Autore: Tonino

Recurdèvele

Recurdèvele agg. = Ricordevole, memorabile, indimenticabile

L’aggettivo (è corretta anche la variante arrecurdèvele) da noi ha una valenza negativa, pressocché costante.

Gli avi ce lo hanno tramandato perché si ricordassero le giornate nefaste, disgraziate, tristi, segnate indelebilmente nella memoria collettiva da terremoti, pestilenze, disgrazie, ecc. accadute in tempi remoti.

Quasi sempre l’aggettivo si riferisce a giornate fisse, marcate nel calendario nelle quali bisogna essere prudenti in ogni azione, o meglio evitarle del tutto. Queste sono dette jurnéte arrecurdèvele.

Si usa anche la locuzione (clicca→ qui ) pónte de stèlle = punti di stelle, ossia giorni infausti segnati dalle stelle.

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Se ce n’assüme da ‘sti botte…

Se ce n’assüme da ‘sti botte
nen assüme cchjó före a caché la notte

Alla lettera: se ce ne usciamo da questi botti, non usciamo più fuori a cacare di notte.
In italiano più scorrevole direi: Se veniamo fuori da questi immanenti pericoli, la vita sarà ci sembrerà più agevole e tutto sarà più facile.

La nascita di questo proverbio potrebbe essere collocata nelle trincee durante la grande guerra, ove i soldati erano continuamente insidiati dagli spari dei mortai e dei cecchini.
Per espletare i loro bisogni corporali erano costretti ad uscire fuori trincea, di notte, ma sempre in gran tensione.

L’agognata cessazione delle ostilità avrebbe consentito loro di cacare in tranquillità mentre quando lo facevano al fronte, erano sotto l’incombenza di una fucilata del nemico.
Il verbo cacare qui ha funzione omnicomprensiva, cioè indica qualsiasi azione fatta senza minaccia e in piena libertà.

Quindi, in qualsiasi momento di tribolazione, si deve auspicare che passi al più presto.

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Sdrumatöre

Sdrumatöre s.m. = battitore (mar.)

Lo sdrumatöre (al plurale fa sdrumatüre). era un arnese da lavoro usato in passato per praticare uno specifico tipo di pesca, detto ´u sdröme, da noi pressocché scomparso, come ´a sciabbeche.

L´attrezzo era costituito da un´asta di legno di varia lunghezza (max 2 metri, ossia a seconda dell´altezza della murata dell´imbarcazione).
Ad una delle estremità della pertica veniva fissato un largo disco,  anche esso di legno.  L´altra estremità fungeva praticamente da manico.

L´attrezzo, impugnato dal marinaio, veniva manovrato dalla barca battendo il disco sul pelo dell´acqua. In aggiunta talvolta si batteva il mare anche con la pala dei remi.

Riporto la descrizione che, assieme alla foto, mi è stata fornita da Bruno Mondelli, cui va il mio sentito ringraziamento.

«Il rumore spaventava i pesci che, presi dal panico, fuggivano incuranti delle reti che erano state posizionate in precedenza attorno a loro, finendo inesorabilmente intrappolati dalle sottili maglie.»

Quello di far rumore per spaventare gli animali sulla terra ferma era usato in Africa nelle battute di caccia grossa. Per stanare e indirizzare le bestie  selvatiche (tigri, zebre, ecc.) verso il luogo di appostamento dei tiratori, si impiegavano decine di indigeni che avanzavano affiancati,  urlando e percuotendo tamburi o altro materiale sonoro.
Tuttora in uso in Sardegna per la caccia al cinghiale.

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Alla vecchjéje ‘i calze ròsse

Alla vecchjéje i calze ròsse

È una manifestazione di sorpresa per un fatto inusuale, strano o innaturale.

