Categoria: F

Féfe

Féfe

Féfe s.f. = Fava

Pianta erbacea della famiglia delle Fabaceae (Vicia faba) con fusto eretto, foglie paripennate, fiori bianchi o violacei e semi schiacciati a forma di rene contenuti in baccelli.
Il seme è commestibile. Di colore verde o bruno, di forma appiattita, si mangia fresco o secco.

La tradizione manfredoniana vuole che il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre – forse perché la loro forma tondeggiante, ci fa ricordare gli occhi estirpati alla povera Lucia nel suo martirio – si consumino le fave lessate con tutta la buccia, dette féfe aggraccéte, ossia aggrinzite, perché così si presenta la corteccia dopo aver tenuto le fave in acqua per tutta la notte prima della bollitura e per effetto della cottura.

Insomma la fava si presenta con delle minuscole pieghe o ondulazioni, aggrinzita, “arricciata”.

Si preparano anche arrostite, sempre con tutta la buccia. Si mangiano come i bruscolini o il pop-corn, ossia per passatempo. Ma è un passatempo solo per coloro che hanno denti robusti…
A me spaccherebbero la dentiera! ‘Nziamé!.

C’era un tale che tutte le sere si collocavacon un suo scanno davanti al cinema “Fulgor” e vendeva in coni di carta, fave e ceci abbrustoliti, da consumare durante la proiezione dei film.

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Fé a ‘n’öre de notte

Fé a ‘n’öre de notte loc. id. = Picchiare percuotere duramente qualcuno.

Alla lettera: fare ad un’ora di notte.
Fare che cosa? Un po’ enigmatica per i non nativi.

Non è di sicuro una locuzione avverbiale di tempo come suggerirebbe la grammatica… Non significa “agire ad una determinata ora notturna”.

In linguaggio figurato un’ora di notte equivale a buio pesto.
Ecco il nero dell’oscurità è paragonabile all’aspetto del soggetto massacrato di percosse, pieno di lividi, ferite ed ecchimosi.
Rendere irriconoscibile il contendente per le sberle, i calci, i pugni ecc. infertigli.

Il più delle volte, fortunatamente, la locuzione è pronunciata solo come una minaccia esplicita. Raramente, ammesso che si passi all’azione, si arriva a rendere così malconcio un contendente.

Se t’agghje ‘ngramme te fazze a ‘n’öre de notte! =
a) [forma breve] – Ti disintegro!
b) [forma estesa] – Se riuscissi ad afferrarti nelle mie grinfie, ti renderei irriconoscibile in conseguenza delle sevizie cui inevitabilmente e spietatamente sarai sottoposto, per colpa esclusiva delle tue esecrabili azioni.
(Mamma mia!)

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Fröca-pezzènte

Fröca-pezzènte s.m. = Vento gelido di tramontana.

È un modo semiserio di indicare il vento gelido di tramontana.

Alla lettera significa che è micidiale per i poveri mendicanti (i pezzenti, appunto, clicca qui) che, non avendo panni per coprirsi, sono esposti alle conseguenze nefasti della tramontana.

Scherzosamente è detto anche feleppüne.

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Fetècchje

Fetècchje s.f. =  Porcheria

Si usa questo termine, usato per lo più in marineria, per indicare robaccia, schifezze e altre sozzure che trovano nelle reti
salpate assieme ai pesci.

Il sostantivo può derivare da un accavallamento di fetenzia e schifezza…

Usato anche spregiativamente come aggettivo per biasimare e deplorare il comportamento di persona cattiva, vile, sleale.

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Fìgghje de putténe

Fìgghje de putténe inter. = Figlio di puttana.

Definizione indispettita, improperio lanciato verso qlcu che ha agito male nei confronti del parlante o della comunità.

‘Nu fugghje de putténe ho menéte ‘ndèrre ‘u péle d’a lüce! = Un mascalzone ha atterrato un palo della illuminazione pubblica.

Questa invettiva, pronunciata con durezza, è un’offesa abbastanza grave,  ma in taluni casi ha assunto una connotazione diversa.
Può essere pronunciata scherzosamente, allora la frase quasi affettuosa e ammirativa per la scaltrezza e l’abilità dimostrata dal soggetto cui l’epiteto è diretto.

Infatti  questi figli di madre ignota, vissuti in ambiente degradato, dovevano imparare presto a diventare scaltri, dinamici, e abituarsi a lottare contro la crudezza che la vita presenta giorno per giorno.
Ovviamente erano avvantaggiati rispetto agli altri figli “normali”, perché sapevano affrontare e risolvere qualsiasi difficoltà si fosse presentata ai loro occhi.

Ormai l’epiteto “Figlio di puttana”è comune in tutte le lingue:

Ricordo che fu la prima frase che i Manfredoniani impararono dagli Americani, con cui erano in contatto durante l’occupazione Alleata nell’ultima guerra, fu, in un inglese maccheronico:

Sàreme-a-bbìcce, ossia Son of a bitch = Figlio di una cagna (qui intesa come prostituta, abbreviato in letteratura con sob).

