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Maccàgne

Maccagne s.f. = Bonaccia

Totale assenza di vento. In italiano si dice bonaccia morta, così in dialetto è maccàgna morte e in tempi più recenti anche bunazza mòrte.

Gergo marinaresco. La bonaccia, nei tempi in cui la marineria si muoveva solo con trazione remo-velica, era temuta come la tempesta.
La prima perché non consentiva l’uscita per la battuta di pesca, né tantomeno il rientro a terra.
La seconda perché metteva a repentaglio la vita stessa dell’equipaggio.

Derivazione probabile dalla fusione di manganze (mancanza, assenza) e da majagne (magagna, carenza). Non ci giurerei su questa mia intuizione, come sempre. Ci sono fiori di linguisti che ne sanno molto più di me.
A voi la parola!

Un vecchio pescatore nonagenario ha sollevato un distinguo: maccagna morte indica la totale assenza  di vento, ragion per cui il mare è liscio come l’olio.  Invece con la bunazza morte il vento è appena appena percettibile ma non ha energia per gonfiale le vele, e il mare è lievemente increspato.

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Maccaröne

Maccaröne s.m. Pasta alimentare; Ghiozzo; Sempliciotto.

Generalmente il sostantivo è usato al plurale: ‘i maccarüne.

1) I maccheroni sono un tipo di pasta alimentare ottenuta impastando solo semola di grano duro e acqua.  Conditi in vari modi rappresentano un piatto tipico della cucina italiana.
Noi comunemente intendiamo una varietà  a forma di cannello cavo, piuttosto lungo (gli ziti), o anche fatta in casa usando un ferretto a sezione quadrata (clicca→ Mèzze-fainèlle).
In Abruzzo vengono chiamati Maccheroni alla chitarra certi spaghettoni (a sezione quadrata, somiglianti ai nostri “troccoli”), fatti in casa adoperando un telaio con tanti fili tesi a distanza pre-determinata. L’impasto, passando sopra la “cordiera”, viene tagliato con l’aiuto di un matterello.

Sentite cosa scrive l’Enclopedia Treccani: «forse dal greco μάκαρ (leggi màkar), ossia “beato”, epiteto che si dà ai morti: in origine si sarebbe indicato con questo nome un cibo che si consumava nei banchetti funebri.»
Insomma il nostro a bbun’àneme.

2) Pesce di scoglio dalla pelle scura, piuttosto comune in Adriatico (Ghiozzo niger o Ghiozzo paganellus). Facile da catturare. Una frittura di maccarüne è veramente molto invitante.

Nel Barese lo chiamano Goggione, Gobbione o Babbione, in Romagna Paganello, nel Napoletano Mazzone.
Tutti sinonimi di fessacchiotto.

3) Come aggettivo quindi vale sciocco, credulone, babbeo, tontolone, sempliciotto.

Giuà, sì pròprje ‘nu maccaröne = Giovanni, sei proprio un fessacchiotto

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Maccatüre

Maccatüre (o muccatüre)  Fazzoletto da naso

Termine che deriva dall’arabo maqdar, ci è pervenuto o attraverso lo spagnolo  mocador – che significa appunto fazzoletto da naso –sostantivo del verbo mocar  (soffiarsi il naso), a sua volta dal latino muccus.

Si tratta specificamente del fazzoletto da naso, per distinguerlo da quello usato per coprire la testa che si chiama propriamente ‘u facciulètte.

Le mamme per far pulire il naso ai loro marmocchi li incitavano: Vüte ca tjine ‘u mócche appüse? Sciósce mamme, sciósce jìnde’u maccatüre! = Vedi che hai il muco che cola, soffia, bello di mamma, soffia dentro il fazzoletto!

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Macenatüre

Macenatüre s.f. = Molitura, tariffa per la macinazione

1 – Insieme delle operazioni della macinazione, specialmente riferito alla molitura del frumento.

2 – La tariffa stabilita dal mulino per la macinatura.

Fa venire a mente la famigerata tassa sul macinato, imposta sulla macinazione del grano e dei cereali in genere, ideata, tra gli altri, da Quintino Sella nel 1868, al fine di contribuire al risanamento delle finanze pubbliche.

Essa causò moti di piazza sfociati anche nel sangue. Fu finalmente abolita nel 1880.

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Maciöre 

Maciöre s.f. = Muretto di pietre a secco

Muretto costruito con sassi sovrapposti, ben assestati e incastrati, eretto senza uso di malta.

Tipici del sud Italia e nelle isole. Li ho visti anche in Abruzzo. Quelli siciliani hanno tutti la cimasa, cioè una modanatura curva e sporgente, a forma di sguscio, sempre di pietra modellata. Questa rifinitura, impedendo agli agenti atmosferici di penetrare nel corpo del muretto, ne prolunga la durata.

