Categoria: Z

Zìrre

Zìrre s.m. = Ziro

Recipiente metallico usato per conservare o trasportare olio.

Il termine deriva direttamente dall’arabo zīr , ossia grande orcio, che può essere anche di altro materiale (pietra, terracotta).

Si pronuncia quasi sempre unito all’articolo e raddoppiando l’iniziale: ‘u zzìrre.     I ragazzi di oggi usano il termine italiano dialettizzato : bbedöne = bidonee il suo diminutivo bedungiüne = bidoncino.

Io ricordo quelli fatti a mano dai lattonieri, col coperchio circolare incernierato a metà lungo il suo diametro, che consentiva – sollevando il semicerchio – il prelievo dell’olio mediante grossi mestoli. Avevano una capacità di oltre un quintale di olio.  Ma i bravi “stagnari” ne confezionavano anche di altre misure.

Ora si trovano in commercio  i bidoni di acciaio inox con bocca larga da 30 e 50 litri, indubbiamente più pratici e più facili da pulire. Molto adoperate sono anche le lattine monouso da 5 e 10 litri.

Presumo che da zīr possa  derivare l’italiano “giara”.

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Zìnghe-nzelànghe

Zìnghe-nzelànghe s.m. = altalena

Usato generalmente al plurale, anche nelle versioni zlinghe-zlanghe, e zinghe-zelanghe, indica il gioco dell’altalena.
Mma fé i zlinghe-zlanghe? = Giochiamo all’altalena?

È un termine onomatopeico come din-don, tic-tac, tuppe-tuppe (toc-toc), e il sinonimo ndrìnghete-ndrànghete

Si riferisce specificamente a due segmenti di corda legati ad un rudimentale sedile e al ramo di un albero o ad altro appiglio.

Si può anche intendere l’asse di legno incernierato al centro e basculante su un cavalletto. Alle due estremità dell’asse si mettono i bimbi a cavalcioni e si sollevano alternativamente, ora l’uno tra l’altro.

Mia nonna diceva anche tràndele  = tiranti, ma credo che il termine sia di origine Montanara. Potete chiedere agli anziani se è conosciuto anche nel nostro dialetto?

I montanari usano il termine tràndele, ma trovo il nostro zìnghe-nzelànghe  più simile al napoletano zìnghete-mànghete o al calabrese mbìzzica-mbòzzica.

Per favore non chiamate il gioco con il termine italianizzante altalöne.  Si dice Zìnghe-nzelànghe!

Questo sostantivo dà il titolo a una pregevole raccolta di “Poesie e Canzoni in vernacolo manfredoniano” del poeta locale Michele Racioppa, mio illustre omonimo scomparso nel 2015.

 

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Zianjille

Zianjille agg. n.p. = Gracile, personaggio del presepio.

Questo aggettivo deriva dal nome proprio regionale Aniello, diffusissimo tuttora in Campania. Ricordiamoci che la nostra Puglia faceva parte del Regno di Napoli (o delle due Sicilie), e che Funzionari Amministrativi e Membri Militari napoletani erano presenti anche da noi.
Quindi Zianjille significa  semplicemente Zio Aniello.

Probabilmente questa persona era minuta, magrolina, gracile,  tanto che i nostri nonni l’hanno tramandata fino a identificarla con uno dei pupi del Presepio.  Il famoso Zianjille ìnd’u presèpje.

Forse le nuove generazioni non ne hanno mai sentito parlare, ma il pupo Zianjille  era il primo ad affacciarsi alla grotta del Bambinello, prima ancora dei pastori e delle pecorelle.

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Zingramjinde

Zingramjinde s.m=  Pettegolezzo

Esiste anche la variante zingarüje s.f.

Serie inopportuna e indiscreta di pettegolezzi, malignità continue e insistenti, tesa a mettere in cattiva luce qlcu

Ovviamente colui che mette in atto queste chiacchiere maligne è definito zìnghere o zingaröne.

 

 

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Zìnghere

 Zìnghere o zìngre s.inv., agg = Zingaro

Oltre al significato tradizionale di girovago,  nel nostro dialetto assume una valenza molto negativa.

Se una persona viene definita zìnghere, zingaröne, significa che è capace di creare dissidi tra famiglie rapportando ora a una, ora all’altra, fatti travisati o inventati di sana pianta.

Insomma fa zingramjinde o zingarüje = contrasti, pettegolezzi intricati, noiosi, e dannosi.

Quèdde jì ‘na zìngre!= Guàrdati da costei, non confidarti con lei,  perché è una persona ingannevole e menzognera, capace di farti trovare al centro di una bega.

Il suo difetto minore è la sua riconosciuta trascuratezza nel vestire.

Te sì vestüte accüme a ‘nu zìngre = Ti sei abbigliato come uno zingaro.

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Zùppe-Fracchjaccöne

Zùppe-Fracchjaccöne s.m. = Gioco dello Zoppo

Era la denominazione di un gioco infantile.

Il sorteggiato da una conta, detto ‘u zuppe Fracchjaccöne, doveva rincorrere gli altri bambini, che fuggivano disordinatamente, saltellando su un solo piede.

Colui che veniva raggiunto, andava “sotto” e a sua volta, era obbligato lui a raggiungere gli altri saltellando su un solo piede.

Ovviamente il gioco si svolgeva all’aperto, agli incroci delle vie, quando il traffico automobilistico era praticamente inesistente.

