Mené a mmósse

Mené a mmósse loc.id. = Rinfacciare

Quando qlcu si adopera per fare un grosso favore ad un amico fa indubbiamente una cosa lodevole. Ma se poi lo racconta a tutti, e magari allo stesso soggetto beneficiato, fa una cosa riprovevole.

Traduzione della locuzione: lanciare in faccia, rinfacciare, allo scopo di mettersi in evidenza, di prendersi i meriti e il plauso di tutti.

Mariètte jì böne e chére, ma se te fé ‘nu piaciöre te lu möne sèmbe a mmósse. = Marietta è buona e cara, ma se ti fa un piacere immancabilmente te lo rinfaccia.

Nò pe’ menàrle a mmósse, ma jüie l’agghje fàtte döj nòtte au sputéle quanne c’jì opéréte. E l’agghje fatte veramènde pe’ tutte ‘u cöre. = Non per rinfacciarglielo, ma io ho fatto due nottate (al suo capezzale) quando si è operato. E l’ho fatto veramente con tutto il cuore.

Se davvero l’avesse fatto con tutto il cuore, non lo andrebbe a dire in giro…

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Mené ‘u fjirre a Sande Lunarde

Mené ‘u fjirre a Sande Lunarde loc.id. = Ringraziare Dio

Traduzione letterale: Lanciare il ferro a San Leonardo.

Modo di dire incomprensibile, ermetico per i ragazzi di oggi, ma  ha un significato plausibile solo a quelli di una certa età

Bisogna sapere che San Leonardo Noblac (fine del sec. V-inizi del sec. VI) è considerato dalla Chiesa Cattolica il protettore dei carcerati e dei prigionieri di guerra.  Infatti è raffigurato nelle immaginette agiografiche in mezzo a dei penitenti inginocchiati e in catene.

In passato quando qualche detenuto veniva liberato (per indulto, o per condono, o perché riconosciuto innocente, o anche solo per fine pena) o qualche militare tornato da un campo di prigionia, portavano per devozione e ringraziamento un ceppo, o un pezzo di catena all’Abbazia di San Leonardo, in Località Lama Volara, a 10 km da Manfredonia.

L’Abbazia era recintata, e non sempre era aperta a tutti. Allora costoro lanciavano il “ferro” all’interno dello spiazzale, facendolo volare sopra il cancello o il muro di cinta. Ecco il perché di mené = lanciare.

Quindi il detto significa “devi essere grato a qualcuno, perché, nonostante tutto, ora hai superato tutte le tribolazioni che ti avevano afflitto in precedenza.”

Questo qualcuno può essere Dio, un benefattore, un amico, la sorte.

A chi racconta di essere sopravvissuto ad eventi gravi (incidente stradale, terremoto, cataclisma, malattia, naufragio, ecc.) viene raccomandato:
Va mjine ‘u fjirre a Sande Lunarde = Ringrazia il Signore di come ti è andata!

La statua del Santo, da qualche decennio è situata in una nicchia della Chiesa di S.Maria delle Grazie. Il simulacro era ricoperto, almeno così lo ricordo io, con delle catenelle simboleggianti la prigionia trascorsa.

Io ho assistito da bambino (avevo una decina di anni) al gesto di ringraziamento di un devoto che, dall’ingresso della chiesa e fino alla nicchia del Santo, avanzava ginocchioni con una catenella al collo. Davanti alla nicchia posò la sua catena, con pianto e lacrime.

Rimasi molto colpito da questo gesto. Mia madre dopo mi ha spiegato il significato profondo di quell’atto di umiltà.

La ricorrenza di San Leonardo cade il 6 novembre,

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Mené

Mené v.t. = Menare

È uno di quei verbi tuttofare, che nel nostro dialetto si adatta bene a diversi casi.

Infatti può significare, ad esempio:

Lanciare oggetti, buttare, conferire la spazzatura nei cassonetti, spirare di vento, calare la pasta per la cottura, dare la colpa, iniettare farmaci con la siringa, ecc.

L’hanne menéte ‘nu škafföne = Gli hanno mollato un ceffone!

