Autore: Tonino

Ammundené

Ammundené v.t. = Ammucchiare, accumulare

Deriva direttamente dallo spagnolo amontonar [Poner unas cosas sobre otras de manera desordenada o descuidada, formando un montón.]. Porre alcune cose sopra altre in maniera disordinata o senza cura, formando un mucchio.
È ad esempio il pietrisco ammundenéte = ammuchiato perché scaricato da un camion ribaltabile. formando ‘nu mendöne = un cumulo.

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Affrangàrece

Affrangàrece v.i. = Esimersi, liberarsi.

Esimersi da un rischio, da un pericolo o da una responsabilità.
Esentarsi da un obbligo rinunciare ad una carica, svincolarsi da un impegno, scampare ad un pericolo, sfuggire ad una minaccia.

Il verbo deriva da franghe = franco, nel senso di libero.

Jogge jì male-tjimpe e me stéche a chése, acchessì me l’affranghe di assì p’a varche = oggi fa cattivo tempo e restoa casa, così mi scanso di uscire (in mare) con la barca.
Trùve ‘na scüse acchessì te l’affranghe = Trova una scusa così ti liberi (da quell’impegno non importante).
Usato anche in modo canzonatorio, come antifrasi: Nen ce vù venì alla feste? Te l’affranghe! = Non vuoi venire alla festa, peggio per te!



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N’ate-e…

N’ate-e… loc.id.= altro, altra, ulteriore.

La locuzione, di uso comune in quasi tutta la  Daunia, è seguita sempre da un numero cardinale.
Ad esempio ‘n’ate-e-sètte  = altri sette.

Alla lettera significa “un-altro-e…”.  Come dire, che oltre al soggetto (persona o cosa già indicata), occorre aggiungerne uno o più, ad esso similare.

‘N’ate e…  è accordabile con qualsiasi misura numerale:
‘n’ate e jüne, ‘n’ate e cinghe, ‘n’ate e növe… ‘n’ate mille, ecc.

Nzjimbre au dottöre nustre stöve ‘n’ate-e-jüne = Assieme al nostro dottore c’era un altro (medico).

Significa anche; nuovo, seguente, ulteriore rispetto al precedente:
T’ho piacjüte ‘u scavetatjille? E purtatìlle ‘n’ate-e-düje o trè = Ti è piaciuto lo scaldatello? Portatene altri due o tre! (scaldatello)

Pe mètte ‘na matunèlle. sò trasüte Giuanne e ‘n’ate e trè frabbecatüre = Per sostituire una mattonella sono entrati Giovani e altri tre muratori (addirittura).

Se Totò fosse stato delle nostre parti, in “Malafemmena”, invece di comporre: “Si avisse fatto a n’ato chello ch’hê fatto a mme…”, avrebbe scritto: “se avìsse fatte a ‘n’at-e-jüne quèdde ch’à fatte a mmè...”   😀

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Rumanì a pendöne

Rumanì a pendöne loc.id. = Rimanere nubile/celibe

La locuzione Rumanì a pendöne (probabilmente) va tradotta con “restare all’angolo della strada o di un edificio”, ossia non avere una casa, un nucleo familiare.
Forse anche “rimanere penzoloni”, come dire restare in sospeso, ma con scarse possibilità di ottenere una sorte migliore.
Difatti (clicca) pendöne indica l’estremità di un muro, il bordo di un baratro, il margine di un precipizio.

Parlo di quando l’avvento della emancipazione femminile – che le avrebbe rese economicamente indipendenti – non era ancora nemmeno immaginabile. All’epoca il matrimonio era visto dalle ragazze come l’unica e indispensabile via per il loro futuro sostentamento.

È un ‘espressione un po’ amara che si riferiva specificamente ad una ragazza che non era riuscita a convolare a nozze, a crearsi una famiglia, per le ragioni più disparate.
Per esempio per i suoi trascorsi sentimentali molto burrascosi, o per difficoltà caratteriali, o per l’aspetto fisico non invogliante, ecc.

Era rivolta anche ai maschietti, ma qui il celibato è visto come una conseguenza di vari tentativi falliti, o come forma mentis ostile ad assumersi responsabilità familiari, o come innata misogina. Salvo poi, in età avanzata, a pentirsi della loro scelta della cosiddetta “libertà” che li ha infossati in una incolmabile solitudine.

Per contro esiste anche una incoraggiante locuzione (clicca qui) Nescjüna carne ruméne alla vucciarüje

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Ce vole cchiù timbe…

Ce vole cchiù timbe pe spugghjé na fèmmene ca pe scatenàrece ‘nu maletimbe a mmére prov.

Il significato è molto chiaro. Un fortunale (o una burrasca in mare) impiega pochissimo a scatenarsi, arriva all’improvviso.

Per spogliare una donna, con tutto quella che indossavano all’epoca (cappellino, guanti, sciarpa, mantellina, veste, sottogonna, corpetto, giarrettiere, calze, guepière, busto, ecc.) occorre un tempo abbastanza lungo. Ma un fortunale si manifesta rapidamente!

Quindi, uomini di mare, prudenza sempre!

Ringrazio il dr. Matteo Rinaldi per avermi imbeccato con questo antico proverbio, tuttora usato nella marineria locale.

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L’àlepe d’estéte…

L’àlèpe d’èstéte
nen abbaste a fé ‘na cachéte;
l’àlepe de vjirne
da Nàpele a Saljirne prov.

È un simpaticissimo proverbio marinaresco in rima. Ecco il significato:

L’alba d’estate dura poco, nemmeno il tempo di fare una cacata (cagata per i settentrionali).
Scusate il termine, molto brutto, ma rende molto bene l’idea della brevità….