Probabilmente Fracchjaccöne era un soprannome del tutto estinto, ma rimasto in una filastrocca che inserisco a parte.

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Zumbé

Zumbé v.t. = Saltare

Zómbe-zumbètte = Salta saltello, gioco fanciullesco.

Voglio divertirmi a coniugare il verbo zumbé:
Jüje zòmbe, tó zómbe, jìsse zòmbe, nüje zumbéme, vüje zumbéte e löre zòmbene.

La pronuncia delle “o” gravi o acute è essenziale per la comprensione della persona che compie l’azione.

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Zumbafùsse 

Zumbafùsse agg. = Saltafosso.

È un agettivo scherzoso per definire un pantalone troppo corto rispetto alla lunghezza delle gambe della persona che li indossa. Quindi pantalone corto sì, ma non nel senso di pantaloncino.

‘U cavezöne a zumbafùsse = Il pantalore a mezz’asta.

Succedeva quando i ragazzi adolescenti crescevano rapidamente, e i loro pantaloni dell’anno precedente purtroppo non crescevano anch’essi in lunghezza.

In ristrettezze economiche o lo si passava al fratello minore, o lo si lasciava indossare ancora una stagione in modo da farlo logorare completamente .

Quindi gli adolescenti della mia epoca e delle precedenti avevano molto spesso i pantaloni a zumbafùsse.

Qualcuno, ricordando un certo Raffaele, detto Lallüne, che portava perennemente i pantaloni in cotal guisa (vi piace cotal guisa? eh eh eh…), ha definito lo stile “a mezz’asta” con questo nome, che forse è ancora usato ai giorni nostri: ‘U cavezöne alla Lallüne = Il pantalone alla maniera di Raffaele.

Anche le mutande da uomo con la gambetta (ora si chiamano box) scherzosamente erano chiamate‘u cavezunètte a Lallüne = La mutanda (alla maniera di) Raffaele.

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Zuì-zuì

Zuì-zuì s.m. = Cordite

La cordite è un esplosivo senza fumi, a base di nitroglicerina, nitrocellulosa ed oli minerali, usato essenzialmente per le cariche di lancio delle artiglierie navali (Wikipedia).

Il nome deriva dal fatto che tale sostanza è spesso prodotta in fili, tubi, o cordicelle. La cordite fu sintetizzata sul finire del XIX secolo, dai chimici inglesi James Dewar e Frederick Abel, modificando opportunamente un esplosivo simile, chiamato balistite, che si usa nelle cariche di lancio armi da fuoco. (Sapere).

Qualcuno si chiederà come mai il compilatore di questo vocabolario, pur non essendo artificiere, sa dell’esistenza della cordite, e perché la chiama zuì-zuì ( va bene anche la grafia zuzzuì e zuìzzuì).

Bisogna tornare indietro nel tempo, nella seconda metà degli anni ’40. Allora venivamo fuori dalla guerra e la gente per portare la pagnotta a casa si ingegnava in mille modi. Uno di questi era di ricuperare materiale bellico sparso nelle campagne. Fra questi c’erano anche proiettili di mitraglia, bombe inesplose, cassette metalliche contenitori di cartucce, ecc.

Gennarüne ‘i pèzze vjicchje, noto rigattiere, comprava di tutto! Piombo, ottone, rame, ferro vecchio, ecc. ma il materiale esplodente no. Allora quelli che avevano raccolto materiale balistico, staccavano la pallottola dal bossolo dei proiettili e ricuperavano l’ottone e il piombo per venderli a Gennarino. Le stecche di cordite venivano abbandonate perché di nessun valore.

Qualcuno ha scoperto che dando fuoco, uno per volta, a questi “stecchini”, una specie di spaghetti, dopo un secondo sfuggivano di mano sibilando e zigzagando per l’aria, ad altezza bambino, fino ad esaurimento della cordite di cui erano composti. Questo saettare è stato battezzato, con un termine onomatopeico,zuìzzuiì . Un prodotto bellico era diventato in mano a noi un mezzo di divertimento.

Qualche birbante gli dava fuoco tenendolo in una bottiglia. Il botto era assicurato! Il rischio per l’integrità dei nostri occhi era moltiplicato per cento. Ma un Angelo Custode esiste davvero, se siamo qui a raccontare le nostre marachelle.

Zuì-zuì jind’a buttìgghje = Pericoloso gioco con l’esplosivo cordite che facevamo noi monelli più di 60 anni fa. Chiedete ai vostri nonni.

Grazie al lettore Enzo Renato che mi ha dato lo spunto per questo articolo.

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Züche 

Züche s.m. = Sugo, intingolo, condimento

Salsa, perlopiù a base di pomodoro, per condire le pastasciutte.

È sinonimo di rajó = ragù.

Le generazioni moderne dicono ‘u süche. Io personalmente preferisco la dizione antica di züche.

La lunga tradizione meridionale richiede una lunga cottura possibilmentre il tegame di terracotta sul fuoco del braciere. Soffritto di cipolla e lardo addaccéte in olio di oliva, carne ovina, bovina e suina, conserva di pomodoro.

In assenza di carne si chiamava zucarjille o züche fìnde.

Insomma era un vero rito domenicale. Il suo profumo si spandeva per casa e per strada.

Se penso ai sughi pronti di adesso, in barattolo, di latta o di vetro, ad uso dei singles o delle massaie frettolose, mi prende un’irrefrenabile malinconia.

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