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Pàbbele

Pàbbele s.f. = Favola  raccontino

Una storiella interminabile, che si arricchisce di particolari man mano che si racconta, inventata al momento, magari a commento di un episodio di cronaca realmente accaduto in ambito politico, sociale, sportivo, lavorativo, ecc.

Talvolta l’espressione pàbbele e frecàbbele si usa per indicare un allegra serata trascorsa tra amici a raccontare storie, vere e inventate, all’insegna dell’allegria, del cibo e del buon vino.

A parte l’assonanza fra questi due termini (si usa spesso in dialetto come in storje e patòrje…,  mamùrce p’i ndurce,… nannùrche abbasce a l’urte… spìrte e demìrte,… sturte e malurte,… ecc.), il sostantivo pàbbele, che è usato sempre al pluralesignifica proprio favole.

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Pàcce

Pàcce agg. e s.inv. = Pazzo

Che ha perduto la ragione.

Assì pacce = Diventare pazzo, psicopatico, impazzire.

Mo me fazze pegghjé da pacce = Agisco come un folle, in modo che gli altri mi prendano per pazzo.

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Pàcce assaljéte

Pàcce assaljéte loc.id. = Pazzo esagitato.

Tra i diversi modi di definire una persona folle, c’è questo assaljéte che forse significa esaltato, sfrenato, turbolento, irrefrenabile.

La locuzione è invariabile, al maschile, al femminile, al singolare e al plurale. Cambia solo l’articolo che determina il genere e il numero di assaljéte.

La locuzione può calzare nella definizione di una persona, sana di mente, ma in uno stato di eccessiva eccitazione, o di parossismo.

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Paccègne (alla)

Paccègne (alla) loc.avv. = pazzamente, follemente

Alla maniera dei pazzi, senza alcuna logica.

Quando qlcu prende una decisione avventata, senza alcuna coerenza, si dice che fé i cöse alla paccègne = fa cose da pazzi, agisce come un folle.
Si può anche dire, con leggera variante: alla paccègna manöre = alla maniera dei pazzi.

Questo qualcuno potrebbe definirsi mupacchjöne, e di conseguenza agisce alla mupègne.

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Pacciarüje

Pacciarüje s.f. = Pazzia, follia

Condizione di chi è affetto da malattia mentale, associata ad atteggiamenti abnormi, e spesso violenti.

Per estensione, ma con valore attenuativo, descrive un’azione o un discorso che rivela imprudenza e/o bizzarria, stravaganza.

Quàcche jurne jà fé ‘na pacciarüje e me vèste da màškere = Qualche giorno debbo fare una follia e mi vesto in maschera.

Me fazze venì a pacciarüje e mènghe mazzéte de cechéte a tutte quànde = Mi faccio venire la pazzia e dò botte da orbi a tutti.

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Pagghjére

Pagghjére s.m. = Pagliaio

In origine era un deposito di paglia dalla quale ha preso il nome.

Generalmente si definisce pagghjére una piccola costruzione rurale a secco, isolata nei campi, adibita a deposito di zappe, vanghe, aratri e altri attrezzi agricoli.
È simile ad un piccolo trullo.
I pagghjére si trovano numerosi nel Salento (detti pajaru, o pagghiaru) e nella Puglia piana.

Fungevano anche da rifugio temporaneo per i braccianti durante i lavori nei campi. Infatti fornivano un eccellente un riparo sia dalla calura estiva nelle ore più calde della giornata, e sia da acquazzoni improvvisi.

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Pagghjòsche

 

Pagghjosche s.f. = pagliuzza, nullità, esiguità, inezia,

Si tratta di un materiale di scarto nella lavorazione dei cereali: praticamente lo stelo sminuzzato del frumento eliminato dopo la trebbiatura.

Viene usato nella locuzione pegghjé pagghjosche (prendere pagliuzze), che significa raccogliere o ricavare un bel nulla.

A volte figuratamente il termine è utilizzato per descrivere una persona di scarso valore culturale, economico, morale. Per questo i vicini Cerignolani usano il termine pagghiouse, ossia uomo di paglia, senza valore, uomo da poco, una nullità, inaffidabile.

Apprjisse a códde crestjéne nen ce pöte pegghjé pagghjòsche = Su quella persona non si può fare alcun affidamento.

A volte assume un senso di incertezza, di timore:
Ne nzàcce che pagghjòsche agghja pegghjé…= Non so quale decisione devo prendere. Come faccio a uscire da queste difficoltà?

 

 

Il lettore Silvio Simone Pellico suggerisce: «È un modo di dire che indica chi non ha raccolto nulla /ottenuto nulla / concluso nulla. A pagghiòsche è un materiale di scarso valore , ecco perché viene associato a chi non ha concluso o ottenuto nulla . Si usa dire anche nen dicènne pagghiòsche , cioè non dire fesserie.»

 

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Pagghjùle

Pagghjùle s.m. = Soldi

Ritengo che si tratti di un termine gergale dell’ambiente marinaresco.

I Francesi elegantemente dicono argent de poche = denaro da tasca, ossia a portata di mano, immediatamente utilizzabile.

Generalmente il nostro viene usato al plurale, i pagghjùle = i soldi al posto dell’ottocentesco ternüse = tornesi.

Ce vònne i pagghjùle! = Occorrono i soldi!
Con linguaggio moderno: necessitano risorse finanziare!

Stéche senza pagghjùle = Non ho soldi, sono squattrinato.

Lo siamo un po’ tutti in questo periodo. Speriamo solo momentaneamente!

Tutti i dialetti usano un termine specifico: dané, palanche, franchi, terrise, dindi, bajòci, renàre, pìcciuli, ecc. In manfredoniano ricordo anche: turnüse, sòlde, pèzze (dai pesos rimessi dagli emigrati in Argentina) o anche ‘u pjizze=il pezzo, per un importo pattuito in precedenza con il venditore.

In italiano rammento alcuni: quattrini, pezzi, conquibus, pecunia, grana, baiocchi.

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Pajöse

Pajöse s.m. = Paese

Inteso solo come centro abitato e non come nazione.

Anche se si trattava di una città, era sempre chiamata ‘u pajöse. Il termine “città” pronunciato tale e quale in dialetto è una forzatura introdotta con la scuola dell’obbligo.

Gli abitanti, o meglio i concittadini, vengono detti “pajséne a…”
Giuanne jì pajséne a te = Giovanni è un tuo compaesano.

In Amèreche stanne tanda pajséne = In America vivono tanti nostri concittadini.

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Pala-möne

Pala-möne s.f. Palo da mina

Asta di acciaio a sezione circolare dal diametro di cm 3.5 e lunga cm 180, terminante con le punte a taglio, come la lama di un gigantesco cacciavite.

Azionato manualmente dal cavamonti, perforava la roccia in profondità, anche per un metro, per ricavarne la nicchia da riempire di polvere pirica.

Si batteva sul punto voluto tantissime volte. Ad ogni battuta il palo veniva fatto ruotare sul proprio asse di un quarto di giro.

Quando dopo centinaia di colpi il palo era penetrato per un palmo nella roccia, si buttava dell’acqua nella fossa per far fuoruscire la polvere sotto forma di poltiglia.

Un lavoro massacrante, specie sotto il sole, il più estenuante dei lavori manuali.

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