Tag: sostantivo femminile

Féfe

Féfe

Féfe s.f. = Fava

Pianta erbacea della famiglia delle Fabaceae (Vicia faba) con fusto eretto, foglie paripennate, fiori bianchi o violacei e semi schiacciati a forma di rene contenuti in baccelli.
Il seme è commestibile. Di colore verde o bruno, di forma appiattita, si mangia fresco o secco.

La tradizione manfredoniana vuole che il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre – forse perché la loro forma tondeggiante, ci fa ricordare gli occhi estirpati alla povera Lucia nel suo martirio – si consumino le fave lessate con tutta la buccia, dette féfe aggraccéte, ossia aggrinzite, perché così si presenta la corteccia dopo aver tenuto le fave in acqua per tutta la notte prima della bollitura e per effetto della cottura.

Insomma la fava si presenta con delle minuscole pieghe o ondulazioni, aggrinzita, “arricciata”.

Si preparano anche arrostite, sempre con tutta la buccia. Si mangiano come i bruscolini o il pop-corn, ossia per passatempo. Ma è un passatempo solo per coloro che hanno denti robusti…
A me spaccherebbero la dentiera! ‘Nziamé!.

C’era un tale che tutte le sere si collocavacon un suo scanno davanti al cinema “Fulgor” e vendeva in coni di carta, fave e ceci abbrustoliti, da consumare durante la proiezione dei film.

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Pandémüje

Pandémüje s.f. = Pandemia

Un sostantivo che non avrei mai voluto riportare in questo vocabolario.

Purtroppo esiste, e l´ho dovuto adattare, come grafia, alla nostra pronuncia.

Abbiamo imparato a conoscere questo termine, universalmente noto più o meno con la stessa grafia. Alcune lingue pronunciano Pandèmia.

L´etimologia, come tutti i termini scientifici, è chiaramente di origine greca.
È composto da PAN tutto, e DÈMOS popolo, comunità.
Quindi malattia che attacca un gran numero di abitanti di tutti i paesi.

Invece epidemia (sempre dal greco) EPI sopra e DÉMOS popolo, comunità malattia che attacca nel medesimo tempo e nel medesimo luogo un gran numero di persone nel medesimo territorio.

Attenti a non confondere pandémüje con (clicca–>) pandummüne, che è sinonimo di paliatöne



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Saréche

Saréche s.f. = Salacca, spratto, papalina, saraghina.


È un pesce nordico (Sprattus balticus) che viene pescato principalmente presso le coste Norvegesi, Inglesi, Belghe, Olandesi e Germaniche, del Mare del Nord e del Mar Baltico. Nella specie Sprattus Sprattus, sono diffuse anche nel Mediterraneo e nel Mar Nero.

Appartiene alla famiglia dei clupeidi ed è molto simile alla sardina. La sua lunghezza massima è di 17 cm. Il dorso è di colore scuro e bluastro, i fianchi ed il ventre sono bianchi. Per la commercializzazione le salacche venivano salate, e affumicate, e pressate in un contenitore circolare di legno. Infatti si presentavano con i fianchi giallastri proprio per effetto dell’affumicatura.
Le salacche più piccole erano dette sarachèlle.

Era considerato un cibo povero, tanto è vero che attualmente non ne vediamo più in commercio. Con una “sarachella” e un pezzo di pane a testa riusciva a cenare tutta la famiglia.
Tuttavia era molto apprezzato in quanto ricco di proteine e grassi, ma sopratutto perché reperibile ad un prezzo accessibile.

Figuratamente ‘na saréche designava un colpo secco o nel gioco del calcio, un tiro potente. Indicava anche una persona molto magra come si presentava la salacca affumicata.

Chépe de saréche invece è un eufemismo per indicare una persona dall’intelletto smorto o dal comportamento bislacco.

Chépe de saréche tuttora è usato (come dicono quelli che sanno la grammatica) anche quale “locuzione esclamativa propria” di incredulità, di sorpresa o di ammirazione. Insomma un eufemismo come patecà, usato per non cadere nel volgare.

