Bècche-cecògne

Bècche-cecògne s.m. = pinzette a becco di cicogna

Si tratta di un accessorio per l’acconciatura dei capelli femminili, introdotto sul mercato a metà del secolo scorso in sostituzione delle forcine o dei ferrettini.
Sono di estrema praticità, in quanto si applicano numerosi sulle ciocche  o sui bigodini con movimento a pinza.
Generalmente sono di alluminio o di plastica colorata, quindi non attaccati da ruggine. Esistono anche quelli di acciaio inox e a doppia punta per uso professionale.

Ovviamente i bècche-cecogne vengono usate solo in ambiente domestico per fissare le ciocche dopo lo shampoo in modo che, con una spruzzatina di lacca assumano la forma voluta.

Quando le donzelle escono di casa se le cavano scupolosamente.
Guai a lasciarne solo una! È un grave segno di sciatteria (nziamé!)

Ringrazio l’amico Matteo Borgia per l’imbeccata.

 

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Smiccé

Smiccé v.t. = sbirciare, intravvedere, scorgere.

È accettabile anche la dizione smeccé o anche smercé.

L’inesauribile Vocabolario Treccani dice: «Guardare attentamente, socchiudendo gli occhi per acuire la vista o per concentrarla su un determinato punto o particolare; per estensione, guardare minuziosamente, squadrare».

Individuare qualcuno o qualcosa in una massa omogenea (tra la folla, in un mucchio).

Giuà, t’avöve smeccéte a fianghe a ‘na bèlla uagliöne! = Giovanni, ti avevo intravisto (in un assembramento, in piazza, al cinema, ecc.) a fianco di una bella ragazza!

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Alluscé

Alluscé v.t. = Vedere (male)

Generalmente viene usato al negativo per indicare una cattiva visione, o per difetto della vista, o per l’oscurità ambientale.

Ha viste a quedda varche ammìzza mére? No, da lunténe nen tante ce allósce = Hai visto quella barca in mezzo al mare? No, io da lontano non vedo tanto bene.

Nota linguistica:
I verbi transitivi in italiano reggono l’accusativo. Es. Avete visto Giovanni? Ho incontrato un prete, ecc.

In dialetto invece, sulla scorta dello spagnolo, reggono il dativo: Avüte vìste a Giuanne? Agghje ‘ncuntréte a ‘nu prèvete.

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Chi fatüje, mange; chi nen fatüje, mange e böve

Chi fatüje, mange; chi nen fatüje, mange e böve (prov.) = Chi lavora mangia; chi non lavora mangia e beve.

Un proverbio un po’ canzonatorio, ma non troppo.

Ho già spiegato che (clicca ->) fatüje significa lavoro.

Fatüje si identifica con fatica perché generalmente si riferiva solo a quello manuale. Quello intellettuale non era considerato una fatica vera e propria.

Comunque il lavoro consiste nell’«impiego di energia diretta a un fine determinato», a prescindere dalla sua forma perché è fatica sia quello manuale, sia quello intellettuale.

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Caseriande

Caseriande agg. = bighellone, ozioso.

Persona va da una casa all’altra di amici e conoscenti per chiacchierare, o per scroccare cibarie e bevute, o solo a pettegolare e a perdere tempo.
Il sostantivo è strutturato come malazziunande = delinquente, furfante, avvezzo a compiere cattive azioni.

Mariètte jì caseriande assé = Mariella (invece di sbrigare e faccende domestiche) se ne va bighellonando di casa in casa a spettegolare.
Il dialetto sovente è molto sintetico, cioè esprime con un solo termine un intero concetto.

Nota linguistica:
Deriva dal verbo caserié = andar di casa in casa.
Nei paesi garganici tuttora dicono càsere per indiucare il plurale di chése = casa.
Questa voce da noi è ormai scomparsa, perché usiamo chése sia al singolare, sia al plurale, salvo che in questo verbo e i suoi derivati.

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Balüce

Balüce s.f. = valigia

Anche questo termine deriva dallo spagnolo balija.

Preparare la valigia per una vacanza è una gioia.

Allestirla per emigrare – come è accaduto ai nostri ragazzi negli anni ’50 – lo è stato molto meno. Partivano per il Belgio o per Milano “con la balicia di cartone attaccata con la zoca”…

Ora le valigie si chiamano “trolley” ed hanno le rotelline.

Una volta quando i viaggiatori arrivavano nelle stazioni di Milano, Napoli, Palermo, Torino, ecc. trovavano i “portapacchi” (chiamati spregiativamente “facchini”) che trasportavano il bagaglio o al treno in partenza, oppure all’uscita per quelli arrivati, avvalendosi di lunghi carrelli con due sponde, spinti a mano.

A Manfredonia c’era “Kerille” che, rigorosamente a spalla, portava le valigie dal treno fino alla prima carrozzella o magari fino all’Albergo Italia. Il compenso era risibile, ma serviva per sfamare onestamente la sua famiglia.

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Vótta-vótte

Vótta-vótte s.m. = Pigia-pigia, ressa, calca, affollamento.

Come variante si usa spesso la locuzione: «vótta tó e vòtte jü.» = spingi tu e spingo io. Una autentica rappresentazione sceneggiata del movimento della massa.

In tempi di Coviid19 è assolutamente sconsigliabile cacciarsi in situazioni di assembramento!

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Ngenagghje

Ngenagghje s.m. = inguine

Etimologicamente deriva dal latino inguinalem.

Esiste anche un sinonimo, decisamente più antico «ìgghje», per indicare le attaccature anteriori delle gambe al tronco. ossia la piegatura della coscia al basso ventre.

Talora la parte è dolorante a seguito di grave affaticamento.

Me dòlene ‘i ‘ngenagghje = ho dolore (bilaterale) agli inguini

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Purtungiüne

Purtungiüne s.m. = Portoncino

Quando costruivano le abitazioni solo piano terra, quelle con volta a cupola, generalmente un mono-vano di metri 5 per 5 a intervalli c’era un locale di dimensioni ridotte (m 5 x 3) in previsione di futura sopraelevazione, in modo da poterlo adibire a vano scale.
Nel frattempo venivano locate come mini abitazione a coppie senza figli: letto, tavolo, angolo cottura e angolo gabinetto. Niente acqua corrente. Talvolta era comunicante con la “casa” adiacente (chése e purtungiüne) per famiglie con prole.

Ovviamente con purtungiüne si intendeva anche il portone di accesso al piano superiore. Quando si bussava col picchiotto (‘u battènte) il portoncino veniva aperto manualmente dal primo piano mediante una funicella che sbloccava il chiavistello.

La Foto (tratta da Google maps) ritrae il portoncino uso scale esistente al Corso, proprio alla sinistra della Farmacia Murgo.

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Attrasséte

Attrasséte s.m. = Arretrato

Deriva dallo spagnolo atrasar = ritardare.

Riferito specificamente a somme dovute o liquidate con ritardo.

Tènghe da pajé angöre tre müse d’attrasséte = Devo pagare ancora tre mesi (di pigione) d’arretrato.

Il termine è desueto. I giovani di oggi che hanno tutti frequentato la scuola dell’obbligo, usano il simil-italiano “arretréte

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