Me so’ menéte şkàtele de serìnghe e ‘u delöre nen me pàsse = Ho iniettato una confezione di fiale e il dolore non mi è passato.

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Mendöne

Mendöne s.m. = Montone. mucchio, cumulo

1) Il maschio adulto della pecora, ariete. È ritenuto caparbio e ostinato: Chépe de mendöne!  = Testone!

2) Mucchio, monticello, cumulo: quantità di cose ammassate, riunite disordinatamente.
Deriva dallo spagnolo muntòn, che significa proprio mucchio, derivato a sua volta dal verbo amontonar, ammucchiare,accumulare.

Sinonimo meno usato: tapparöne.

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Mènde-‘i-ciamaruchèlle

Mènde-‘i-ciamaruchèlle s.f. = Nepitella,  Mentuccia, Mentastro verde

Pianta erbacea aromatica perenne della famiglia delle Labiateae (Calamintha nepeta detta anche Mentha viridis) , con fiori a spiga bianchi o rossi e foglie ovali seghettate.

Per il suo sapore molto intenso, è usata dalle industrie dolciarie nella preparazione di caramelle, sciroppi e molti liquori.

Proprietà terapeutiche: digestive, stimolanti, espettoranti, antispasmodiche.  Per uso esterno, come deodorante e antisettico del cavo orale.

A Manfredonia trova  impiego in gastronomia: è usata quasi unicamente per aromatizzare le chioccioline lessate in acqua e aceto e condite, in una sorta di insalata, con olio e mentuccia.

Perciò il suo nome, che alla lettera significa “menta delle lumachette”, è strettamente legato a ciamaruchèlle = lumachine, giovani chiocciole.
In tempi più recenti si è allargato il ventaglio degli impieghi (con zucchine, o con ortaggi vari).

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Menàrece jìnde

Menàrece jìnde loc.id. = Stuprare

Questo modo di dire locale, alla lettera, significa: precipitarsi all’interno di un’abitazione altrui. Il che non è grave se non per lo spavento che il gesto può arrecare ai suoi abitatori.

‘U züte c’jì menéte jìnd’ alla züte! = Il fidanzato si è introdotto nella casa della fidanzata.

Il vero significato è molto più complesso dell’entrare in casa d’altri senza bussare…

Si tratta di un vero e proprio stupro “concordato” tra il focoso giovanotto e la procace fanciulla per indurre i genitori di costei a dare il consenso forzato al matrimonio “riparatore”. In questo modo si aggiravano tutte le opposizioni dei futuri suoceri (babbo non vuole, mamma nemmeno, come faremo a fare l’amor?…).

Un attimo, lei restava sola perché i suoi erano usciti, apriva l’uscio faceva entrare il suo amato. Si chiudevano all’interno quel tanto che bastava. Quando ritornava la madre, e trovava la porta chiusa, sapendo che la sua figliola era all’interno, faceva la ‘sceneggiata’, urlando e sbraitando. Poi arrivava il padre ed erano minacce, suppliche e trattative.

Alla fine: Meh, japrüte, ca nen ve facjüme njinde = Dai, aprite, che non vi facciamo nulla.

E la faccia e l’onore erano salvi. Così vissero tutti felici e contenti.

Talvolta i poveri ragazzi o per ristrettezza di tempo, o per propria scelta, non riuscivano nemmeno a compiere il fatidico atto sessuale. Il fatto di essere stati sorpresi soli e chiusi all’interno di un’abitazione bastava e avanzava per accusare il giovanotto di aver arrecato disonore alla povera fanciulla…

Altre volte l’azione era incoraggiata dai poverissimi genitori di lei che con questo modo riuscivano a far celebrare il matrimonio alla chetichella, senza alcuna festa, la mattina all’alba, senza abito bianco (indegno di essere indossato dalla ragazza disonorata), e nella sacrestia della Chiesa, con pochissimi invitati e pochissimi pasticcini.