Generalmente saréche in maniera figurata indicava un discorso o un apprezzamento di scarso valore. Come quando si vuol smentire qualcuno, come per dire che le sue sono affermazioni senza valore, da scartare, si usava a commento: « sì,…. chépe de saréche!»
Similmente, riferendosi ai gusci vuoti delle canestrelle: «Sì, carècchje» = Sì, tu dici parole vuote, senza costrutto.

Parlo al passato perché i ragazzi di oggi non sanno nemmeno che cosa siano queste saréche.


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Mesüre

Mesüre s.f. = Misurino

Serie misurini di latta

I negozietti di Generi Alimentari di una volta vendevano tutto sfuso, dalla pasta al riso, dal concentrato di pomodori alla marmellata di ciliege, dai pelati ai legumi.

Per l’olio di oliva i Bottegai usavano un misurino di latta stagnata da 100 ml, che le massaie chiamavano ‘a mesüre. Generalmente le massaie acquistavano ‘na mesüre d’ùgghje alla volta, e se la facevano bastare. Se la famiglia era numerosa acquistavano addirittura döje mesüre d’ùgghje, ossia 200 grammi. Ma era uno scialo…
Date la sua ridotta capacità, quello da 50 ml usato in casa da quei pochi fortunati che all’epoca si potevano permettere una provvista d’olio, veniva chiamato mezza mesüre o anche ‘u mesurjille = il misurino.

Erano di latta anche quelli usati dai venditori di vino sfuso, ma questi adoperavano solo i tre più grandi, ossia da 250, 500 e 1000 ml.
Infatti nessuno comprava 100 grammi di vino da portare a casa, ma solo quelli che lo consumavano al banco. In questo caso si adoperava un tipico bicchiere sfaccettato da cantina, dalla misura standard di 100 ml.

Quelli usato dai lattai ambulanti erano di alluminio forse perché più facilmente lavabili. Il lattaio portava con sé solo due misurini, quello da 200 ml, e quello da 500 ml.
Se qualcuno voleva un quantitativo intermedio, ad esempio 300 grammi, cioè ‘nu quìnde e mìzze, versava prima il misurino detto (clicca qui—>) ‘nu quìnde (il quinto di un litro, ossia 200 ml) e successivamente ad occhio una sua metà , ‘mìzze quìnde, cioè i 100 ml. Il lattaio era generoso, spesso oltrepassava la misura a favore dell’acquirente.

Tutti i misurini per liquidi, e anche i pesi per le bilance, erano periodicamente controllati e marcati da un apposito Ufficio Provinciale (credo si chiamasse “Ufficio metrico Pesi e Misure”) a tutela dei consumatori.

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Sfunecatüre

 
Sfunecatüre o Sfunnecatüre s.f. = Alterazione, deprezzamento, sotto costo

Il termine deriva dal verbo sfunaché. Il lodato esaurientissimo “Vocabolario del Dialetto di Manfredonia” di P.Caratù-R.Rinaldi riporta testualmente: «Sfunaché v.t.= acquistare o vendere merce scadente o passata di moda.»

A me sembra che ci sia una forte attinenza tra i sostantivi sfunecatüre e frecatüre 🙂 …

Il lettore Vincenzo Lo Riso mi suggerisce che la cattiva qualità della merce a volte veniva “provocata” bagnandola appositamente per svilirne il valore allo scopo di pagare il dazio in misura ridotta. In ambito agricolo per questo scopo si usava trattare con acqua il frumento che successivamente una volta aggirato il fisco, si poneva ad asciugare. Fortunatamente i tempi sono mutati, e dazi e gabelle non si pagano più, vigendo il libero scambio delle merci sia sul territorio nazionale, sia in ambito europeo.

Ringrazio pubblicamente Vincenzo Lo Riso di avermi dato lo spunto per la stesura di questo articolo.



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Nghjummatüre

Nghjummatüre s.f. = impiombatura, incordatura

Nel linguaggio marinaresco ‘nghjummatüre indica un metodo per unire le estremità libere di due cavi, (o meglio due cime come dicono i movers e marinai).

Si effettua intrecciando alternativamente tra loro i legnoli, cioè le filacce o i trefoli ritorti dei terminali di entrambi le cime.

