Tag: Locuzione idiomatica

Mangé scorze e tótte

Mangé scorze e tótte loc.id. = Soverchiare, far un sol boccone del contendente, mostrare superiorità fisica o intellettiva

 La locuzione, tradotta alla lettera, significa semplicemente mangiare qualche frutto (mele, uva, ecc.) con tutta la buccia.

Ma viene usata principalmente in modo figurato, come voler dichiarare di sapere o poter facilmente sbaragliare un antagonista. Vediamo come viene usata:

1) come frase positiva, ha diversi significati poco discostanti tra loro. 

a) Evidenzia la propria abilità verso qualcuno che si vanta pur non avendone capacità o merito.
Se vulüme fé ‘na corse p’i bececlètte, te mange scorze e tótte = se vogliamo fare una corsa con le bici ti faccio mangiare la polvere.

b) Sottolinea la propria esperienza o la effettiva capacità nel risolvere qualsiasi difficoltà..
E che ce völe a munté l’armadje? Mò me la mange scorze e tótte = E che ci vorrà mai a montare l’armadio? Son capace io di farlo in men che non si dica. 

2) come frase negativa , ossia non mangiare il frutto con tutta la buccia, consiglia di non fermarsi alla prima impressione, non sottovalutare una persona o un evento.
Nen te mangianne tutte cöse scorze e tótte = Non credere a tutto ciò ti dicono, ossia devi prima mondare e sgrossare ciò che appare o ti mostrano per capire il nocciolo della questione.

Ringrazio gli amici Francesco Granatiero e Tonino Sorbo di avermi dato lo spunto per comporre questo articolo.

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Jèsse füne alla furciüne

Jèsse füne alla furciüne loc.id. = Essere scaltro

Va bene anche scritto Jèsse fïne alla furcïne. Per il suono omofono si può usare indifferentemente la ü o la ï con la dieresi.

Alla lettera significa: essere fino alla forchetta… Ma in lingua italiana non dice nulla, perché molto vaga. La locuzione idiomatica è un’espressione specifica di una lingua, intraducibile alla lettera.
Un esempio? Gli Inglesi quando piove forte dicono che “piovono cani e gatti” (it’s raining cats and dogs), o chiamano il panino con la salsiccia “il cane caldo” (hot dog)… Vabbeh!…

La nostra locuzione si declama per esprimere ammirazione verso qualcuno che ha mostrato furbizia, scaltrezza, avvedutezza o abilità nel compiere un’azione, o anche solo per evidenziarne le capacità. Insomma vale un bel BRAVO!

Uaglió, sì fïne alla furcïne = Ragazzo/a sei davvero in gamba!

Talvolta sarcasticamente vale come antifrasi ad una malefatta…

Semplificando: con la forchetta (ossia nel maneggiare le posate per mangiare) tutti abbiamo acquisito una grande destrezza, perché abituati fin da piccoli.

Mi viene il sospetto che furcïne sua una semplice uscita in rima, come in:
Cröce e nöce
Storje e patòrje
Mamurce p’i ‘ndùrce
Nannurche abbasce a l’urte
Pàbbele e fracabbele
Sturte e malurte



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Pigghjé ‘a mmiéte

Pigghjé ‘a mmiéte loc.id. = Prendere la rincorsa

Fare una breve corsa per slanciarsi in un tuffo, un salto, un assalto ecc.
Avventarsi, slanciarsi, piombare addosso a qualcuno o per scavalcare un ostacolo.

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Scìgne ‘n palazze (‘a)

Scìgne ‘n palazze (‘a) loc.id. = Scimmia in palazzo (la)

Questa locuzione idiomatica definisce una donna che ritiene di essere diventata una vera signora  solo perché non abita più al piano terra, come nel secolo scorso avveniva per il popolino.
Difatti i piani più alti erano dimora dei più abbienti, che ostentavano anche così il loro status sociale..

Il corrispondente maschile era definito pezzènte revenüte = pezzente rinvenuto, come per dire che fino a poco tempo prima era un poveraccio…

Il grande Totò spesso ci ricordava che “signori” (nel senso più alto del termine) si nasce, non si diventa.

Ringrazio l’inesauribile dott. Enzo Renato per l’imbeccata.

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Jèsse ‘u mègghje vöve d’a caravéne

Jèsse ‘u mègghje vöve d’a caravéne prov. = Essere il miglior bue della carovana.

Figuratamente si immagina un tiro di buoi a trainare l’aratro o il carro, tra cui spicca uno particolarmente possente.