Wikipedia dice che esistono anche in Irlanda e che erano in uso nell’antica Roma col nome di murus gallicus.

Normalmente segnano i confini tra i vari campi o oliveti o terreni appartenenti a proprietari diversi. Sono anche usati nei terreni scoscesi, come muri contenitivi dei terrazzamenti.

Esistono da secoli, e resistono nonostante gli innumerevoli terremoti susseguitesi negli anni.

Regno incontrastato di lucertole e chiocciole.

Il dialetto questa volta è più ricco dell’italiano che non ha un termine specifico per definirlo.

Nelle zone garganiche è chiamata macére.
L’assonanza con il termine italiano “macerie” non tragga in inganno. Se un muretto crolla significa che non fu costruito a regola d’arte.

Curiosità:
Con questo stesso sistema (cioè senza uso di leganti)  in Puglia furono costruiti i Trulli, in Sardegna  i Nuraghe. Esistono a secco anche delle piccole costruzioni rurali usate per ripararsi e per custodire attrezzi agricoli dette in Puglia pagghjére, e in Sicilia pagghiaru.

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Madò!

Madò! escl. = Madonna!

Esclamazione di meraviglia, esternata in questo bisillabo che riassume il sentimento vivo e improvviso di stupore e di sorpresa suscitato da persone, cose o eventi che appaiono nuovi, straordinari o inattesi.

In effetti dovrebbe essere Madonne! che pure si dice quando c’è tempo di riflettere un po’: anzi Madònne mamme! o anche Madònne de Sepònde!…
Ma quando si rimane letteralmente senza fiato per la sorpresa, esce solo Madò!.

(Vedi: mammamöje!)

Qlcu invoca un Santo più “garganico” anche a sproposito: Sande Mattöje!.

Ljive da mjizze ‘stu Sande Mattöje de martjille! = Togli di torno questo accidente di martello.

Ovviamente i Montanari si sentono più a loro agio con Sammechéle Arcànge! = San Michele Arcangelo

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Madònne ´i féfe nèrje

Madònne ´i féfe nèrje loc.id. = Persona scura di pelle

È una di quelle definizioni che, all´apparire di una donna dalla pelle scura, forse perché abbronzata o semplicemente perché colei è proprio così di natura, si dicono sottovoce nascondendo un risolino, cucendo addosso alla malcapitata un nomignoplo che verrà rievocato ad ogni sua successiva comparsa.

E chi jí quèdde? ´A Madònne ´i féfe nèrje? = E chi è costei? La Madonna nera? (ossia: la Protettrice delle fave nere?).

Insomma ha un bel colore scuro, come il fondo del paiolo. Nera ´ncaccavüte.

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Madònne de Sepònde

Madònne de Sepònde s.f.= Madonna di Siponto.

È da tempo immemorabile invocata e venerata come Protettrice della città di Manfredonia. Tutti i Manfredoniani (tranne ovviamente i seguaci di altre religioni) si sentono suoi figli, anche i cattolici più tiepidi.
il nome della Vergine, Madònne de Sepònde, oltre che come santa invocazione, viene  spesso usata quale spontanea esclamazione per esprimere meraviglia, sorpresa, o ammirazione in alternativa al più breve Sante Mattöje = Santo Matteo. o per precedere il rafforzativo Gése Crìste müje = Gesù Cristo mio,

Nella parlata veloce si abbrevia in Madòn-sepònde.
‘U quédre ‘a Madòn-sepònde  = Il quadro della Madonna di Siponto.

Mi piace riportare la descrizione storica – che rivela tanti particolari finora  ignorati – fatta da Fra Tommaso Rignanese, ofm:

«L’icona della Madonna detta di Siponto, prende il nome dall’antica Siponto, dove fin dai tempi apostolici era presente una comunità cristiana che ha nutrito devozione alla Madre di Dio.

È stata dipinta tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, anche se una tradizione orale la fa risalire ad una delle tre copie di un’immagine venerata a Costantinopoli, ordinate da San Lorenzo Maiorano all’imperatore Zenone nel VI secolo.

Prima di essere trasferita definitivamente nella Cattedrale di Manfredonia il 1973, l’icona era collocata nella attuale basilica di Santa Maria di Siponto, la quale è stata la protocattedrale della diocesi Sipontina.

La venerata icona è stata notevolmente danneggiata da un incendio nel 1872. Quanto possiamo attualmente ammirare è frutto di pesanti ridipinture che ne hanno stravolto lo schema iconografico originale, che fa capo all’icona della Vergine di Andria. Le parti rimaste integre sono il viso della Vergine ed i quattro santi laterali.
La Madonna si presenta a noi come Hodegitria , cioè come colei che con la sua mano destra ci indica la via di Gesù Cristo ed indossa un maphorion azzurro con bordi dorati.»

