Tag: sostantivo maschile

Segghjózze

Segghjózze s.m. = singhiozzo, singulto

Va bene anche la pronuncia sugghjózze se preceduto dall’articolo determinativo singolare (‘u sugghjózze).

Il singhiozzo è la contrazione ripetuta e involontaria del diaframma. Il termine deriva dal latino “singultus”.

Ecco i rimedi della nonna (niente farmaci!) che erano semplici e funzionavano egregiamente:
1 – trattenere il fiato più a lungo possibile;
2 – provocare uno spavento nel paziente con un rumore improvviso o con un grido inaspettato;
3 – somministrare alcune gocce di limone direttamente sulla lingua;
4 – bere sette piccoli sorsi d’acqua consecutivi, senza intervalli, in apnea.

Quando non è di natura patologica il singhiozzo è provocato dallo stomaco troppo pieno che preme sul diaframma.

È l’evidente sintomo di sazietà.
Ecco un Detto recitato dalla mammina premurosa dopo un singhiozzo del suo poppante:
Sàzzje jì ‘u purcellózze, c’jì anghjüte ‘u vudeddózze = Sazio è il porcellino, si è riempito il budellino.

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Bècche-cecògne

Bècche-cecògne s.m. = pinzette a becco di cicogna

Si tratta di un accessorio per l’acconciatura dei capelli femminili, introdotto sul mercato a metà del secolo scorso in sostituzione delle forcine o dei ferrettini.
Sono di estrema praticità, in quanto si applicano numerosi sulle ciocche  o sui bigodini con movimento a pinza.
Generalmente sono di alluminio o di plastica colorata, quindi non attaccati da ruggine. Esistono anche quelli di acciaio inox e a doppia punta per uso professionale.

Ovviamente i bècche-cecogne vengono usate solo in ambiente domestico per fissare le ciocche dopo lo shampoo in modo che, con una spruzzatina di lacca assumano la forma voluta.

Quando le donzelle escono di casa se le cavano scupolosamente.
Guai a lasciarne solo una! È un grave segno di sciatteria (nziamé!)

Ringrazio l’amico Matteo Borgia per l’imbeccata.

 

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Vótta-vótte

Vótta-vótte s.m. = Pigia-pigia, ressa, calca, affollamento.

Come variante si usa spesso la locuzione: «vótta tó e vòtte jü.» = spingi tu e spingo io. Una autentica rappresentazione sceneggiata del movimento della massa.

In tempi di Coviid19 è assolutamente sconsigliabile cacciarsi in situazioni di assembramento!

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Ngenagghje

Ngenagghje s.m. = inguine

Etimologicamente deriva dal latino inguinalem.

Esiste anche un sinonimo, decisamente più antico «ìgghje», per indicare le attaccature anteriori delle gambe al tronco. ossia la piegatura della coscia al basso ventre.

Talora la parte è dolorante a seguito di grave affaticamento.

Me dòlene ‘i ‘ngenagghje = ho dolore (bilaterale) agli inguini

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Purtungiüne

Purtungiüne s.m. = Portoncino

Quando costruivano le abitazioni solo piano terra, quelle con volta a cupola, generalmente un mono-vano di metri 5 per 5 a intervalli c’era un locale di dimensioni ridotte (m 5 x 3) in previsione di futura sopraelevazione, in modo da poterlo adibire a vano scale.
Nel frattempo venivano locate come mini abitazione a coppie senza figli: letto, tavolo, angolo cottura e angolo gabinetto. Niente acqua corrente. Talvolta era comunicante con la “casa” adiacente (chése e purtungiüne) per famiglie con prole.

Ovviamente con purtungiüne si intendeva anche il portone di accesso al piano superiore. Quando si bussava col picchiotto (‘u battènte) il portoncino veniva aperto manualmente dal primo piano mediante una funicella che sbloccava il chiavistello.

La Foto (tratta da Google maps) ritrae il portoncino uso scale esistente al Corso, proprio alla sinistra della Farmacia Murgo.

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Attrasséte

Attrasséte s.m. = Arretrato

Deriva dallo spagnolo atrasar = ritardare.

Riferito specificamente a somme dovute o liquidate con ritardo.

Tènghe da pajé angöre tre müse d’attrasséte = Devo pagare ancora tre mesi (di pigione) d’arretrato.

Il termine è desueto. I giovani di oggi che hanno tutti frequentato la scuola dell’obbligo, usano il simil-italiano “arretréte

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Jazze

Jazze s.m. = ovile, addiaccio, recinto per pecore

Il termine, per effetto della transumanza, è diffuso in tutta la Daunia e nella Basilicata settentrionale.

