Turcenjille s.m. = Involtino
Piatto tipico molto rustico, da cucina povera di pastori.
Sono degli involtini confezionati con le stigghjöle (←clicca), ossia con le frattaglie dell’agnello (trachea, polmoni, fegato, cuore) spezzettati e avvolti nel reticolo adiposo e stretti con il budello come un gomitolino.
Generalmente si cuociono alla brace.
Altri li saltano i padella o addirittura nel sugo.
Ci hanno provato anche a prepararle al forno con le patate, ciòè (clicca→) a rjianéte, ma la cottura migliore rimane quella su fuoco vivo della fornacella.
Un piatto simile appartiene anche alla cucina greca, il kokoretsi (κοκορέτσι) (da Wikipedia)
In Abruzzo e in Molise sono chiamati in modo quasi uguale: le turcinelle. C’è la secolare transumanza che lega la Daunia a queste due Regioni, specie per i prodotti della pastorizia. Sono chiamati più o meno allo stesso modo nel Beneventano. Anche in Salento usano un termine molto simile: li turcinieddhi . In Terra di Bari ed in Basilicata vengono chiamati differentemente, ossia gnumerjiedde = gomitoletti.
Un “gomitolo” molto grande assume in tutta la Puglia il nome di cazzemarre (←clicca) Si mangiano preferibilmente arrostiti sulla brace e in second’ordine con le patate al forno, o anche a ragù.
I turcenjille si preparano anche con le interiora del maiale, ma sono meno gustosi, più grassi e indigesti
Ricordo che tutti i negozietti avevano sul vetro un’immagine gialla, ellittica verticale, che raffigurava un galletto nero; proprio sotto le zampe del galletto c’era scritto “Tana-la crema fine per calzature”.
Le decalcomanie per via secca, molto diffusi negli anni ’70, erano chiamati trasferelli. Ricordate le lettere e i numeri che ‘trasferivamo’ sui quaderni adoperando la bic?
Esistono anche, ad uso delle ricamatrici, delle decalcomanie per via calda che si applicano sulla stoffa usando il ferro da stiro.