Nìrje

Nìrje agg.  = Nero

Al femminile fa nèrje.

Töne i scarpe nèrje e ‘u cappjille nìrje.

Questa è vera. Un tizio che diceva strafalcioni,disse in un italiano improbabile: Tenevo un paio di scarpe bianche, poi le ho tènte (ha avuto sentore che forse “tingiute” era scorretto), e sono diventate nèrje.

Nìrje = nero, inteso come sostantivo (una volta si diceva spregiativamente “negro”), indica una persona di colore.

‘Nd’all’orchèstre stöve ‘nu nìrje amerechéne a suné ‘a tròmbe ca jöve quaccheccöse = Nell’orchestra c’era un negro americano a suonare la tromba che era davvero molto speciale.

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Nìcchje

Nìcchje s.m.= Loculo

Per curiosità, loculo deriva dal latino Loculus, dimin. di locu = luogo, posto.

Nicchia interrata o murata che, in cimiteri, catacombe o altri luoghi di sepoltura, serve a contenere una bara o un’urna cineraria.

L’acquisto del loculo è diventato lo scopo principale di vita dei pensionati ultrasettantacinquenni, per il quale sono disposti a fare ulteriori sacrifici.

Uì, Mattöje c’jì accattéte ‘u nnìcchje: mò jà vedì d’accaramìlle püre jüje = Ecco, Matteo si è comprato un loculo: adesso devo vedere di acquistarlo anche io.

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Nguzzé

Nguzzé v.i. = Desiderare, aver voglia.

Usato prevalentemente in forma negativa, per esprimere il disinteresse, l’assenza di volontà di fare alcuna cosa, per rilassatezza muscolare o stanchezza mentale, o semplicemente per pigrizia.

Nen me ‘ngozze de javezàrme = Non ho alcuna voglia di levarmi (dal letto).

Guarda il proverbio sulla fatica   (⇐clicca)

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Ngunacchjé

Ngunacchjé v.t. = Ammagliare

Rattoppare le reti da pesca, o rimagliare la parte danneggiata.

Esiste anche la versione accumacchjé, con l’identico significato se è riferito alle reti. Più specificamente significa unire due capi di una cima, mediante intrecci e cuciture, per aumentarne la lunghezza. Come per dire accucchjé = accoppiare, unire.

Operazioni che vengono svolte a mano dai pescatori più anziani che non escono più in mare.

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Ngulazzé

Ngulazzé v.t. = Ribaltare

Far assumere una posizione contraria a quella normale, rovesciare, capovolgere o, anche, inclinare in modo più o meno accentuato.

Specificamente il verbo si riferisce alla posizione fatta assumere ad un carretto, ruotando il ripiano di carico sull’asse delle sue ruote.
Allorquando si stacca il cavallo da tiro, si lascia a riposo il carretto vuoto con le stanghe sollevate in alto e la parte posteriore (culazze) poggiata al suolo: questa posizione salvaguardava la rigidità delle stanghe, non sollecitate da alcun peso e quindi non soggette a deformazioni .

Agghje ‘ngulazzéte ‘a carrette = Ho ribaltato il carretto.

Credo che il verbo derivi proprio da culo, culazze inteso come la parte posteriore del carretto.

Ricordo di aver visto da bambino all’Incoronata dei pellegrini che ponevano un telone sulle stanghe sollevate di un carretto ngulazzéte in modo da formare una specie di tenda-riparo per la notte.

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Ngulastréte

Ngulastréte agg. = Colloso

Che contiene colla o ne ha le caratteristiche: una sostanza collosa e per estens., appiccicoso, attaccaticcio come la colla.

Si riferisce in dialetto specificamente alla pasta scotta: ‘A paste jì tutta ‘ngulastréte = La pasta è completamente appiccicosa a causa dell’eccessiva cottura.

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Ngudde

Ngùdde avv. = Addosso

indosso, sulla persona, sulle spalle. Si riferisce a coperte e indumenti da indossare per proteggersi dal freddo o da sguardi indiscreti.

Mìttete ‘na cösa ngùdde! = mettiti qualcosa addosso (ché fa freddo, o ché sei seminudo).

Presumo che derivi da cùdde = collo, la cui “c” iniziale si addolcisce in “g” in funzione della “n” precedente, come avviene in quasi tutte le parlate meridionali (ndèrre = in terra; ngànne = in gola; mbjitte = in petto, ecc.)

I Napoletani dicono ncuollo. Ricordate la canzone ‘A casciaforte?…Nun tengo Titoli, nun vivo ‘e rendita, nun tengo panne pe ‘ncuollo a me?

Rammento anche il gioco fanciullesco della cavallina, detto saltangùdde.

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Nguccé

Nguccé v.i. = ostinarsi, intestardirsi in modo quasi irragionevole.

Incaponirsi, intestardirsi, non sentire ragioni, mettersi in capo, in testa di fare qlcs ad ogni costo.

Quindi la testa c’entra sempre: ficcarsi un’idea in testa, in capo, in zucca. L’ostinato difatti è capacchjöne= testone, o chépa tòste = testa dura!

Penso che ‘nguccé deriva dal simpatico modo abruzzese di chiamare la testa (la còcce).

Non dimentichiamo che l’Abruzzo in Capitanata era di casa per effetto della transumanza delle pecore che per secoli vi venivano a svernare. Quindi c’è all’origine una osmosi, un passaggio di pecore e di termini tra le due Regioni (trattüre, trabbócche, chése-recòttefattizze, ecc.)

Esiste un verbo italiano: incocciarsi (a dire il vero ora poco usato) potrebbe essere la traduzione calzante di ‘nguccé.

Quanne Mattöje ‘ngòcce nen lu cunvìnge nescjüne = Quando Matteo si ostina, non lo convince nessuno (a cambiare idea).

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Ngrugnatüre

Ngrugnatüre s.f. = Sembianza, forma.

Sono i tratti somatici, i lineamenti del volto, specie se nel raffronto risultano somiglianti come accade tra consanguinei.

Ma quèdde jì sòrete? Tenüte ‘a stèssa ‘ngrugnatüre! = Ma quella è tua sorella? Avete la stessa sembianza (ossia c’è somiglianza, avete la stessa faccia, la stessa cera, la stessa espressione).

Penso che c’entri il grugno, inteso estensivamente come muso, viso, volto, cipiglio.

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Ngògne

Ngògne s.f. = Angolo, cantuccio

Tipico il modo di dire: sté a ‘na ‘ngogne de müre = stare in un angolino.

Credo che quel ngo sia lo stesso del termine a-ngo-lo

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