Autore: Tonino

Vatte lu frjiche!

Vatte lu frjiche! loc.id. = Vattelapesca

Somiglia, come costruzione verbale,  a quello che la inesauribile Enciclopedia Treccani spiega sulla locuzione  vattelappésca, cioè :
«[da vàttelo (imperat. di andare, rafforzato dalle particelle ti e loa pesca (pop. per «a pescare»)]. – Propr., «va’ a trovarlo, a indovinarlo; va’ a saperlo.»
Come dire chissà dov’è finito!

Nel nostro caso, alla lettera, caso corrisponde “vattelo a frecare”, nel senso che è ormai impossibile acchiappare, catturare, bloccare un ipotetico fuggitivo, scappato via fulmineamente di fronte alla prima avvisaglia di pericolo.

Ad esempio un gattino che sfugge al tuo tentativo di presa. O un monello che ha compiuto una birichinata e teme la tua reazione ola tua minaccia.

Vatte lu frjiche! si pronuncia tutto d’un fiato appoggiando e prolungando l’accento tonico sulla penultima sillaba. come fosse scritto vattelufriiiiche! (ascolta cliccando qui sotto)

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U scarpére p’i scarpe rotte

U scarpére p’i scarpe rotte

Il calzolaio con le scarpe rotte
Capitava che gli artigiani dedicassero più tempo ad eseguire il lavoro ai committenti che a badare alle proprie necessità.

Il tempo di riparare le proprie scarpe veniva rinviato e usato per riparare quelle che giustamente apportavano una remunerazione in denaro.

Ovviamente il Detto poteva adattarsi a qualsiasi categoria di lavoratori (fabbri, muratori, barbieri, ecc,) persino ai Commercialisti,  che rimandano all’ultimo giorno utile la compilazione della propria dichiarazione dei redditi.

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Lüna cuchéte, marenére respegghjéte

Luna tramontata, marinaio sveglio

È un Detto marinaresco.

Il significato secondo Michele Conoscitore, figlio di pescatore, è questo:
Poiché le battute di pesca si svolgono nottetempo, il chiarore lunare consente ai pescatori di agire con una certa sicurezza.
Quando invece la luna si è cuchéte (coricata, tramontata) occorre maggior vigilanza da parte dei pescatori che quindi devono essere respegghjéte (svegli, attivi, con gli occhi aperti) per scongiurare pericoli derivanti dal buio.

Il lettore Umberto Capurso dice che «Quando la falce della luna è coricata … Il marinaio deve stare attento, possibilità che il tempo cambia facilmente.»

In ogni caso è assodato che in mancanza del chiarore lunare gli uomini in mare devono agire con maggior attenzione.

Come molti proverbi e Detti anche questo invita ad agire con cautela.
Ringrazio questi due miei amici per il loro contributo diretto.

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Lattüche de mére

Lattüche de mére s.f. = Lattuga di mare

Trattasi di un’alga (Ulva lactuca) molto comune anche nel nostro mare. Era usata dai pescatori, quando non esistevano sistemi refrigeranti, per coprire le cassette dei pesci allo scopo di tenerli umidi e così prolungarne la freschezza.
Ho letto che nei Paesi nordici (Scozia, Danimarca, Irlanda, Scandinavia) e in Indonesia viene mangiata come l’insalata orticola.
(Foto Amilcare Renato)

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Accüme me pajàbbe, acchessì te pettàbbe

Accüme me pajàbbe, acchessì te pettàbbe.

Alla lettera significa: come mi pagasti, così ti dipinsi.

Con la cifra che hai stanziato non potevi pretendere una prestazione d’opera e l’impiego di materiali di prima scelta per la dipintura della casa. Si può intendere anche la realizzazione di un quadro o di un ritratto a pennello.

Volutamente si usa la declinazione dei verbi alla maniera di un dialetto del sub-appennino dauno (Faeto, Carlantino o giù di lì) per mostrare la schiettezza del detto, e un po’ per prendere in giro il committente spilorcio.

Infatti in manfredoniano si dovrebbere dire pajàste e pettàtte. o, meglio, al passato prossimo: cüme m’ha pajéte, acchess’ t’agghje appettéte. = come mi hai pagato, così ti ho dipinto.

Simile ad un altro proverbio dello stesso tenore: Accüme me sùne, acchessì te cande = come mi suoni, così ti canto..

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De tutte cöse àmma parlé, ma ‘a tabbaccöre nen l’àmma tucché.

De tutte cöse àmma parlé, ma ‘a tabbaccöre nen l’àmma tucché.

Di tutto dobbiamo parlare, ma la “tabacchiera” non la dobbiamo toccare.