Mio padre mugugnava – quando osservava qualche azione inattesa, discordante o sorprendente – questo Detto, che esprimeva una forte valenza negativa:

Insomma sarebbe cosa buona e giusta fulminare, ad esempio, una settantenne che si mostrasse in spiaggia indossando un improbabile tanga, oppure un Gigi D’Alessio qualora manifestasse una inspiegabile passione per la musica jazzistica o per il rap.

Il Detto calza bene (scusate l’involontario calambour sulle calze) anche se non riguarda specificamente una persona fisica, come ad esempio un Carnevale fuori stagione, o le ciliege a dicembre (per quanto ora si possano reperire tutto l’anno) o il capitone a ferragosto….

Nota linguistica:
Le calze in dialetto sono chiamate propriamene cavezètte, ma il Detto è fortemente ironico, e perciò usa il termine simil-italiano càlze.

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Fröca-pezzènte

Fröca-pezzènte s.m. = Vento gelido di tramontana.

È un modo semiserio di indicare il vento gelido di tramontana.

Alla lettera significa che è micidiale per i poveri mendicanti (i pezzenti, appunto, clicca qui) che, non avendo panni per coprirsi, sono esposti alle conseguenze nefasti della tramontana.

Scherzosamente è detto anche feleppüne.

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Saréche

Saréche s.f. = Salacca, spratto, papalina, saraghina.


È un pesce nordico (Sprattus balticus) che viene pescato principalmente presso le coste Norvegesi, Inglesi, Belghe, Olandesi e Germaniche, del Mare del Nord e del Mar Baltico. Nella specie Sprattus Sprattus, sono diffuse anche nel Mediterraneo e nel Mar Nero.

Appartiene alla famiglia dei clupeidi ed è molto simile alla sardina. La sua lunghezza massima è di 17 cm. Il dorso è di colore scuro e bluastro, i fianchi ed il ventre sono bianchi. Per la commercializzazione le salacche venivano salate, e affumicate, e pressate in un contenitore circolare di legno. Infatti si presentavano con i fianchi giallastri proprio per effetto dell’affumicatura.
Le salacche più piccole erano dette sarachèlle.

Era considerato un cibo povero, tanto è vero che attualmente non ne vediamo più in commercio. Con una “sarachella” e un pezzo di pane a testa riusciva a cenare tutta la famiglia.
Tuttavia era molto apprezzato in quanto ricco di proteine e grassi, ma sopratutto perché reperibile ad un prezzo accessibile.

Figuratamente ‘na saréche designava un colpo secco o nel gioco del calcio, un tiro potente. Indicava anche una persona molto magra come si presentava la salacca affumicata.

Chépe de saréche invece è un eufemismo per indicare una persona dall’intelletto smorto o dal comportamento bislacco.

Chépe de saréche tuttora è usato (come dicono quelli che sanno la grammatica) anche quale “locuzione esclamativa propria” di incredulità, di sorpresa o di ammirazione. Insomma un eufemismo come patecà, usato per non cadere nel volgare.

Generalmente saréche in maniera figurata indicava un discorso o un apprezzamento di scarso valore. Come quando si vuol smentire qualcuno, come per dire che le sue sono affermazioni senza valore, da scartare, si usava a commento: « sì,…. chépe de saréche!»
Similmente, riferendosi ai gusci vuoti delle canestrelle: «Sì, carècchje» = Sì, tu dici parole vuote, senza costrutto.

Parlo al passato perché i ragazzi di oggi non sanno nemmeno che cosa siano queste saréche.


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Ammundené

Ammundené v.t. = Ammucchiare, accumulare

Deriva direttamente dallo spagnolo amontonar [Poner unas cosas sobre otras de manera desordenada o descuidada, formando un montón.]. Porre alcune cose sopra altre in maniera disordinata o senza cura, formando un mucchio.
È ad esempio il pietrisco ammundenéte = ammuchiato perché scaricato da un camion ribaltabile. formando ‘nu mendöne = un cumulo.

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Affrangàrece

Affrangàrece v.i. = Esimersi, liberarsi.

