Autore: tonino

Mò jéve

Mò jéve loc.id. = Da molto tempo

È una risposta ovvia a chi chiede se un determinato lavoro è stato completato, o se qlcu è giunto all’appuntamento, ecc.

Con mò jéve si dà enfasi al semplice “sì”, come per dire: «Non lo sapevi? È da tanto tempo che la cosa è accaduta!»

Generalmente si pronuncia sollevando contemporaneamente la mano aperta in verticale con le dita stese sollevate verso il proprio orecchio, come per indicare che il tutto tempo passato è ormai dietro alle proprie spalle.

Alla lettera significa “adesso ha”. Forse evidenzia che “ora ha fatto un anno, un mese, un decennio, o altro”

-«Cuncettè, ma ‘u fìgghje tüve ca sté ‘n Germànje c’jì spuséte?» = Concettina, ma tuo figlio che vive in Germania si è sposato?
-« Mò jéve!» = Uh, da tanto tempo!

Jì arrevéte Giuànne? Mò jéve! = È arrivato Giovanni? Sì, da tempo!

Mò jéve ca agghje fenute de mangé! = È un bel po’ di tempo che ho finito di mangiare.

Esiste, con lo stesso significato, la brevissima variante: “da mò” = (Non) da ora, ma da tanto tempo. Come, non lo sai?

Mirabile capacità di sintesi del nostro dialetto, che esprime una frase intera con un solo bisillabo!

Filed under: MTagged with:

Spràteche

Spràteche agg. = inesperto, non pratico

L’aggettivo è riferito a persone che si improvvisano mestieranti mentre sono del tutto incapaci.

Il risultato è ovviamente disastroso, o quanto meno deludente, molto al di sotto delle aspettative.

Metti me a restaurare un mobile antico, o a tagliare una lastra di vetro, o a stirare una camicia…

Non parliamo se mi fai sedere davanti a un pianoforte.
Con tutta la concentrazione possibile, al massimo riuscirò a pestare sui tasti, dopo numerosi tentativi, “Tanti auguri a te” con un dito solo!

Invece davanti ad una macchina da scrivere me la cavo molto meglio!

Anche a cuocere due uova in tegamino. Ma non di più!

Filed under: STagged with:

Pecuzze

Pecuzze s.m. = Questuante, cercatore.

Era generalmente un frate laico che girava per masserie in cerca di cibarie per la sua comunità.
Si spostava con un carretto trainato da un mulo.   La foto (tratta dal web) ritrae uno frate addirittura motorizzato, evidentemente di epoca relativamente più “moderna” rispetto ai miei ricordi.

Raccontava ai coltivatori storie garbate e/o divertenti, e riceveva in cambio frumento, vino, olio, mandorle, orzo, arance, limoni, cotogne, ecc., che accumulava in vari sacchi, in damigiane o in cassette che portava con sé.

Era conosciuto da tutti ed accolto con simpatia. Spesso era invitato a sedersi a tavola per pranzare assieme  fattore e alla sua famiglia.

A sera ‘u pecuzze ritornava al convento, scaricava le vettovaglie e l’indomani ripartiva per un altro giro nelle campagne della Capitanata. Difatti il termine era conosciuto in tutta la Daunia.

Ecco la definizione e l’etimo riportato nel prezioso “Dizionario Dialettale Cerignolano” del dott.Luciano Antonellis:
«pecuzze2 s.m. (sp. bigoz, fr. bigot) Frate laico»

Il termine pecùzze finì per designare una persona rozza nell’abbigliamento e magari anche nei modi.

Come sinonimo si usavano le perifrasi mòneche cercatöre = monaco cercatore o ca vé facènne la cèrche = che va facendo la cerca, la questua.

Ora sia la figura del frate questuante, sia il termine stesso sono scomparsi dalla vita e dal linguaggio comune.
L’ho voluto ricordare perché era parte della nostra vita, ammirando soprattutto la solidarietà viva che esisteva in quei tempi difficili.
Ringrazio i lettori che mi hanno spiegato che il termine pecuzze è usato anche come soprannome col quale è conosciuta la famiglia Bottalico.

Filed under: PTagged with:

Sfarrizze

Sfarrìzze, o sferrìzze. s.m. = Ferraccio

Un termine desueto, che indica qualsiasi oggetto metallico di cattiva qualità o deteriorato, non in buono stato di conservazione.

Facciamo l’esempio di un’auto vecchia, scassata…. jì ‘nu sfarrìzze.

Un vecchio frigo, una lavatrice dal rigattiere so’ sfarrìzze = sono ferraglia inutile.

Chiaramente l’etimo è “ferro”.
Ricordo, sempre derivato da “ferro”, anche il sinonimo sferràcchje.
‘Nu sferracchje stagghjéte = uno coltellaccio col taglio rovinato.

