Categoria: C

Cabbarè

Cabbarè s.m. = Vassoio da cameriere.

Noi intendiamo la vaschetta di cartoncino per contenere i dolci di pasticceria.

Termine derivato dal francese Cabaret (pronuncia cabarè) proprio nel significato di vassoio, guantiera.

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Cacamajöse

Cacamajöse sopr. = Chi evacua nel maggese.

Curioso questo soprannome: forse indicava una persona che non cercava gli anfratti per espletare le sua funzioni intestinali, ma si liberava nella campagna tenuta a maggese, ossia a riposo, senza alcuna coltivazione.

In effetti ‘a majöse = il maggese, indica il trattamento agricolo in base al quale un terreno o un campo viene lasciato per qualche tempo in riposo senza essere seminato, pur essendo concimato e lavorato con una certa frequenza, affinché torni fertile. È detto maggese per estensione, il campo stesso.

Ho riportato il nickname di un lettore che si è firmato proprio così. Grazie!

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Cacàrece sòtte 

Cacàrece sòtte loc.id. = Cacarsi addosso.

La locuzione, oltre al significato letterale di imbrattarsi, (zellàrece), vale anche sbigottire, e gongolare.

1) Imbrattarsi le braghe per un’errata valutazione di un’emissione intestinale.

2) Gongolare, gioire intimamente per sé o per gli altri.
Quànne ho sapüte ca me sò pegghjéte ‘a Patènde de “Fuchìste”, pàteme stöve cachéte sòtte = Quando ha appreso che io avevo conseguito la Patente di Conduttore di macchine a vapore, mio padre gongolava dalla gioia.

Jì néte ‘a nepöte e la nònne sté tutta cachéte = È nata la nipotina, e la nonna è tutta gioiosa e orgogliosa.

3) Sbigottire, temere eccessivamente un evento, paventare il peggio, abbattersi facilmente davanti a difficoltà.

Škìtte ca pènze all’éséme me chéche sòtte! = Solo che penso agli esami mi assalgono i borborigmi nella pancia.

Lu Tenènde: feccàmece sòtto! E jìsse jì ‘u prüme a cacàrece sotte = Il Tenete (ordina): all’assalto! E lui è il primo a farsela adosso dalla paura.

È questo un canto popolare dialettale della Prima Guerra Mondiale: una marcetta tramandata fino agli anni della mia fanciullezza 1950.

Per curiosità, riporto i versi che ricordo:
Sò venüte da Montepelüse,
e sope ‘a catarre tenöve ‘u pertuse.
Lu Tenènde: feccàmece sòtte!
E jìsse jì ‘u prüme a cacàrece sotte.
Lu Sottetenènde pe ‘nu segröte,
l’esercete ‘annande ‘u cumanne da dröte!
E màmete pe criàze
porte sembe ‘a panze annanze.
E pàtete jì troppe ricche,
e töne a panze de ‘Ndröje Scialippe”

Traduzione: Sono venuto da Montepeloso (Montebilioso e attualmente Irsina) e sopra la chitarra avevo la buca. Il Tenete (ordina): all’assalto! E lui è il primo a farsela adosso dalla paura. In Sottotenente con un segreto, l’esercito avanza e lui lo comanda da dietro! E tua madre, per educazione, è sempre incinta. E tuo padre ha la pancia di Andrea “Scialippo”. Evidentemente costui aveva un bel panzone, ritenuto all’epoca segno di floridezza economica. Scusate la divagazione.

 

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Cacaròzzele

Cacaròzzele s.f. = Sterco degli ovini

Accettabile anche la forma breve cacaròzze.

Le deiezioni delle pecore e delle capre, essendo ricche di azoto e con una bassa percentuale di potassio, dopo opportune misture con paglia e seguita da lunga “maturazione”, diventano un eccellente concime adatto alle coltivazioni orticole.

Quando, attraversando la città, le greggi di pecore venivano condotte all’ “Acqua di Cristo” per il lavaggio del vello prima della tosatura, disseminavano lungo tutto il loro percorso una lunga traccia di cacaròzze .

Sono di forma tondeggiante e, prima di disseccarsi,  mantengono la dimensione e la lucentezza delle olive.

Con queste “olive” dei farabutti hanno perpretato degli scherzi diabolici e feroci. Non voglio proseguire, altrimenti i deboli di stomaco cominciano a mettersi in subbuglio….

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Cacasìcche 

Cacasìcche agg. s.m. = Taccagno, spilorcio, avaro.

