Petècchje

Petècchje s.f. = Concia

Ho indicato ‘concia’ come traduzione. Avrei fatto meglio (forse) s designare  “tintura”. Altri intendono, per una simpatica sineddoche (una parte per il tutto)  il solo pentolone usato per tale procedura.

Si tratta di un’operazione che i pescatori facevano alle loro reti, all’epoca costituite da fibre di canapa o di cotone, cioè di materiali del tutto naturali, prima che fossero inventate le  immarcescibili (che bèlla paröle!) fibre artificiali, ossia il rayon e il nylon. Ora non si fa più.

Consisteva nella bollitura delle reti in acqua dolce con corteccia di pino. Il trattamento tannico serviva principalmente per renderle più resistenti  e anche di colore rossiccio scuro, in modo che fossero mimetizzate alla vista dei pesci.

L’operazione si svolgeva generalmente all’aperto, su un’area alla sinistra di Cala Diomede scendendo le scale del Pertüse ‘u Mòneche.

Durante la bollitura dal pentolone si sprigionava un profumo che si spandeva per tutta la marina. Ai terricoli sembrava puzza… ma alla gente di mare era familiare e gradito, come lo è il profumo naturale dell’olio fresco o del mosto.

Figuratevi che un mio caro amico, figlio di pescatori, usava solo un particolare tipo di tè perché gli ricordava l’aroma della petècchje!

Ringrazio Gino Talamo per il suggerimento.

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