Autore: Tonino

Assücapanne

Assücapanne s.m. = Asciugapanni

L’assücapanne, altro oggetto caduto in disuso, era formato da una gabbia in legno a cupola,  con la faccia inferiore aperta che copriva il braciere, indispensabile per asciugare gli indumenti. Era intesa anche come una protezione a salvaguardia dei bimbetti che sgambettavano per casa, per evitare, come purtroppo accadeva, che cadessero nel fuoco della carbonella.
Esistevano anche quelli di ferro costruiti dai nostri bravi artigiani. Decisamente più robusti e più efficaci specie nella funzione secondaria di barriera anti bambini.

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Nghjummatüre

Nghjummatüre s.f. = impiombatura, incordatura

Nel linguaggio marinaresco ‘nghjummatüre indica un metodo per unire le estremità libere di due cavi, (o meglio due cime come dicono i marinai).

Si effettua intrecciando alternativamente tra loro i legnoli, cioè le filacce o i trefoli ritorti dei terminali di entrambi le cime.

Ho reperito in rete una illustrazione del sec. XIX (di pubblico dominio) con vari esempi di impiombatura.

Nota linguistica:
nel nostro dialetto il digramma pi seguito da vocale spesso diventa chja, chjö, chjó, chjü.
Piove = chjöve
Piombo = chjómme
Piazza = chjazze
Pieno/a = chjüne/chjöne
Pialla = chjanuzze
Piaga = chjéje
Piega = chjöche

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Assógghje

Assógghje s.f. = Lesina


Attrezzo manuale in uso dai calzolai che simboleggia il loro stesso mestiere.

Viene usato per creare i buchi nel cuoio, nei quali si inserisce lo spago per cucire le suole e le tomaie delle scarpe.

La lesina è composta da un grosso ago molto appuntito conficcato solidamente in un manico di legno ben robusto.
A differenza del punteruolo (‘u puntarüle). che ha la punta in metallo diritta, la lesina (l’assógghje)ha la punta curva.
Alcuni modelli hanno, vicino alla punta, un foro che permette di usare la lesina come un ago.
 
Note linguistiche:
1-Alcuni tendono a dividere il termine, staccando parte iniziale ritenendola un articolo: la ssógghje oppure ‘a ssógghje.
2-Attenzione agli accenti! Se scrivo assógghje con la “o” recante l’accento acuto intendo la lesina; se la scrivo con l’accento grave assògghje significa sciogliere (un laccio, un nodo).

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Ceranzotte

Ceranzotte agg. e s.m. = ingannevole, ambiguo.

È un termine ormai desueto. Ma  ma proprio per questo piace riportarlo affinché non vada disperso.

Il dott. Pasquale Stipo afferma: «Si tratta o si riferisce a persona che guarda il prossimo con diffidenza, in modo sospettoso. Molto probabilmente, perché è lui per primo ad essere una persona non molto leale, insomma giudica tutti con lo stesso metro».

Insomma è uno che quando parla o quando ascolta non guarda in faccia l’interlocutore ma preferisce guardare in giù, i suoi piedi o il pavimento.

Ecco allora che appare plausibile questa mia deduzione sull’origine del termine ceranzotte:
cera-ceratüre (aspetto, atteggiamento del viso)
-‘nzotte (rivolto in giù, di sotto, verso il basso)

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Paliotte

Paliotte s.m. = Sistema di pesca

È un sistema di pesca sotto costa, praticata quando c’erano onde alte che impedivano l’uscita in mare aperto, nell’epoca in cui le imbarcazioni erano mosse da propulsione remo-velica.

La la rete a trama fitta era sorretta da due lunghe aste e manovrata da due uomini a bordo di una barca. Un po’ come un trabucco “a mano”.

La barca si poneva parallela alla riva, ma in questa posizione veniva sospinta dai marosi verso la costa. Per impedire che il natante si infrangesse contro gli scogli, altri due uomini si impegnavano a governarla usando lunghe pertiche che puntavano contro il fondale.

Ad un segnale convenuto i due uomini col paliotte sollevavano le aste e i pesci venivano catturati dalla rete ad esse fissata.

Un sistema di ripiego non alla portata di tutti, che richiedeva grande dispendio di forza muscolare, spesso sproporzionato rispetto al bottino che si poteva ottenere.

Ritengo che paliotte sia una corruzione linguistica dei “paletti”, che in coppia formano l’attrezzatura principale di questo sistema di pesca.

Ringrazio il prof.Matteo Castriotta e il dr.Sandro Mondelli per le meticolose spiegazioni fornitemi..

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Mbezzé

Mbezzé v.t. = Conficcare

Il verbo ‘mbezzé significa conficcare, piantare un chiodo, un picchetto. Per queste azioni è richiesta una certa forza.

Nella forma intransitiva pronominale ‘mbezzàrece, si vuole indicare l’atto di infiltrarsi in un gruppo, intrufolarsi in un locale, inserirsi in un contesto, ecc. quasi con sfacciataggine o intraprendenza..

Da non confondere con ‘mbelezzé che significa infilzare.