Esimersi da un rischio, da un pericolo o da una responsabilità.
Esentarsi da un obbligo rinunciare ad una carica, svincolarsi da un impegno, scampare ad un pericolo, sfuggire ad una minaccia.

Il verbo deriva da franghe = franco, nel senso di libero.

Jogge jì male-tjimpe e me stéche a chése, acchessì me l’affranghe di assì p’a varche = oggi fa cattivo tempo e restoa casa, così mi scanso di uscire (in mare) con la barca.
Trùve ‘na scüse acchessì te l’affranghe = Trova una scusa così ti liberi (da quell’impegno non importante).
Usato anche in modo canzonatorio, come antifrasi: Nen ce vù venì alla feste? Te l’affranghe! = Non vuoi venire alla festa, peggio per te!



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N’ate-e…

N’ate-e… loc.id.= altro, altra, ulteriore.

La locuzione, di uso comune in quasi tutta la  Daunia, è seguita sempre da un numero cardinale.
Ad esempio ‘n’ate-e-sètte  = altri sette.

Alla lettera significa “un-altro-e…”.  Come dire, che oltre al soggetto (persona o cosa già indicata), occorre aggiungerne uno o più, ad esso similare.

‘N’ate e…  è accordabile con qualsiasi misura numerale:
‘n’ate e jüne, ‘n’ate e cinghe, ‘n’ate e növe… ‘n’ate mille, ecc.

Nzjimbre au dottöre nustre stöve ‘n’ate-e-jüne = Assieme al nostro dottore c’era un altro (medico).

Significa anche; nuovo, seguente, ulteriore rispetto al precedente:
T’ho piacjüte ‘u scavetatjille? E purtatìlle ‘n’ate-e-düje o trè = Ti è piaciuto lo scaldatello? Portatene altri due o tre! (scaldatello)

Pe mètte ‘na matunèlle. sò trasüte Giuanne e ‘n’ate e trè frabbecatüre = Per sostituire una mattonella sono entrati Giovani e altri tre muratori (addirittura).

Se Totò fosse stato delle nostre parti, in “Malafemmena”, invece di comporre: “Si avisse fatto a n’ato chello ch’hê fatto a mme…”, avrebbe scritto: “se avìsse fatte a ‘n’at-e-jüne quèdde ch’à fatte a mmè...”   😀

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Rumanì a pendöne

Rumanì a pendöne loc.id. = Rimanere nubile/celibe

La locuzione Rumanì a pendöne (probabilmente) va tradotta con “restare all’angolo della strada o di un edificio”, ossia non avere una casa, un nucleo familiare.
Forse anche “rimanere penzoloni”, come dire restare in sospeso, ma con scarse possibilità di ottenere una sorte migliore.
Difatti (clicca) pendöne indica l’estremità di un muro, il bordo di un baratro, il margine di un precipizio.

Parlo di quando l’avvento della emancipazione femminile – che le avrebbe rese economicamente indipendenti – non era ancora nemmeno immaginabile. All’epoca il matrimonio era visto dalle ragazze come l’unica e indispensabile via per il loro futuro sostentamento.

È un ‘espressione un po’ amara che si riferiva specificamente ad una ragazza che non era riuscita a convolare a nozze, a crearsi una famiglia, per le ragioni più disparate.
Per esempio per i suoi trascorsi sentimentali molto burrascosi, o per difficoltà caratteriali, o per l’aspetto fisico non invogliante, ecc.

Era rivolta anche ai maschietti, ma qui il celibato è visto come una conseguenza di vari tentativi falliti, o come forma mentis ostile ad assumersi responsabilità familiari, o come innata misogina. Salvo poi, in età avanzata, a pentirsi della loro scelta della cosiddetta “libertà” che li ha infossati in una incolmabile solitudine.

Per contro esiste anche una incoraggiante locuzione (clicca qui) Nescjüna carne ruméne alla vucciarüje

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