Invece l’alba d’inverno dura parecchio, quanto il tempo impiegato per andare da Napoli a Salerno, al tempo in cui non esisteva nemmeno l’autostrada.

Ringrazio vivamente il dr.Matteo Rinaldi per il prezioso suggerimento.

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Ammèrse (all’)

Ammèrse (all’) loc.avv. = Inversamente, al contrario, a rovescio

La locuzione avverbiale all’ammèrse = alla maniera inversa, è molto usata quale antitesi di alla drìtte = alla maniera giusta, correttamente.

L’amico dr.Matteo Rinaldi – che ringrazio pubblicamente – mi ha suggerito una simpatica locuzione idiomatica: sté c’u cüle all’ammèrse = essere maldisposto, irritato, nervoso.

Giuànne stamatüne c’jì javezéte c’u cüle all’ammèrse = Giovanni stamane è intrattabile.
Alla lettera: Giovanni stamattina si è alzato con il culo all’inverso.
Insomma non gli va bene nulla!

Nota linguistica:
La preposizione “con” si traduce spesso con “pe“, Talvolta si traduce con “cu” come in Campania (ricordate Resta cu ‘mme).
Personalmente ho una leggera propensione per il “pe“, perché mi sembra più antico, e quindi linguisticamente più genuino. Faccio qualche esempio:

Jü parle pe tè e tó nen me sjinte = Io parlo con te e tu non mi ascolti,
Quanne sté pe mmè nen àdd’avì pavüre de njinde = Quando sei con me non devi aver paura di nulla.
Jògge stéche pe ‘nu delöre de chépe.. = Oggi sto con un mal di testa…
Jì arrevéte cu ‘nu sìcchje d’acque pe lavé ‘ntèrre.= È arrivato con un secchio di acqua per lavare il pavimento.

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Mesüre

Mesüre s.f. = Misurino

Serie misurini di latta

I negozietti di Generi Alimentari di una volta vendevano tutto sfuso, dalla pasta al riso, dal concentrato di pomodori alla marmellata di ciliege, dai pelati ai legumi.

Per l’olio di oliva i Bottegai usavano un misurino di latta stagnata da 100 ml, che le massaie chiamavano ‘a mesüre. Generalmente le massaie acquistavano ‘na mesüre d’ùgghje alla volta, e se la facevano bastare. Se la famiglia era numerosa acquistavano addirittura döje mesüre d’ùgghje, ossia 200 grammi. Ma era uno scialo…
Date la sua ridotta capacità, quello da 50 ml usato in casa da quei pochi fortunati che all’epoca si potevano permettere una provvista d’olio, veniva chiamato mezza mesüre o anche ‘u mesurjille = il misurino.

Erano di latta anche quelli usati dai venditori di vino sfuso, ma questi adoperavano solo i tre più grandi, ossia da 250, 500 e 1000 ml.
Infatti nessuno comprava 100 grammi di vino da portare a casa, ma solo quelli che lo consumavano al banco. In questo caso si adoperava un tipico bicchiere sfaccettato da cantina, dalla misura standard di 100 ml.

Quelli usato dai lattai ambulanti erano di alluminio forse perché più facilmente lavabili. Il lattaio portava con sé solo due misurini, quello da 200 ml, e quello da 500 ml.
Se qualcuno voleva un quantitativo intermedio, ad esempio 300 grammi, cioè ‘nu quìnde e mìzze, versava prima il misurino detto (clicca qui—>) ‘nu quìnde (il quinto di un litro, ossia 200 ml) e successivamente ad occhio una sua metà , ‘mìzze quìnde, cioè i 100 ml. Il lattaio era generoso, spesso oltrepassava la misura a favore dell’acquirente.

Tutti i misurini per liquidi, e anche i pesi per le bilance, erano periodicamente controllati e marcati da un apposito Ufficio Provinciale (credo si chiamasse “Ufficio metrico Pesi e Misure”) a tutela dei consumatori.

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Preverènze

Preverènze s.m. = Cantero, bugliolo

È un eufemismo, un’espressione ormai desueta, un per non nominare – caso mai ci fosse stato bisogno di menzionarlo – il famoso ruagne (clicca).

Se vogliamo è un’espressione contratta di “per riverenza”, come per dire , parlànne pe respètte, non nomino quell’oggetto per opportunità, per tatto.

Un po’ come accade per il diavolo, chiamato brutta-bbèstje, o u Crìste-ce-vènghe.

Ringrazio per l’imbeccata il lettore Vincenzo Lo Riso.


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Sfunecatüre

 
Sfunecatüre o Sfunnecatüre s.f. = Alterazione, deprezzamento, sotto costo

Il termine deriva dal verbo sfunaché. Il lodato esaurientissimo “Vocabolario del Dialetto di Manfredonia” di P.Caratù-R.Rinaldi riporta testualmente: «Sfunaché v.t.= acquistare o vendere merce scadente o passata di moda.»

A me sembra che ci sia una forte attinenza tra i sostantivi sfunecatüre e frecatüre 🙂 …

Il lettore Vincenzo Lo Riso mi suggerisce che la cattiva qualità della merce a volte veniva “provocata” bagnandola appositamente per svilirne il valore allo scopo di pagare il dazio in misura ridotta. In ambito agricolo per questo scopo si usava trattare con acqua il frumento che successivamente una volta aggirato il fisco, si poneva ad asciugare. Fortunatamente i tempi sono mutati, e dazi e gabelle non si pagano più, vigendo il libero scambio delle merci sia sul territorio nazionale, sia in ambito europeo.

Ringrazio pubblicamente Vincenzo Lo Riso di avermi dato lo spunto per la stesura di questo articolo.



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