Te fazze trué ‘u péne jìnd’u cìcene e l’acque jìnd’u canìstre.
Era una esplicita minaccia delle mamme rivolta a quei marmocchi irrequieti.
Sì ti darò pane e acqua, ma nei contenitori inadatti in modo che non tu possa raggiungerli. +
Una punizione severa.
Infatti il pane nell’orciuolo (clicca→‘u cìcene) non si può estrarre, e l’acqua nel canestro non può essere contenuta.
Come quando si minaccia di far vedere i sorci verdi.
È un termine usato nel settore della pastorizia pervenutoci tale e quale dal dialetto abruzzese.
Nel corso dei secoli transumanza (la migrazione stagionale di greggi e pastori che venivano a svernare in pianura) ha portato, oltre agli ovini, anche molti termini abruzzesi o molisani in Capitanata. E non solo quelli attinenti la pastorizia.
La trasmigrazione linguistica avviene in tutto il mondo tra comunità confinanti. La Basilicata, per esempio nella parte nord-orientale (il Vulture-Melfese) ha una cadenza foggiana. Nella parte nord-orientale si avverte il campano. Nella parte sud-occidentale sembra calabrese, e nelle zone sud-orientale sembra barese.
Abbaste ca sté ‘nu palme darasse dau cüle müje = basta che stai un palmo distante dal culo mio. Insomma noli me tangere.
Figuratamente il Detto acquista un significato un po’ egoistico: Ognuno faccia quello gli pare, purché non tocchi i miei interessi. La cosa non mi riguarda. L’operato altrui può essere giusto o sbagliato, a patto che io vi non venga coinvolto.
Variante: Uh, fìgghje müje! o anche Códdu fìgghje!, o Figghjarjille! (femm. figghjarèlle!)
È un’esclamazione propria di affetto, di solidarietà, rivolta verso qualcuno che si è fatto male o che si lamenta per qualche torto ricevuto.
Se il frugoletto, cadendo, comincia a frignare (anche se non si è sbucciato alcun ginocchio), la mammina lo solleva, lo abbraccia premurosa e gli sussurra con voce lamentosa: Oh fìgghje!. Segue un cerimonia consolidata:
a) un bacio taumaturgo sulla parte dolorante che rimuove istantaneamente qualsiasi sofferenza anche futura:
b) una dose vendicativa di pedate al pavimento “cattivo” colpevole di aver provocato il ruzzolone con accompagnamento vocale : “Tèh, tèh!, Cattiiivo!””
Talvolta l’esclamazione diventa uno scherno, per beffeggiare gli adulti che si lamentano per ogni minima contrarietà che la vita riserva a tutti i viventi.
Questo Detto descrive una situazione tragicomica.
Una certa Maria-Antonia era una persona tranquilla, posapiano, impassibile davanti a qualsiasi situazione di emergenza o emotive. Insomma una persona dal connaturato sangue freddo.
Si narra che un familiare della nostra eroina, nel mettersi in salvo mentre era in corso un terremoto, avesse urlato – per avvertire la congiunta del rischio che si correva rimanendo in casa – la fatidica frase: «Mariandò, ‘u tarramöte!» = Maria-Antonia, (mettiti in salvo perché sta facendo) il terremoto!
Per tutta risposta ebbe un laconico: «Mò, mòoooo…» = Adesso vengo, aspetta un attimo, non darmi fretta…..
Nella lentezza della replica, quel Mò, mòoooo… forse voleva esprimere un concetto un po’ più articolato, come ad esempio: « Ho capito, va bene, adesso cerco il modo più agevole per mettermi al riparo dal pericolo imminente causato dal sisma».
Ovviamente senza punti esclamativi!
Così quando si chiede rapido soccorso, una mano d’aiuto per un’emergenza, e l’interlocutore si mostra smarrito perché non ne comprende immediatamente l’urgenza, o perché non sa che pesci pigliare, si ricorre spazientiti al breve enunciato, a domanda e risposta : «Mariandò, ‘u tarramöte!…..Mò, mò!».
È ben noto il significato letterale. di questo Comando militare alla voce, con cui si ordina ai soldati inquadrati di “presentare le armi” (da fuoco per la truppa e la sciabola per i graduati) in segno di onore e saluto. «At-tenti! Ri-poso! Presentàt-arm!»
Nella nostra parlata ‘u presèndatàrme per l’imperiosità della voce, assume un significato di rimprovero verbale molto forte, un vero e solenne cazziatöne fatto in pubblico.
1 – Pöte – al maschile significa semplicemente piede, riferito sia a quello umano, sia a vari oggetti (pöte ‘u ljitte = piede del letto, pöte-u-vrascjire = piede del braciere, ecc.)
2 – Pöte – al femminile (‘a pöte o anche ‘a putatüre) indica l’operazione di sfrondatura delle piante coltivate (olivi o da frutta) allo scopo di accrescerne la resa.
3 – Pöte – Con lo stesso suono si indica la terza persona singolare del verbo putì, potere. Ad esempio: Giuanne nen pöte venìjògge= Giovanni non può venire oggi. Mamme nen pöte mangé ‘a frettüre = mia madre non può mangiare la frittura (peccato!)
Alla lettera significa “passare la rivista” ma non nel senso di porgere un “magazine”, un rotocalco…
Si avvicina di più – per assonanza – a rovistare, frugare. Questi due verbi si riferiscono all’ispezione condotta su oggetti o in ambienti (bauli, scantinati, soffitte, campi, armadi, ecc.)
Specificamente passé ‘a revìste significa perquisire, cioè ricercare sulla singola persona oggetti indesiderati (armi, droga, lame, esplosivi o altro) prima di ammettere l’ingresso in luoghi sicuri.
L’ho sperimentato al “servizio di sicurezza” dell’Aeroporto di Palese: al mio passaggio si è acceso l’allarme del metal detector perché distrattamente non avevo cavato le bretelle. Subito un Agente (armato) mi ha invitato a seguirlo e in un altro vano mi ha passéte ‘a revìste, palpeggiandomi dappertutto….
Assicuratosi che non ero un terrorista, perché senza le bretelle addosso il metal detector non dava alcun segnale, mi ha permesso l’ingresso al gate.