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La jatta’nnammurande fé a smurfiöse pe tutte quande

La gatta in amore fa la smorfiosa con tutti.

L’aggettivo ‘nnammurande è intraducibile. Tento con una perifrasi: che è facile all’infatuazione.

Un Detto che si cuce addosso a qualche ragazzotta, sotto carica di ormoni, che si innamora facilmente alla vista di qualche giovanotto aitante…

Ovviamente vale anche per i giovincelli che si attizzano appena vedono qualche fanciulla, specie se prosperosa di tette e culo (scusate, ma mi sono ricordato di come si usava ai miei tempi).

Ringrazio il dr-Enzo Renato per il suo prezioso suggerimento.

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Mangé scorze e tótte

Mangé scorze e tótte loc.id. = Soverchiare, far un sol boccone del contendente, mostrare superiorità fisica o intellettiva

 La locuzione, tradotta alla lettera, significa semplicemente mangiare qualche frutto (mele, uva, ecc.) con tutta la buccia.

Ma viene usata principalmente in modo figurato, come voler dichiarare di sapere o poter facilmente sbaragliare un antagonista. Vediamo come viene usata:

1) come frase positiva, ha diversi significati poco discostanti tra loro. 

a) Evidenzia la propria abilità verso qualcuno che si vanta pur non avendone capacità o merito.
Se vulüme fé ‘na corse p’i bececlètte, te mange scorze e tótte = se vogliamo fare una corsa con le bici ti faccio mangiare la polvere.

b) Sottolinea la propria esperienza o la effettiva capacità nel risolvere qualsiasi difficoltà..
E che ce völe a munté l’armadje? Mò me la mange scorze e tótte = E che ci vorrà mai a montare l’armadio? Son capace io di farlo in men che non si dica. 

2) come frase negativa , ossia non mangiare il frutto con tutta la buccia, consiglia di non fermarsi alla prima impressione, non sottovalutare una persona o un evento.
Nen te mangianne tutte cöse scorze e tótte = Non credere a tutto ciò ti dicono, ossia devi prima mondare e sgrossare ciò che appare o ti mostrano per capire il nocciolo della questione.

Ringrazio gli amici Francesco Granatiero e Tonino Sorbo di avermi dato lo spunto per comporre questo articolo.

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Jèsse füne alla furciüne

Jèsse füne alla furciüne loc.id. = Essere scaltro

Va bene anche scritto Jèsse fïne alla furcïne. Per il suono omofono si può usare indifferentemente la ü o la ï con la dieresi.

Alla lettera significa: essere fino alla forchetta… Ma in lingua italiana non dice nulla, perché molto vaga. La locuzione idiomatica è un’espressione specifica di una lingua, intraducibile alla lettera.
Un esempio? Gli Inglesi quando piove forte dicono che “piovono cani e gatti” (it’s raining cats and dogs), o chiamano il panino con la salsiccia “il cane caldo” (hot dog)… Vabbeh!…

La nostra locuzione si declama per esprimere ammirazione verso qualcuno che ha mostrato furbizia, scaltrezza, avvedutezza o abilità nel compiere un’azione, o anche solo per evidenziarne le capacità. Insomma vale un bel BRAVO!

Uaglió, sì fïne alla furcïne = Ragazzo/a sei davvero in gamba!

Talvolta sarcasticamente vale come antifrasi ad una malefatta…

Semplificando: con la forchetta (ossia nel maneggiare le posate per mangiare) tutti abbiamo acquisito una grande destrezza, perché abituati fin da piccoli.

Mi viene il sospetto che furcïne sua una semplice uscita in rima, come in:
Cröce e nöce
Storje e patòrje
Mamurce p’i ‘ndùrce
Nannurche abbasce a l’urte
Pàbbele e fracabbele
Sturte e malurte



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Djasìlle, djasìlle, Segnöre pighjatìlle!

Djasìlle, djasìlle, Segnöre pighjatìlle prov.

Ho già spiegato l’origine di djasìlle (clicca)

Si tratta di un Detto enunciato da qualcuno davvero spazientito, di fronte ad un interlocutore assillante, importuno, tedioso. È un’implorante richiesta al Signore per essere liberati da quella persona molesta.

L’espressione ha carattere semi-serio. Nessuno ovviamente augura la morte di alcuno, per quanto odioso o fastidioso (almeno in sua presenza…).
È un modo, tra il serio e il faceto, di troncare il dialogo, di invitare l’altro a smettere di rompere i timpani.

Ovviamente gioca molto la rima sul diasìlle/pigghjatìlle.

A proposito di rima, mi viene a mente (alle scuole medie si studiava il francese) quel mio compagno di classe, napoletano, che un giorno se ne venne fuori con questa frase in rima:
Oh Seigneur de la France
donne moi la patience
e liéveme a chisto ‘a nanze!

Ringrazio il dott. Michele Castriotta per avermi fornito lo spunto per questo articolo, e il dott. Sandro Mondelli per questo interessante commento :
«È l’esortazione du jatechere a comprarsi le ultime triglie, oppure l’accorata preghiera dei parenti del malato sofferente e molto anziano?»




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