Grettamente attaccato al denaro.

Non spende nulla. Nemmeno per mangiare, tanto che quando va al bagno è anche lì molto tirato.

Se non mangia abbondantemente, è chiaro che può cacare solo una “robina” striminzita!

Pòvere a j’sse! Fa una vita di stenti, e non si convince che i suoi soldi se li godranno gli altri.

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Cacatüre

Cacatüre s.m. e sopr.. = Cacatoio

Vaso di ceramica smaltato usato anticamente in casa per la raccolta di feci, in mancanza della rete fognante.

Il termine è sinonimo di “ruagne” = Cantero.

Sènd ‘nu fjite de cacatüre = Sento una puzza di cantero.

Come soprannome: era un vasaio che li fabbricava, o colui che li svuotava?

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Cacàzze 

Cacàzze s.f. = Paura

Paura, spavento, panico, timore, terrore, tremarella, ecc.

Modi di dire:

“Ce sime pigghjéte ‘na cacàzze!…” = Abbiamo preso uno spavento!

Ce n’jì scappéte p’a cacàzza ‘ngüle. = Se n’è fuggito con la coda fra le gambe.

Da non confondere con il termine “scacàzze”

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Caccamamöne 

Caccamamöne s.m. = Decalcomania

Caccamamöne era la deformazione dialettale di “decalcomania”, cioè un’immagine che si trasferiva per via umida dalla carta ad un’altra superficie.

Ricordo che tutti i negozietti avevano tutti sul vetro un’immagine gialla, ellittica verticale, che raffigurava un galletto nero; proprio sotto le zampe del galletto c’era scritto “Tana-la crema fine per calzature”.

Si vendevano anche delle piccole decalcomanie, ad uso dei bambini, che trasferivano le immagini a colori di personaggi dei fumetti.

Si immergeva per qualche secondo in acqua la figurina per attivare lo strato di colla (non esisteva la colla chimica) e si applicava su un libro, su un braccio, dove si voleva, e poi piano piano si staccava la carta esterna bagnata.

Lo strato interno con l’immagine, durante questa operazione di distacco, a volte si deformava, e così essa risultava alterata e distorta.  Ecco perché era un caccamamöne, che, per estensione, si diceva di persone con una faccia un po’ irregolare. Era insomma un epiteto riguardante una persona che non aveva proprio una bella faccia.

Le decalcomanie per via secca, molto diffusi negli anni ’70, erano chiamati trasferelli. Ricordate le lettere e i numeri che ‘trasferivamo’ sui quaderni adoperando la bic?

Esistevano anche, ad uso delle ricamatrici, delle decalcomanie che si applicavano sula stoffa usando il ferro da stiro.

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Caccé ‘i carte

Caccé i carte loc.id.,= Procurarsi una serie di documenti.

Quando una coppia decide di contrarre matrimonio, deve produrre una nutrita documentazione necessaria per le formalità di carattere civili e/o religiosi.

I nubendi (vi piace questo sostantivo?) devono esprimere in Comune la Promessa di matrimonio, ottenere il Nulla-Osta, provvedere alle Pubblicazioni in Comune o in Parrocchia e ottenerne la dichiarazione di avvenuta pubblicazione e probabilmente a richiedere altri Certificati vari.

Il tutto si intende con la sintetica locuzione caccé ‘i carte.

Costruito probabilmente sulla traccia del francese cartes = carte e papiers = documenti

 

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Caccé ‘a lènghe

Caccé ‘a lènghe loc.id. = Diventare sfacciati e indisponenti.

Commento che constata una metamorfosi avvenuto in qlcu che era sempre taciturno, introverso. Improvvisamente costui trova da ridire, ciarliero e, inaspettatamente, molto polemico.

Ih, vüte a jìsse, ò caccéte ‘a lènghe mò = Toh, guarda lui, è diventato sfacciato adesso.

Può anche riferirsi a qlcu reticente, omertoso, che alla fine si decide a rivelare quello che è a sua conoscenza, magari valutando il vantaggio che potrebbe trarne.

Più semplicemente evidenzia il fatto che il bebé, dopo tanta lallazione, tipica nella fase di apprendimento del linguaggio, inizia da dire parole comprensibili, magari ripetute a lungo.

Infine, come atto materiale, significa proprio cacciare la lingua fuori dalla bocca per fare smorfie e boccacce.

Qualche altro significato può essermi sfuggito? A voi la replica!

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