Puleciüne

Puleciüne s.m. = Pulcino

Piccolo della gallina e dei gallinacei domestici.

Qlcu pronuncia anche pruciüne, che certamente è un termine più antico, non contaminato da un dialetto simile all’italiano. Ponete me fra quelli che usano il termine antico perché lo prediligo.

Quando il pulcino cresce viene chiamato peddàstre = pollastro. Non è ancora adulto, tanto da potersi riprodurre. In questa fase della sua vita mangia in continuazione.

Poi diventa jaddüne (in versione moderna jallüne)= gallina, tenuta in vita fintantoché depone uova e/o le cova: dopo finisce in pentola. Se è maschio, si chiama jallócce = galletto, gallo.

Fino agli anni ’50 alcune famiglie che abitavano ai pianterreni allevavano in casa questi pennuti. Si tenevano dentro una stia, ‘u caggellöne =  il gabbione. La mattina si poneva la stia davanti all’uscio di casa e si liberavano a razzolare sulla pubblica via. Docilmente a una cert’ora autonomamente i peddastre rientravano nella stia e poi la padrona di casa la portava dentro, al coperto, fino all’indomani.

È ammessa la versione pruciüne .

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Püle-ngüle

Püle-ngüle sopr.

Letteralmente: pelo nel culo

Curioso soprannome attribuito probabilmente a qlcu che con mossa volgare si grattava in pubblico il suo deretano, come vediamo fare dai guitti nelle farse teatrali per suscitare l’ilarità del pubblico.

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Püle

Püle s.m., s.f. = Pelo, pila, abbeveratoio.

Va bene anche la grafia pïle.

1) Püle s.m. = Pelo. Struttura sottile e filamentosa presente sulla pelle dell’uomo e dei mammiferi. Si intende anche la capigliatura, specie nelle femmine.

Tenghe ‘nu püle de varve ‘ncarnéte = Ho un pelo di barba che cresce sotto-pelle.

Se vènghe allà, t’angàppe pe püle = Se vengo vicino a te ti afferro per i capelli.

Figuratamente quando qlcu dice che è attratto irresistibilmente dal pelo, manifesta le sue tendenze di donnaiolo. In questo caso è evidente la forza di attrazione che esercita il pelo di donna che proverbialmente “tira i bastimenti a mare”.

2) Püle s.f. = Pila. Generatore di corrente elettrica continua per la trasformazione di energia chimica in energia elettrica.
Tipo di pila a secco, con involucro metallico per lo più cilindrico o a forma di parallelepipedo, per alimentare piccoli apparecchi elettrici.

3) Püle s.f. = In italiano dicesi pilo, al maschile, e significa Acquasantiera o Fonte battesimale, conca, vasca in genere di pietra o di marmo. (Derivati: Pilozzo e Baciapile, religioso all’eccesso)

Da noi si intende una sorta di abbeveratoio.
Si tratta di  un parallelepipedo rettangolare di pietra, scalpellato fino ad ottenere una specie di vasca da bagno. Collocato vicino al pozzo nelle campagne è usato per far dissetare le bestie da soma, le mandrie dei bovini e i greggi degli ovini.

Mio padre, nella sua bottega di fabbro, aveva una “pila” di media grandezza sempre piena di acqua. La usava per temperare i vomeri e le punte dei picconi dei tufaroli dopo averli stornati, cioè ridato il taglio martellandoli a caldo sull’incudine, e raffreddandoli repentinamente.
So che anche i fornai disponevano della püle de l’acque per immergervi quella specie di scopa (il frusciandolo) usato per il pulire dalla cenere e da eventuali residui di braci il piano di cottura per il pane.

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Pucchéte

Pucchéte int. = Peccato!

Si usa per esprimere rincrescimento,commiserazione, rammarico, dispiacere, disappunto.

Sovente anche la locuzione Chippucchéte = Che peccato!

Anche sarcasticamente indirizzata a qlcn che vuol far credere di aver commesso una cazzata…ma in buona fede.

Ca je so pucchéte = Che io sono commiserevole, bisognoso di comprensione, di tolleranza, di scusanti, di compassione perché in condizioni di forte inferiorità (fisica o intellettuale).

Il termine “peccato”, quando non è usato in queste locuzioni, ma come sostantivo, si pronuncia pecchéte.
Tènghe ‘nu pecchéte all’àneme = Ho un peccato sulla coscienza anche in senso figurato, come per dire di aver giudicato male, di aver sospettato di qlcu che invece è incolpevole.

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Pu sànghe all’ùcchje

Pu sànghe all’ùcchje loc.avv. = Rabbiosamente, irosamente, furiosamente

Il significato letterale ‘con il sangue agli occhi’ denota qlu che versa in uno stato di agitazione, quando è accecato dall’ira (fig. con gli occhi iniettati di sangue).

Ce l’agghje dìtte quàtte p’u sànghe all’ùcchje = Gliene ho cantate quattro, stizzosamente, collericamente, senza alcun ombra di scherzo.

In italiano si potrebbe usare la loc.avv. ‘a muso duro’, ma non è altrettanto efficace.

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Prüse

Prüse s.m. = Cantero, vaso.

Vale quanto scritto per ruagne, che è un suo sinonimo

Da Prüse = Raccoglitore di cacca, deriva Preséte = Cacca

Viene usato quale epiteto contro le persone anche in modo offensivo:

Uhé, ‘stu prüse fetènde! Se vènghe allà, te sguàrre! = Ehi, questo vaso pieno di merda, se vengo là ti spacco in due metà.

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Pruffìdje

Pruffìdje s.m. = Ostinazione, litigio, dissidio

Quando le idee di due o più persone non collimano, sorge ‘nu pruffìdje, un dissidio.

Pe ‘nu pruffidje, n’ate pöche ce dàvene de méne = Per un litigio per poco non arrivavano alle mani.

I soggetti litigiosi o che contestano qls argomento, ostinati nelle proprie convinzioni,  sono detti pruffidjüse (al femminile pruffidjöse) o punjüse.

L’aggettivo pruffedjüse e il sostantivo pruffìdje deriva dal verbo  pruffedjé = contestare, irrigidirsi nelle proprie opinioni, non accettare dissensi, ritenersi inconfutabili custodi della verità

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Pruffedjé

Pruffedjé v.i. = Contestare

Mettere in dubbio, in discussione un’affermazione o qls argomento, criticando in modo radicale ogni antagonista alle sue idee.

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Prudüte

Prudüte s.m. Prurito

Fastidiosa sensazione di pizzicore sulla cute che induce a grattarsi.

Figuratamente significa aver un impulso improvviso, una voglia irrefrenabile (clicca qui→prudüte de cüle).

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Pröte-Sammecöle

Pröte-Sammecöle s.f. = Pietra di San Michele

Era un frammento, anche minuscolo, di roccia scavata nella grotta di Monte Sant’Angelo ove apparve l’8 maggio dell’anno 490, ossia oltre 15 secoli anni fa, l’Arcangelo San Michele a Lorenzo Majorano, Vescovo di Siponto.

Generalmente veniva murata nell’intonaco all’interno dell’uscio, durante la costruzione o il restauro della casa. Aveva la virtù, nella credenza popolare, di tenere lontani i fulmini dalla casa.

Pare che finora abbia funzionato!

Qualcuno, nei pellegrinaggi successivi, raccoglieva un’altra pietruzza e la conservava in un tiretto del comò, come protezione generica dell’Arcangelo contro le insidie del Maligno.

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