Mercjöne 

Mercjöne s.m.= Contenitore

Al plurale fa mercjüne ed indica specificamente dei recipienti (damigiane, fiaschi, bidoni, scatoloni).

Indica anche qualcosa di ingombrante, di fastidioso, che sta sempre tra i piedi.

Esempio: “Che sso’ tutte sti mercjüne mmizz’a chése? Luàtele da mizze!” = Che cosa sono tutti questi recipienti per casa? Toglieteli di torno!

A volte può essere anche riferito alle persone per definirle ingombranti e sgraziate.

Un’amica spettegola con l’altra sull’imminente matrimonio della loro vicina per anni zitella, un po’ soprappeso e già avanti con gli anni e si sente rispondere: “Jì stéte affurtenéte, ch’jì c‘ha l‘avöv‘a pigghjé a quèdda merciöna vècchjie“. = E’ stata fortunata, (altrimenti) chi se la doveva prendere quella “damigiana” vecchia?

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Merachelüse

Merachelüse agg = suscettibile

Letteralmente sembrerebbe “miracoloso/miracolosa”, ma nel dialetto manfredoniano si usa per definire una persona che tende ad esagerare e che ingigantisce anche la minima sciocchezza, specialmente se si riferisce a escoriazioni, tumefazioni e altre sciocchezze di minima entità.

Il termine con cui ho tradotto, suscettibile, ha una valenza immateriale. Nel nostro caso è proprio nel senso di maggiore sensibilità al dolore fisico. Potrei dire ipersensibile, con una soglia del dolore molto bassa.

Molti soggetti alla sola vista di una iniezione cominciano a piagnucolare senza ritegno, ancorché adulti.
Ecco, questi sono i tipi “miracolosi”…

Al femminile fa merachelöse.

Grazie a Michele Murgo per il suggerimento.

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Mennózze

Mennózze s.f. = mammella

Organo ghiandolare proprio dei mammiferi, molto sviluppato nelle femmine; dopo il parto secerne il latte necessario al nutrimento della prole nei primi mesi di vita.

Ovviamente citato al plurale: ‘i mennózze

Inoltre questo termine anatomico indica anche le ovaie delle seppie, usate nel ripieno quando si cucinano con il sugo, fritte o a rijanéte (i sicce chjiöne = le seppie ripiene).

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Menjille

Manjille n.p. = Carmine

Diminutivo del nome proprio Carmine (ossia Carmenjille) affibbiato ad un altro titolare di cantina. Poi è diventato un soprannome.

Ricordo che questo signore fece arrivare per primo nella sua osteria un vino marsalato siciliano dolce e profumato.

Costava qualcosa in più dei robusti vini pugliesi, ma la domenica era quasi un obbligo ricorrere alla specialià di Menjille!

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Mengócce

Mengócce n.p. = Domenico

Domenico è un nome molto diffuso in tutta Italia, soprattutto al Sud. Deriva dal latino Dominicus, aggettivo derivato da dominus, “padrone”, con il significato di “padronale, del padrone”, ma in epoca cristiana prese il significato di “consacrato al Signore”.

L’onomastico si festeggia il 22 gennaio in memoria di Domenico, abate benedettino morto nel 1031.

In dialetto è Dumìneche, o – simile allo spagnolo Domingo – Dumìnghe.
Ricordo Maste Dumìneche Adabbo, fabbro, su Via Antiche Mura.

Poi i diminutivi sono MimìMimìnghe Mìnghe e Mengócce.

Quest’ultimo, amico di mio padre, di cognome Messina, faceva il sellaio in via Spinelli: Mengócce ‘u sellére.

Il lettore Domenico mi fa notare che la ricorrenza ricade ad agosto. Allora ho fatto una piccola ricerca.
In effetti i Santi che portano questo nome sono due.
-San Domenico abate benedettino (951-1031) – ricorrenza 22 gennaio.
-San Domenico Guzman (1170-1212) – ricorrenza 8 agosto.
Quest’ultimo è raffigurato insieme a Santa Caterina da Siena, domenicana (134-1380) nel famoso quadro della «Madonna di Pompei» mentre ricevono il rosario da Gesù bambino e da Maria.