Ho reperito in rete una illustrazione del sec. XIX (di pubblico dominio) con vari esempi di impiombatura.

Nota linguistica:
nel nostro dialetto il digramma pi seguito da vocale spesso diventa chja, chjö, chjó, chjü.
Piove = chjöve
Piombo = chjómme
Piazza = chjazze
Pieno/a = chjüne/chjöne
Pialla = chjanuzze
Piaga = chjéje
Piega = chjöche

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Assógghje

Assógghje s.f. = Lesina


Attrezzo manuale in uso dai calzolai che simboleggia il loro stesso mestiere. Che differenza enorme tra i moderni strumenti online e questi. Leggilo!

Viene usato per creare i buchi nel cuoio, nei quali si inserisce lo spago per cucire le suole e le tomaie delle scarpe.

La lesina è composta da un grosso ago molto appuntito conficcato solidamente in un manico di legno ben robusto.
A differenza del punteruolo (‘u puntarüle). che ha la punta in metallo diritta, la lesina (l’assógghje)ha la punta curva.
Alcuni modelli hanno, vicino alla punta, un foro che permette di usare la lesina come un ago.
 
Note linguistiche:
1-Alcuni tendono a dividere il termine, staccando parte iniziale ritenendola un articolo: la ssógghje oppure ‘a ssógghje.
2-Attenzione agli accenti! Se scrivo assógghje con la “o” recante l’accento acuto intendo la lesina; se la scrivo con l’accento grave assògghje significa sciogliere (un laccio, un nodo).

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Sàveze

Sàveze s.f. e agg. = Salsa; salmastro

1 – Sàveze – s.f. Nel significato comune è la polpa di pomodoro privata dei semi e della buccia e opportunamente trattata, ossia la classica passata di pomodoro industriale.
Generalmente quella fatta in casa – priva di conservanti e di altre sostanze – serve come riserva invernale, previa bollitura a bagno-maria in bottiglie o recipienti a chiusura ermetica.

2 – Sàveze – agg. Riferito specificamente al sapore salmastro delle acque sorgive che sgorgano lungo la scogliera. Cito una per tutte l’acqua sàveze della sorgente Acqua di Cristo.

Talvolta dai pozzi artesiani, perforati nei campi allo scopo di intercettare polle d’acqua sotterranee, emerge acqua sàveze = acqua salmastra, se non addirittura salata.

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Lattüche de mére

Lattüche de mére s.f. = Lattuga di mare

Trattasi di un’alga (Ulva lactuca) molto comune anche nel nostro mare. Era usata dai pescatori, quando non esistevano sistemi refrigeranti, per coprire le cassette dei pesci allo scopo di tenerli umidi e così prolungarne la freschezza.
Ho letto che nei Paesi nordici (Scozia, Danimarca, Irlanda, Scandinavia) e in Indonesia viene mangiata come l’insalata orticola.
(Foto Amilcare Renato)

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Temènze

Temènze sf = Timore, soggezione, rispetto, riguardo

Indica uno stato d’animo interiore, come di trepidazione, di soggezione, di rispetto, di apprensione.

Un sostantivo che sta scomparendo. Peccato perché ha un bel suono ed è comprensibile anche se lo si sente per la prima volta, a causa della stessa radice di “temere” da cui deriva.
Era usato nell’italiano antico: infatti si trova proprio “temenza” a partire da Boccaccio nel XIV secolo, e credo fino agli scrittori del Novecento. Trovo che sia un termine elegante.

Nel nostro dialetto era usato fino alla generazione precedente l’attuale, ossia fino agli ani ’60. .

Nen töne temènze de nesciüne = Non ha timore di nessuno.

Ricordo che mia madre quando mi rimproverava per qualche marachella, commentando il mio atteggiamento un po’ di sfida, diceva che io avevo pavüre senza temènze = paura senza timore. Ossia che la mia “paura” era solo finzione…
Ma ero in età pre-scolare e mi fu risparmiata più di una volta la meritata sculacciata.

Ringrazio l’amico Nardino Mastroluca per il prezioso suggerimento.

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