La lettrice Tonia Trimigno mi suggerisce una lieve variante, per bocca di sua nonna, che non ne stravolge affatto il significato:
Juchéme e pazziéme ma ‘a tabbaccöre nen l’amma tucché = Giochiamo e scherziamo, ma la “tabacchiera” non la dobbiamo toccare.

Ovviamente la tabacchiera (astuccio contenitore di tabacco) qui ha un significato traslato, Come quando si cita “l’uccello” e non si intende indicare il volatile, o “la patata” o”la farfallina” e non è riferito né all’ortaggio, né all’insetto.

Ringrazio l’amico Umberto Capurso che mi ha fornito il Detto e la relativa spiegazione che riporto qui di seguito.

In tempi di ristrettezze economiche le nostre nonne compravano tutto a credito. Alcuni bottegai, specialmente verso le clienti carine e in arretrato con i pagamenti, avanzavano proposte indecenti in cambio dell’immediato azzeramento del conto. Le donne oneste e rispettabili rispondevano in questo modo, facendo chiaramente capire che di tutto si poteva parlare, ma non si dovevano oltrepassare certi limiti a salvaguardia della propria dignità di donna e di sposa.

Qualcuna spiritosa gli faceva la (clicca→) puppéte , ma questo è il risvolto comico della faccenda.

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Cante, ca te fé Canòneche

Alla lettera si traduce con: Canta, ché ti fai Canonico.

Questo Detto ha due significati:
1) Parla tu, ma tanto io non ti ascolto. 
2) A furia di cantare puoi diventare anche Canonico … ma a me non interessa. 

Cominciamo a dire che il Canonico è un presbitero (cattolico, luterano, o anglicano) facente parte di un Gruppo ristretto, il “Capitolo”, creato dal Vescovo e scelto fra i sacerdoti che si  sono distinti per particolari meriti nel loro ministero. 

Spiegazione: il Detto cita il Canonico perché questi era la figura che colpiva l’immaginazione popolare, per il suo canto doloroso, implorante e monotono che si ascoltava durante le funzioni cui partecipava l’intero Capitolo Diocesano.

Nei funerali “di lusso” di una volta i parenti del defunto invitavano, dietro compenso, l’intero Capitolo a partecipare al funerale e al successivo accompagnamento della salma fino al Cimitero, dietro il cocchio a quattro cavalli bardati di nero. I Canonici durante il tragitto pregavano e salmodiavano, con canti mesti che si addicevano al lutto.

Ringrazio Umberto Capurso per avermi dato spunto per la stesura di questo articolo.

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Temènze

Temènze sf = Timore, soggezione, rispetto, riguardo

Indica uno stato d’animo interiore, come di trepidazione, di soggezione, di rispetto, di apprensione.

Un sostantivo che sta scomparendo. Peccato perché ha un bel suono ed è comprensibile anche se lo si sente per la prima volta, a causa della stessa radice di “temere” da cui deriva.
Era usato nell’italiano antico: infatti si trova proprio “temenza” a partire da Boccaccio nel XIV secolo, e credo fino agli scrittori del Novecento. Trovo che sia un termine elegante.

Nel nostro dialetto era usato fino alla generazione precedente l’attuale, ossia fino agli ani ’60. .

Nen töne temènze de nesciüne = Non ha timore di nessuno.

Ricordo che mia madre quando mi rimproverava per qualche marachella, commentando il mio atteggiamento un po’ di sfida, diceva che io avevo pavüre senza temènze = paura senza timore. Ossia che la mia “paura” era solo finzione…
Ma ero in età pre-scolare e mi fu risparmiata più di una volta la meritata sculacciata.

Ringrazio l’amico Nardino Mastroluca per il prezioso suggerimento.

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Tafanèlle

Tafanèlle s.f. = segreti, pensieri reconditi, desideri “in pèctore”.

Un sostantivo usato sempre al plurale.
In italiano esiste una locuzione che si avvicina a tafanèlle, termine ormai desueto, e conosciuto solo dagli ottuagenari: cioè “scoprire gli altarini” = scoprire o svelare i segreti altrui.

Códde Mattöje sépe tutt’i tafanèlle = Costui, Matteo, sa tutti i (miei/tuoi/nostri) segreti.

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Botte carröre (a)

A bòtte carröre loc.id. = Velocemente, precipitosamente, di gran carriera

Di gran carriera, a gambe levate, in tutta fretta, rapidamente, di corsa, a spron battuto, a tutta birra, repentinamente, ecc.

Stèmme tanda belle nanz’a chése, quànne, tutte ‘na vòlte, jì’rrevéte Giuànne a botte carröre = Stavamo tanto bene davanti casa, quando, ad un tratto, è arrivato Giovanni di gran carriera.

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