Deriva dal latino adiacére = giacere accanto. Questo verbo è all’origine anche del sostantivo “addiaccio”.

Altri riconducono la derivazione, sempre dal latino, al sostantivo jacium = giaciglio

Un Detto di Bovino, ma similmente diffuso anche nel Melfese e nel Materano recita:
Chi jè figlie de bbuòna razza tòrne sèmbe a lu jazze. = Chi è figlio di buona razza torna sempre a casa sua.
In questo caso non parliamo di recinto di pecore ma di “casa” nel senso inglese di home, cioè di familiarità, affetto, accoglienza.

A Matera esiste un’attrazione turistica sulla Murgia chiamata «Jazzo Gattini», che è un antico ovile del XIX secolo completamente ristrutturato.

Da non confondere con jazz, il notissimo genere musicale, la cui pronuncia è “giaas”, e nemmeno con jazzebbande (clicca qui) pronunciato “iazz-bband”, ossia la grancassa o la batteria.

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Früse

Früse s.m. = Fregio, gallone


Il sostantivo è usato sempre al plurale (‘i früse) per indicare, nelle uniformi militari, delle strisce di stoffa di altezza e forma svariate, cucite sulla manica di ufficiali, sottufficiali, graduati di truppa per indicarne il rango.

Immediatamente riconoscibili, hanno disegno diverso per ogni Corpo (Aeronautica, Esercito, Marina).

Sono detti früse anche i contrassegni cuciti sul berretto dei militari, subito sopra la visiera


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Cirre-matte

Cirre-matte s.m. = Ricciolo ribelle

Parliamo di capigliatura

Capelli ribelle al pettine, perché arruffati, in quanto i bulbi piliferi disseminati a spirale sul cuoio capelluto,specie al culmine della testa.

Quando il cranio è rapato a zero, la maggior parte dei bulbi sembrano tanti puntini cosparsi con andamento regolare, ma altri seguono uno svolgimento a vortice, e talora a doppia spira.
Se quelle sono le radici lo stesso andamento prenderanno i capelli allungandosi, e quindi il pettine non riuscirà mai a piegarli nella direzione voluta.

Cirre significa in questo caso ciocca, ciuffo.

Un Detto montanaro ricorda che “cüme tènghe li cirre, tènghe li sinze” = Come ho i capelli così ho i sentimenti (ribelli).

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Parapalle

Parapalle s.m. = Parapalla

Ho usato come traduzione “parapalla” che in italiano significa tutta un’altra cosa, ossia una protezione inguinale indossata dagli atleti nello sport di lotta o in quelli dove possono avvenire scontri violenti, a salvaguardia delle parti basse.

Nel nostro caso mi sento autorizzato a tradurlo proprio “parapalla”, perché il Vate D’Annunzio, autore di tanti neologismi, sfottendo il suo amico F.Paolo Tosti in una lettera del 1906 lo ha apostrofato come “parapalla fesso”

Trascrivo – perché perfettamente combaciante con i nostri ricordi – quanto riportato sul sito web “Luceranostra.it”:
«Il parapalla era un passatempo fatto con una piccola palla di stoffa piena  di segatura e attaccata stava un lungo elastico con un anello alla punta, dove s’infilava il dito medio della mano. Con la stessa mano si lanciava la palla e quando  ritornava si doveva  “parare” con la stessa mano. I più bravi facevano questo movimento velocemente e senza sbagliare.
Il parapalla si usava anche per stuzzicare i compagni più irascibili: si lanciava la palla dietro il collo del compagno e dopo parata la palla con la mano, si nascondeva nella tasca e quello si arrabbiava come un diavolo. Il parapalla si comprava  presso le bancarelle durante le feste».

Aggiungo che i bancarellari evidenziavano la loro mercanzia con alte grida di richiamo.
Per il parapalle usavano lo slogan:
«’O parapalle, ‘o parapalle, tocca e non fa male!»

Qualche giovinotto sfacciato lo lanciava verso le terga della donzella che lo precedeva durante lo struscio. Quando la ragazza si voltava inviperita, il furfantello aveva già nascosto l’arma del delitto, ed era abbondantemente a distanza di sicurezza per destare alcun sospetto.
Una mascalzonata che rischiava, se scoperta, un finale in rissa.

Foto dalla pagina FB “Lizzano-Foto-Ricordo-Come-Eravamo”

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