantivo ‘nu scùrce, indica una seccatura, un intoppo, e di aggettivo designa una persona inopportuna, intrusa.

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Assendéte

Assendéte agg. = Attillato, aderente

Nel linguaggio di sartoria questo aggettivo indica un abito, un indumento che volutamente viene confezionate aderente al corpo per esaltarne le forme.

Talora quando un abito è troppo aderente, lo si portava in sartoria per farlo allargare e adattarlo al proprio fisico, facendo eliminare le “riprese”.

Gli artigiani di sartoria di una volta erano bravissimi. Oltre a tagliare e confezionare i vestiti, erano abili anche a rivoltarli, cioè scucirli completamente e riciclare la stoffa rivoltando all’esterno il verso interno (perché meno logoro). L’indumento veniva come nuovo.

Ora in tempi di usa e getta, quasi tutti i sarti hanno chiuso bottega perché nessuno richiede questi lavori impegnativi. In ambito domestico nessuno sa ricucire nemmeno un bottone staccato.

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A bböne cónte

A bböne cónte loc.id. = infine, comunque

Si potrebbe tradurre con “ad ogni buon conto”. Ma ritengo che questa locuzione sia troppo letteraria.

Preferisco, nel parlare semplice, tradurre con:
insomma,
alla fin-fine,
tutto sommato,
concludendo,
finalmente, e simili.


A bböne cónte, se nen arrevöve jìsse, nen ce putöve accumenzé = Alla fine, se non arrivava lui, non si poteva cominciare.

A bböne cónte, döpe tanta concorse, ho truéte ‘na fatüje = Finalmente, dopo tanti concorsi, ha trovato un lavoro(*).

(*)Fino agli anni ’60 il termine lavoro era tradotto con fatüje = fatica, perché veniva associato ad attività che richiedevano sforzo fisico, con termine moderno detti “lavori logoranti” (quelli di fabbro, cavamonti, facchino, muratore, mietitore, zappatore, camionista, boscaiolo, ecc.).
Il lavoro intellettuale era ritenuto di second’ordine, perché non richiedeva l’uso di muscoli, quantunque sappiamo quanto sia sfiancante anch’esso.

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Besugne (avì a)

Besugne (avì a) loc.id = necessitare, occorrere, abbisognare

A volte viene pronunciata avì de besùgne = avere bisogno di

La locuzione descrive la necessità o il desiderio di avere qualcosa, di materiale (cibo, vestiti, ecc.) o immateriale (affetto, comprensione, compatimento, ecc.).

Mattöje ne jève a besugne de nesciüne perché ce le sépe sbrugghjé da süle. = Matteo non necessita di nessun aiuto perché sa vedersela da sé.

‘Mbàrete ‘nu mestjire, ca po’ quanne jéve a besùgne te pöte sèrve. = impara un mestiere, perché dopo, quando sarà necessario, ti può servire. Insomma, come dicevano gli antichi: “impara l’arte e mettila da parte”.

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Renacce

Renacce s.m. = Rinaccio


Si tratta di un lavoro donnesco consistente in un rammendo invisibile su un tessuto strappato o logorato.

Praticamente si ricostruiva mediante intrecci vari con ago e filo dello stesso colore la parte danneggiata di una camicia, un lenzuolo o di un tessuto qualsiasi.

Il rinaccio richiede molta abilità nell’esecuzione. Per ottenere un risultato apprezzabile occorre molta pazienza e lunga esperienza.

Mia madre, per lavori particolarmente impegnativi, si rivolgeva alla suore della Stella, le quali erano espertissime nell’eseguire – dietro un modesto compenso – i ricami su lenzuola, federe e tourne-lit, il rinaccio e anche il “punto a giorno”.

Il consumismo ha passato nel dimenticatoio questo antica attività domestica. Ora se un indumento mostra tracce di logorio semplicemente viene buttato nell’indifferenziato.

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Sciulé (o sciuvelé)

Sciulé (o sciuvelé) v.i.= scivolare, sdrucciolare

Il verbo sciuvelé, derivato dall’italiano scivolare, per comodità spesso viene pronunciato sciulé, e significa scorrere, slittare agevolmente su una superficie liscia e uniforme.

Si può scivolare sulla fanghiglia, sullo strato di ghiaccio che d’inverno copre le strade di montagna, o su certe alghe che crescono su taluni scogli affioranti e nei pressi di sorgenti di acqua salmastra.

Se si tratta di persone, o di veicoli lo scivolone può causare seri danni e lesioni.
Se si tratta di slitte, pattini da ghiaccio, bob o sci da neve lo scorrimento è ben accetto!
Se si tratta di giochi (acquapark, parco giochi) è addirittura cercato.

Da questo verbo deriva l’aggettivo sciuvelènte o sciulènte, cioè scivoloso, sdrucciolevole, come può essere un sentiero in salita.

Se si tratta di “due” spaghetti sciulente-sciulènte ve li raccomando caldamente, perché sono preparati al momento, quasi a sorpresa, conditi con aglio, olio e peperoncino, o con sugo lento, senza formaggio, a conclusione di una serata invernale in casa fra amici.

E mò, stàteve attìnte angöre scìuléte = Ed ora state attenti a non scivolare!

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