È un complimento rivolto a quella persona che si distingue in un gruppo di amici perché trainante, disponibile, attivo, carismatico.   In effetti  quando quando lui è assente la comitiva sembra un mortorio…

Amme pèrse ‘u mègghje vöve d’a caravéne! = Abbiamo perduto il più valido del gruppo.

Si usa anche, con lo stesso significato, jèsse ‘u pjirne prengepéle = essere il perno principale, il caposaldo, il cardine.

Ovviamente la frase può avere un significato canzonatorio per sfottere amichevolmente una persona presa di mira dal gruppo.

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Rumanì tra vèspre e mezzjurne

Rumanì tra vèspre e mezzjurne loc.id. = Restare fra il Vespro e il Mezzogiorno

Da tempi immemorabili gli ecclesiastici scandiscono la loro giornata col preghiere secondo le cosiddette Ore Canoniche (Mattutino, Lodi, Vespri, Compieta).
Il Vespro, linguisticamente, significa sera.

Insomma dal vespro al mezzogiorno successivo intercorre un lasso di tempo molto lungo, immagino noioso o carico di tensione.

La locuzione descrive figuratamente uno stato di disagio, di incertezza, di titubanza nel prendere una decisione importante, temendo di sbagliare.

Ringrazio Umberto Capurso por il suo suggerimento, che mi ha permesso la stesura di questo articolo.

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Che bell’ùcchje tjine ‘mbacce

Ecco la locuzione idiomatica completa:
Nen lu pùte dïce manghe: « che bell’ùcchje  tjine ‘mbacce!» = Non gli posso dire nemmeno: che begli occhi e hai in viso!

È la definizione di un soggetto irritabile o permaloso.

Qualsiasi apprezzamento viene recepito da questo soggetto con sospetto. Oppure reagisce con veemenza, in modo sproporzionato, a qualsiasi critica o consiglio.
Cì’, cì’, nen te pozze düce manghe “che bell’ucchje ca tjine ‘mbacce!” = Zitto, smettila, non è il caso di inveirmi contro solo per aver espresso un mio parere sul tuo discutibile comportamento.

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Vatte lu frjiche!

Vatte lu frjiche! loc.id. = Vattelapesca

Somiglia, come costruzione verbale,  a quello che la inesauribile Enciclopedia Treccani spiega sulla locuzione  vattelappésca, cioè :
«[da vàttelo (imperat. di andare, rafforzato dalle particelle ti e loa pesca (pop. per «a pescare»)]. – Propr., «va’ a trovarlo, a indovinarlo; va’ a saperlo.»
Come dire chissà dov’è finito!

Nel nostro caso, alla lettera, caso corrisponde “vattelo a frecare”, nel senso che è ormai impossibile acchiappare, catturare, bloccare un ipotetico fuggitivo, scappato via fulmineamente di fronte alla prima avvisaglia di pericolo.

Ad esempio un gattino che sfugge al tuo tentativo di presa. O un monello che ha compiuto una birichinata e teme la tua reazione o la tua minaccia.

Nota fonetica:
Vatte lu frjiche!
si pronuncia tutto d’un fiato appoggiando e prolungando l’accento tonico sulla penultima sillaba. come fosse scritto vattelufriiiiche! (ascolta cliccando sul triangolino bianco qui sotto).

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Botte carröre (a)

A bòtte carröre loc.id. = Velocemente, precipitosamente, di gran carriera

Di gran carriera, a gambe levate, in tutta fretta, rapidamente, di corsa, a spron battuto, a tutta birra, repentinamente, ecc.

Stèmme tanda belle nanz’a chése, quànne, tutte ‘na vòlte, jì’rrevéte Giuànne a botte carröre = Stavamo tanto bene davanti casa, quando, ad un tratto, è arrivato Giovanni di gran carriera.

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Pegghjàrece velöne

Pegghjiàrece velöne loc.id. = Crucciarsi, affliggersi

Alla lettera Pegghjiàrece velöne si tradurrebbe “prendersi del veleno”. Si può dire pegghiàrece ‘na velenéte = prendersi una avvelenata.

Da noi velöne non significa solo veleno, ma anche cruccio, indignazione, afflizione.

Sdegnarsi, irritarsi per un evento o una circostanza sfavorevole.

A sente tanta zingramjinte me so pegghjéte ‘na velenéte = Nel sentire tante falsità mi sono molto amareggiato.
Meh, nen facènne pegghjé velöne a màmete = Beh, non fare amareggiare tua madre.
Quanne sente parlé de pulìteche me pìgghje ‘nu sacche de velöne = Quando sento parlare di politica mi assale una grossa indignazione.
Nen te pegghjànne velöne, ca nen jì njinte = Non ti affliggere, ché non è niente di grave..

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