Purtroppo si sono registrati anche casi di stupro vero e proprio. In questo caso il giovanotto aveva una sola alternativa o di finire accoltellato o di accettare il matrimonio. Sposava la poveretta ma la convivenza, basata solo sull’attrazione carnale, era destinata a inaridirsi. E non esisteva il divorzio! Figuratevi la vitaccia di entrambi…

Sembra un romanzo ottocentesco. Vi assicuro che tutto questo accadeva quando io ero ragazzotto, diciamo fino alla fine degli anni ’50. Chiedetelo ai vostri genitori o ai vostri nonni.

Una cosa simile consiste nella fuga dei piccioncini in una casa accogliente, con il pernottamente fuori dalla casa dei genitori di almeno una notte comportava le stesse conseguenze. In questo caso (in siciliano si dice fuitina = scappatina) l’azione dicesi scapparecìnne = fuggirsene, fare la scappatina.

Necöle e Lucjètte ce ne so’ scappéte = Micola e Lucietta hanno fatto una fuga d’amore. Alla lettera: se ne sono scappati (da chi? da coloro che si frapponevano alla loro relazione).

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Menàrece ‘nanze

Menarece ‘nanze loc. id. = Anticipare (fig.)

Alla lettera significa “buttarsi avanti”. Come per evitare una caduta.

Figuratamente la locuzione vuol dire: ammettere astutamente, fingendo candore, un atteggiamento colposo, evidenziandone la buona fede, prima che venga scoperto da altri, allo scopo di smorzare l’inevitabile biasimo.

C’jì menétè ‘nanze e ò azzettéte ‘u fatte = Ha anticipato il discorso ed ha confermato il fatto riprovevole.

Il verbo menàrece = buttarsi è ricorrente anche nelle locuzioni:
menàrece ‘mbacce e menàrece jìnde

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Menàrece ‘mbàcce

Menàrece ‘mbàcce loc.id. = Risaltare, reagire

1) Risaltare. Saltare agli occhi. Essere vivace, appariscente, appetitoso.

Accüme sò i trègghje? Belle! Ce mènene ‘mbàcce! = Come sono le triglie? Belle! Saltano agli occhi!

2) Aggredire verbalmente, rispondere indispettiti, reagire inaspettatamente.

‘Na paröle agghje dìtte, e códde c’jì menéte ìmbacce cüm’a ‘nu chéne arraggéte = Avevo appena cominciato a parlare, e subito costui di ha aggredito verbalmente, abbaiando come un cane rabbioso.

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Melöne

Melöne s.m. = Popone e anguria

1 – Frutto commestibile  (cucumis melo) di forma rotonda o anche ovoidale, con buccia liscia (brindisino) o solcata (gialletto) o reticolata (cantalupo), con polpa zuccherina e profumata, di colore bianco paglierino nei tipi “brindisino” e “gialletto”, o arancione nel “cantalupo”.

Nel Sud d’Italia il popone viene chiamato  melöne de péne  = melone di pane, perché di polpa chiara e più soda.

2 – Di contro, sempre nelle Terre del Sud, quello a polpa rossa, (Cucumis citrullus o Citrullus vulgaris) viene chiamato melöne d’acque = melone d’acqua, così come succede in inglese (watermelon),  in tedesco (wassermelon) e nelle lingue nord europee e scandinave.

Come soprannome Melöne designava tale Antonio Potito – notissimo banditore – forse per la sua testa pelata, in attività fino agli anni ’50.
Vi invito a cliccare qui per darvi un ‘idea sull’attività dei banditori locali.

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Melòcche

Melòcche s.f. = Pastone, alimento stracotto, colloso

Si tratta specificamente di riso o di pasta alimentare passati di cottura, o per distrazione, o per imperizia, o per cattiva qualità dell’alimento.

Quando il “primo” viene posto nel piatto sembra un ammasso molle, colloso, appiccicoso, attaccaticcio. Insomma ‘na melòcche!

Mangiatìlle mò, se no addevènde a melòcche = Mangiatela ora, altrimenti diventa (come) un pastone

Rosè,  questa paste assemègghje a ‘na melòcche (oppure jì ‘na melòcche) = Rosella, questa pasta sembra (oppure è) un impiastro colloso,

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