Ovviamente noi monelli non sapevamo il significato della definizione, ma la ripetevamo a sproposito, solo perché aveva un bel suono.

Rammento anche di aver letto il noto labiale di Maradona: Hijo de puta!

Variante: Fìgghje de frechéta ‘ngüle, o fìgghje de zòcchele  (anche nella forma breve  fìdezòcchele).

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Fé sèmbe l’úve a ddüje rósse

Fé sèmbe l’úve a ddüje rósse loc.id. = Essere gradasso, spaccone

Alla lettera: fare sempre l’uovo con due tuorli.

Una cosa possibile, ma piuttosto rara. Invece quando qualcuno si vanta di fare sempre cose mirabolanti bisogna diffidare.

C’è sempre qualcuno, in ogni cerchia di persone (al bar, tra amici, alla spiaggia,  al circolo, alla sede di un partito, in parrocchia, al dopolavoro, ecc.) che è esagerato in ogni suo racconto, quando parla di donne, di caccia, di pesca, di pranzi, di professionalità, di furbizia, di abilità al volante, di potatura degli ulivi, di preparazione del limoncello, ecc

Ovviamente parla in prima persona…. come per sottolineare “come me non c’è nessuno”, “io so’ io, e voi non siete un cà”, insomma una perona insopportabile.

Sinonimi (clicca→) Sbafandüse, (clicca→) Grannezzüse (clicca→) Vandasciotte

 

 

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Fé pedéte-pedéte

Fé pedéte-pedéte loc-id = Lasciare impronte o orme.

Era un rimprovero certo, lanciato dalle nostre mamme quando camminavamo per casa mentre lei stava lavando il pavimento, oppure quando d’inverno rincasavamo con le scarpe inzaccherate dalla pioggia.

Stéche lavànne ‘ndèrre, nen faciüte pedéte-pedéte! = Sto lavando il pavimento, non imbrattatelo con le vostre scarpe!

Stujàteve i pjite se no faciüte pedéte-pedéte! = Passate le scarpe sulla stuoia, altrimenti lasciate tante orme sul pavimento!

 

Se vogliamo fare una similitudine, ricordiamo i segni rilasciati con le mani, al significato n. 1 di ciambe-ciambe.

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Fusüne

Fusüne s.f. = Anfora, giara

Grossa giara, quasi senza collo, dalla capacità di oltre 40 litri

Usata come serbatoio domestico di acqua potabile.

Dotata di bocca larghissima per consentire di introdurre un secchiello per attingere l’acqua da bere o per la cucina, talora con manici appena accennati, e di coperchio di legno per evitare che vi entrassero accidentalmente delle impurità o della polvere.

La parte superiore era come una cupola, smaltata, e con un’apertura bordata. La parte inferiore, terracotta a vista, andava diminuendo di diametro fino alla base.

All’interno era smaltata di un bel color nocciola.

I bambini non potevano avvicinarsi troppo alla fusüne, perché c’era rischio di farla spaccare urtandola inavvertitamente con l’irruenza dei monelli vivaci.

Mi fa venire in mente il famoso divertente racconto di Pirandello “La Giara”, con  Don Lollò Zirafa e Zi’ Dima Licasi.

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Furnacèlle 

Furnacèlle s.f. = Fornacetta, barbecue

Contenitore metallico cilindrico a due piani.

Su quello superiore, bucherellato, si ponevano i carboni a buciare.

Sul piano inferiore, per caduta, si accumulava la cenere dei carboni man mano che si consumavano. Per toglierla, la parete della fornacetta era dotata di una porticina della larghezza di una apposita paletta.

Quella d’uso comune era “caricata” da una adeguata graticola con gli alimenti da arrostire. Carne, peperoni, sardine, baccalà, ecc.

Fatta a mano dai lattonieri. Era fissata a tre piedini di ferro ad asta, verticali, di altezza variabile.

Durante l’uso, gli abitatori dei sottani ponevano l’apparecchio sul marciapiede prospiciente l’uscio per evitare troppi fumi per casa.

In compenso la cottura spargeva per tutta la strada l’odore irresistibile delle sicce o degli sparrüne o dei pepedìnje = seppie sparroni, o peperoni.

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Furmèlle

Furmèlle s.f.. = Bottone.

Piccolo oggetto di vario materiale, spec. a forma di dischetto, gener. con fori al centro, che, cucito a un lembo di stoffa e inserito in un occhiello, serve a chiudere un indumento, un capo di biancheria (giacca, camicia, pantaloni, federe dei guanciali), e può essere usato anche solo come guarnizione.

Nei secoli passati li facevano di osso o di madreperla. Ora li fanno di plastica.

Quelle di qualità scadente erano usate come fiches nei giochi fanciulleschi (sottomuro)

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