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Menestré

Menestré v.t. = Scodellare

Dicesi del momento in cui si impiatta la pietanza, o anche riferito al momento in cui si scola la pasta per passarla subito dopo nei piatti a ricevere il condimento.

Comunque menestré significa specificamente togliere il recipiente dal fuoco perché il cibo in esso contenuto ha raggiunto il punto giusto di cottura. La pentola o la padella, può aver cotto la pasta, ma anche le patate, la verdura, la carne, ecc.

Ce uà fé ‘n’ate pöche: e pò ce pöte menestré = Si deve cuocere un altro poco: e poi si può scodellare.

Grazie a Vito per il suggerimento.

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Mènele-atterréte

Mènele-atterréte s.f. = Croccantini di mandorle.

Sono dei dolcetti che si preparano in casa, difficilmente verranno prodotti industrialmente.

Praticamente le mandorle sgusciate e tostate vanno passate nello zuchero caramellato, divise a mucchietti e lasciati raffreddare.

Per poterli gustare occorre avere denti robusti e colesterolo basso.

Atterrati, perché? Non perché sono “aeroplani” che atterrano!!

Presumo che l’aggettivo atterréte sia stato coniato per l’aspetto assunto dai semi di mandorla nello zucchero rappreso, bruno e talvolta opaco, come il terreno agricolo. Quindi mandorle interrate.

Attendo da voi una versione più plausibile della mia, se la conoscete, così la inserisco in questa pagina.

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Mènele 

Mènele s.f. = Mandorla

Il mandorlo (Amygdalus communis) è una pianta originaria della Grecia, introdotta dai Fenici in Sicilia, si è diffusa in tutti i Paesi del Mediterraneo.

Si suddivide in tre sottospecie di interesse frutticolo:

Amygdalus communis sativa, con seme dolce ed endocarpo duro = mènele tòste, usate in pasticceria e nell’industria dolciaria;
Amygdalus communis amara, con seme amaro per la presenza di amigdalina = mènele jamére, velenose, usate prevalentemente per estrarne l’olio usato in cosmesi;
Amygdalus communis fragilis, con seme dolce ed endocarpo fragile, usate abbrustolite come frutta secca da tavola = mènele muddèsche.

Basta, se no mi cresce il livello di colesterolo nel sangue.

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Mméne a Pappagöne

Mméne a Pappagöne loc.id. = Anticamente, in tempi remoti

“In mano a …..” corrisponde alla locuzione “ai tempi di…” o “durante il regno di…”

Pappagöne non un è peronaggio reale, ma uno che – si immagina – sia vissuto addirittura nell’800. A me sembra che sia assonante a papà-nonne, trisavolo, e perciò antico.   Infatti taluni dicono mméne a papà-nonne.

Eh, mò ne’ stéme chjó mméne a Pappagöne = Via, non viviamo più ai tempi in cui Berta filava. Anche questo modo di dire italiano non si riferisce ad un personaggio reale, ma ad un soggetto immaginario, collocato in una indefinita epoca rmota.

Ringrazio Michele Murgo per avermi ricordato questa bellissma locuzione.

Cmq Pappagone era un personaggio televisivo napoletano, esilarante, un po’ tontolone, inventato da Peppino di Filippo negli anni ’60.
Eccue quà, e piriché, il presutto vestito (ecco qua, perché, il presunto investito).

Come sinonimo si usava anche citare “l’anne de Minghe” = L’anno di Domenico. Un anno imprecisato di un passato remoto. Chissà se anche questo Domenico era un personaggio di fantasia o realmente esistito durante la dominazione spagnola del Regno di Napoli (Domenico = Domingo = Mimìnghe = Mìnghe).

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