P.S.
Un qualsiasi oggetto tagliente (rasoio, cesoia, coltello, tronchese, scalpello) che per l’uso presenta il filo del taglio logorato, in italiano NON ha (secondo me) un aggettivo appropriato come il nostro stagghjéte = che ha perduto il taglio.

A volte il dialetto è più ricco della lingua italiana, che usa “spuntato”, riferito ad arnesi da punta (punteruolo, spiedo, lapis, pala-mina, piccone), non da taglio (ascia, scalpello, cuneo per legno).
Attendo l’intervento di qualche linguista titolato, che mi permetta di arricchire il mio lessico carente.

Ringrazio l’amico Matteo Borgia II per avermi dato lo spunto per stilare il presente articolo.

Filed under: STagged with:

Mètte alla vüje

Mètte alla vüje loc.id. = Mettere (qualcosa) a portata di mano.

I ragazzi di oggi traducono l’italiano e dicono «Mètte a purtéte de méne» ma l’espressione antica è decisamente più appropriata.


Infatti l’oggetto messo “alla via” si trova sul percorso di chi lo deve prendere, e non deve essere cercato altrove: è già là in bella mostra.

Ma’, mìtte ‘u ‘mbrèlle alla vüje, ca quanne passe me lu pìgghje = Mamma, metti l’ombrello a portata di mano, così quando passo me lo prendo.

Filed under: MTagged with:

Abbelì

Abbelì  v.t. = stremare, abbattere, stancare, svilire

Accettabile anche la versione abbelìsce = affaticare.

Esiste la forma riflessiva abbelìrece = stancarsi, abbattersi
Me sò abbelüte = mi sono spossato, sfibrato.

Probabile origine del verbo avvilire, nel senso di abbattere, estenuare,  con la solita influenza spagnola della “v” che diventa “b” o viceversa (barbiere/varvjire, braccio/vrazze, carbone/carvöne, ecc.).

Mi ha divertito recentemente sentire una signora che, evidentemente stanca della vivacità del suo frugoletto, ha esclamato in italiano: «E basta! Oggi  mi hai abbilita bella bella

Filed under: ATagged with:

Scemüse

Scemüse s..m. =Soprabito femminile

Si tratta di un indumento femminile piuttosto leggero e di semplice di fattura, in uso nelle mezze stagioni. Era dotato di colletto, maniche lunghe e abbottonatura sul davanti, come un lungo camicione.

Difatti il termine deriva dal francese chemise (pronuncia scəmisə), che significa proprio camicia, camicetta.

A proposito di camicie, in Francia, un emigrato nostrano vide sull’insegna di un laboratorio la scritta “CHEMISERIE” (pronuncia scəmisə= confezionamento di camicie, camiceria)  e commentò: «In Italia abbiamo povertà, ma non scriviamo “che miserie”  sui tabelloni».

Filed under: STagged with:

Nghjüde

’Nghiüde v.t. = Rinchiudere,
Deriuva dal latino in+cluder.
Specificamente, ricoverare in manicomio; mettere in collegio o in convento.

Accettabile, anche se più rara, la versione ‘nchjüdì

Puverèlle, l’anne ‘nchjüse pecchè nun putöve sté cchjó alla chése = Poverina l’hanno rinchiusa (in manicomio) perché non poteva rimanere più in casa (violenta per schizofrenia).

Da uagnöne so stéte trìste assé, e m’anne ‘nghjüse jìnd’u collègge. = Da ragazzino sono stato troppo irrequieto e mi hanno messo in collegio.

Filed under: N

La növa marzajöle düre quande l’amöre tra la sògre e la nöre

La növa marzajöle düre quande l’amöre tra la sògre e la nöre proverbio

La neve di marzo dura poco, quanto dura l’amore fra la suocera e la nuora, praticamente un tempo brevissimo.

Ovviamente sulla durata dell’affetto tra suocera e nuora permettetemi di evidenziare le splendide eccezioni a questo luogo comune che le vedrebbe sempre in contrasto tra di loro, come la lima e la raspa.

Filed under: Proverbi e Detti

Ngreddàrece

Ngreddàrece v.intr. = Indirizzirsi, prendere freddo

Un verbo che viene usato ormai solo dagli anziani, perché sta andando in disuso, come il sinonimo chjetràrece, soppiantato dal più sbrigativo gelàrece,

C’è un secondo significato. Il verbo transitivo ngreddé ad uso dei cacciatori per indicare l’atto di sollevare il cane (percussore) prima di premere il grilletto dello schioppo.
Allora le armi da fuoco, compresi i fucili da caccia, non erano automatiche, e bisognava, prima di sparare, sollevare manualmente il percussore.
Penso che proprio il grilletto abbia dato il nome al meccanismo grilletto-cane e al verbo ngreddé che corrisponde al verbo ingrillare ormai in disuso (cfr. Grande Dizionario della lingua italiana)

Filed under: NTagged with: