Nonne

Nonne s.inv. = Nonno, nonna

E’ padre o la madre di uno dei genitori, considerato rispetto ai loro figli.

Al maschile si pronuncia con la “o” stretta ‘u nónne, mentre al femminile si pronuncia con la “o” aperta. ‘a nònne.

Come vocativo si una dire nennó= il nonno, al maschile e nanò = la nonna, al femminile.

Nennó, quand’ànne tjine? = Nonnino, quanti hai hai?

Nanò, ho dìtte màmme: jògge vjine a mangé a chése = Nonnina, ha detto mamma: oggi vieni a mangiare a casa (nostra).

Nennó e nanò(= la nònne) si usano familiarmente col significato di persona anziana, spec. come vocativo affettuoso.

Per indicare uno dei propri nonni si dice nonneme. La “o” suna acuta per il maschile e grave per il femminile. Nónneme e nònneme =mio nonno e mia nonna.

Per indicare quelli di chi ascolta si dice nonnete, anche qui la pronuncia della “o” indica se si tratta del nonno o della nonna. Nónnete e nònnete = tuo nonno e tua nonna.

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Nöne

Nöne avv. = no

Questa negazione, con tono spazientito, viene pronunciata dopo reiterati dinieghi.

Talvolta viene pronunciata in maniera distorta come nöme.

Nöme, nen jì accüme decjüte vüje = No, no, non è come dite voi!

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Nódeche

Nódeche s.m. = Nodo

Legatura di due capi di una corda (o di un filo, nastro lacci ecc.), eseguita in maniera consona alla funzione che vuol si ottenere.

Al plurale è invariabile.

In marineria di sono centinaia di nodi differenti per allacciare le cime.

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Nocche

Nocche s.f. = Fiocco

Nodo con funzione decorativa fatto con una striscia di stoffa, un nastro e sim., che forma due o più cappi lasciando libere le estremità.

Lo stesso vale per l’allacciatura delle stringhe da scarpa.

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Nnüh!

Nnüh! inter. = Ecco quà, come avevo previsto, prendi questo, che vi dicevo?, ecc.

Si pronuncia con la vocale prolungata  Nnüh!, che evidenzia il rafforzativo iniziale del monosillabo.

È una tipica esclamazione nostrana, brevissima e pronunciata con inflessione di sfida, in tutta risposta a proposte irrealizzabili. Si pronuncia anche mostrando qualcosa, qualche scena, qualche risposta inattesa quantunque prevedibile.

L’interiezione Nnüh è un po’ dauna. A Foggia dicono : Ané. Nel barese dicono Nah. Noi pronunciamo una doppia NN. Se volessi stravolgere ogni regola metterei ortografica anche tre consonanti!

Assume una connotazione volgare se accompagnata da un gesto inqualificabile. Immaginate il “tié!” romanesco pronunciato mentre si fa il gesto dell’ombrello…

Non sapete che cos’è il gesto dell’ombrello? Lo dico per i puri di cuore che non sanno molte cose della vita: il gesto indica sbrigativamente il posto esatto dell’avambraccio dove il nonno appendeva l’ombrello chiuso quando usciva e temeva di incontrare la pioggia. Si batte con il palmo di una mano la parte interna dell’altro braccio, mentre l’avambraccio si solleva col pugno chiuso. Il sollevamento dell’avambraccio vuole mimare l’atto di trattenere l’immaginario ombrello del nonno per evitarne lo scivolamento e la caduta. Ecco, spero di non aver offeso la vostra sensibilità.

– Che bell’ullòrge! Ma fé ‘ccànge? – Nnüh! (ombrello) = – Che bell’orologio che hai! Vuoi scambiarlo con il mio? – Ma cosa ti viene in mente?

Nnüh, guardéte ch’jì ca ce appresènde mò! = Accidenti, osservate chi, a sorpresa, sta facendo il suo ingresso nella nostra comitiva proprio adesso che non lo aspettavamo più ed avevamo fatto altri progetti senza do lui!

L’ho già ripetuto altre volte che il nostro dialetto ha una capacità di sintesi davvero mirabile. Basta un monosillabo per espremere un concetto di senso compiuto e ben articolato.

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Nnànde

Nnànde avv. = Davanti

La grafia più corretta sarebbe ‘nnànde, con l’apostrofo che indica l’elisione della “i”

Come in italiano, si può dire anche ‘nnanze = innanzi, anche con il significato di “prima.

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Njirve

Njirve s.m. = Nervo, staffile

1) Njirve = Nervo, ciascuna delle strutture anatomiche, di forma per lo più allungata, che trasmettono gli impulsi nervosi e le sensazioni in ogni parte del corpo; veramente si dovrebbe dire ‘u nèrve al singolare (‘u nèrve ngalvacchéte = il nervo accavallato): ma come si fa a sapere quanti nervi sono interessati dall’accavallamento?

2) Njirve = Staffile costituito di tendini di bovini essiccati e intrecciati, usato per incitare i buoi al traino dell’aratro o, un tempo, come strumento di difesa;

Tenì ‘i njirve = stato di estrema tensione, ansia e inquietudine. Tutti abbiamo i nervi, anatomicamente parlando, manca il completamento “a fior di pelle”. Ma sappiamo tutti la capacità di sintesi del dialetto.

Invece per il verbo “innervosirsi” si adopera una la locuzione Tuccàrece de njirve.
Me fé tucché i njirve 
= Mi fai innervosire.
Me tòcche de njirve = Mi innervosisco.

Qualche volta ho sentito, quale commento, come una chiosa a un discorso non troppo gradito, l’interiezione: “ ..e njirve!

‘Stu presedènde ò ditte ca alla vutazöne uà vènge jìsse a forze”. “E njirve!” = “Questo Presidente ha detto che alle elezioni deve vincere lui per forza” ” Sì, lallèra!”

(Dal “Dizionario della Lingua Italiana” di De Mauro: lallèra = inter., esprime indifferenza, distacco o noncuranza, ecc.)

Talora si usa per dare dello stupido o dell’inetto a una persona. Presumo perché in una pietanza il nervetto della carne, duro, non commestibile, è inesorabilmente scartato assieme all’osso e al grasso: non serve a nulla.

Sì pròprje nu njirve! = Sei proprio un incapace!

È usato anche quale sinonimo di membro virile in erezione.

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Njinde e mànghe séle

Njinde e mànghe séle loc.id. = Nulla di nulla

Alla lettera: niente, e nemmeno sale. Come se qlcu avesse ricevuto una minestra scarsissima e per sovrappiù scipita, insipida.

Si usa questa locuzione quando qualcuno non sa o non vuol dare alcuna giustificazione del suo operato, e tace ad oltranza. Oppure se qlcu se ne va, insalutato ospite, senza far alcun cenno di voce. Oppure se dal debitore non si ha alcun corrispettivo.

Che Mattöje t’ò déte i sòlde? Njinde! Njinde e manghe séle = Ma Matteo ti ha saldato il debito? Macché, non mi ha dato nulla di nulla.

Ce n’jì jüte senza düce njinde e mànghe séle = Se ne è andato, insalutato ospite.

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Njinde

Njinde avv = Niente, nulla

In nessuna quantità, neanche un poco, spesso rafforzato

Poca cosa, quantità minima e trascurabile.

Nen ce völe njinde, e te ne vé ‘ndèrre = Basta un nonnulla per farti cadere.

Nella interiezione enjinde (dovrebbe essere n’jì njinde= non è niente) significa: non è cosa da poco, non è un’inezia, è una cosa grave.

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Nirje-mànde

Nirje-mànde s.m. = Moro

Indica una persona che ha un colorito molto scuro naturale, o acquisito a seguito di lunghe esposizioni al sole. Alla lettera nero di vello, come una pecora nera.

Per assonanza somiglia al termine italiano “negromante”, che però significa indovino, chiaroveggente.

Invece la seconda parte di nirje-mànde è solo un rafforzativo. Come se si dicesse nìrje-nìrjenìrje-ncaccavüte = Nero nero, nero come pentola (da ngaccavéje), o come una pecora nera.

Veniva pronunciato con una punta di disprezzo – niente razzismo, per carità – perché quel colore era acquisito dai cafoni o dai pescatori a causa del loro duro lavoro all’aperto.

In una scala sociale, fortunatamente ora non accettata più da nessuno, i pescatori e i lavoratori della terra erano collocati tra le ultime posizioni. Il loro colore bruno li faceva risaltare a prima vista.

Un ingegnere, un artigiano, un negoziante non diventava mai nìrje-mànde, nemmeno a volerlo.

Al femminile fa nèrja-mànde.

Il prof. Michele Ciliberti  – cui va il mio ringraziamento – a proposito dell’etimologia di questo termine mi scrive:
«Non conosco direttamente l’espressione, però sono più che convinto che derivi proprio da “negromante” con il significato etimologico di “mania per l’abbronzatura”.   La prima parte nirje deriva da niger, cioè nero, mentre la seconda dal greco “mainomai” che significa essere folle, mania, avere il furore di.
Negromante, invece, deriva dal greco “necros“, cioè morto (si pensi a necrosi), e “mainomai” che significa pure indovinare, quindi divinazione mediante i morti.»

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