Il Bambino Gesù sta sulle braccia della Madre, come su di un trono, veste una tunica bianca con un himation semi indossato rosato. La mano sinistra di Gesù poggia su quella della Vergine (non ha il rotolo della Parola di Dio come quella di Pulsano) mentre la destra benedice alla greca. Le gambe del Bambino sono unite (diversamente al gruppo di icone che fa capo ad Andria), i piedi sono scalzi a significare la Kenosis, cioè l’abbassamento di Dio che si fa uomo.
L’icona della Madonna di Siponto è solennemente festeggiata il 31 Agosto, ed attualmente molto venerata a Manfredonia.

Nella festa della Madonna di Siponto 2010, l’Arcivescovo Mons. Michele Castoro ha annunciato l’ imminente restauro dell’icona sipontina.

fra Tommaso Rignanese ofm»

Per la cronaca, questo  quarto restauro (dopo l’incendio del 1872, fu restaurato la prima volta nel 1898; la seconda volta nel 1927 in Vaticano; la terza volta del 1964 per mano dell’artista manfredoniano Aronne Del Vecchio) fu eseguito in tempi brevi, e il Quadro rientrò a Manfredonia il 31 maggio 2011.  Le operazioni, furono condotte dalla ditta ‘Alfa Restauri’ di Bari.

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Maèstre

Maèstre s.inv.= Maestra, maestro

La pronuncia più antica era majèstre.

In genere si riferisce all’insegnante delle scuole elementari.

Alla maestra sarta, come a tutti gli altri maestri artigiani barbiere, muratore, fabbro, falegname, sellaio, ecc. spettava il titolo di mastre, s.inv. L’articolo determinava il genere maschile o femminile. ‘u mastre ,s.m. ‘a mastre ,s.f.

A Manfredonia fino a pochi decenni fa si designava con questo titolo di «Maèstre» anche una benemerita persona anziana, magari analfabeta, che, per pochi soldi, si assumeva l’onere di badare a bambini e bambine dai due ai cinque anni. Amatissima dai giovani discepoli.

La mamme per aver maggior tempo da dedicare alle faccende domestiche mandavano i loro marmocchi più piccoli – magari accompagnati dal fratellino più grande diretto alla Scuola elementare – dalla “maestra” che generalmente abitava in un piano terra, con un cestino per la colazione (una mela, un pezzo di pane e delle mandorle, ecc.).

Costei con infinita pazienza li accoglieva e li disponeva su tante sedioline a semicerchio intorno a lei. Aveva anche una canna per minacciare quelli più irrequieti in seconda fila.
Ovviamente dalla “maestra” si parlava solo in dialetto.
-“Maè, me pòzz’assetté affianghe a Mattöje?”
-“Sì, fìgghje, va”

Dopo la sistemazione dei marmocchi, cominciava la giornata con un bel segno di croce.
Poi si cantava – sempre tutti seduti – qualche canzoncina:
“Tóppe-tóppe, chi jì alla porte?
Mariètte e Giulètte
Sté ‘spettanne ‘na mezzorètte
in camicia, in camicètte.

Sott’a l’arve d’i purtjalle
stöve ‘nu chéne ca faciöve: bù bù
stóve ‘na jatte ca faciöve: gnà gnà.
Mò ce l’jà düce a mammà e papà!”

O quest’altra in un dialetto forse abruzzese…

«Marammè, marammè ce sò ngappate!
M’è caduto lu ciucciarielle..,
Giust’a mmè, giust’a mmè, sò puverielle
m’è caduto ‘olu ciucciarielle!…
Ciucciarié,  respunne a Fra Tumàss’!
« Ih-oh!…. ih-oh!…»
Puverielle Tummasièllo sènza ciucce comme fa?!

O addirittura in italiano la notissima «Quando è tempo delle ciliege….»

Più tardi tutti a far merenda.
Talvolta nelle belle giornate, con grande responsabilità la “maestra” li portava a passeggio tutti in fila mano nella mano.
Insomma la mattinata passava tra canti e giochi. I bimbi ci andavano volentieri e le mamme, con un piccolo compenso, avevano almeno mezza giornata da dedicare alla spesa o alle pulizie di casa.

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Mafìsce

Mafisce escl. = Finito, terminato

Si usa questo bisillabo, dall’arabo māfīš; per dire “non ce n’è più, è finito tutto, terminato” prillando la mano con l’indice e il pollice distesi.

Si riferisce a cibo o ad altro quando perviene una richiesta fuori tempo massimo.
Mafìsce, ne’nge sté cchjó nnjinde!  = Finito, non c’è sta più niente!

Talora si usa anche l’espressione  finish! una contrazione dell’inglese finished = finito, ultimato, esaurito.

A volte in silenzio, basta il solo gesto del polso per indicare che non ci sono residui….

 

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