Tag: Verbo transitivo

Addaccé

Addaccé v.t. = Tagliuzzare, pestare, sminuzzare

Operazione specifica che si fa con un coltello su una fetta di lardo (fresco o salato)  per sminuzzarlo.
Anche colpire ripetutamente il lardo col taglio del coltello e ottenere il ‘battuto’ da soffriggere.
Le nostre bravissime nonne, che non avevano troppe cose nella dispensa, e nemmeno tanti soldi nel borsellino, riuscivano a ottenere con il lardo e la cipolla addaccéte soffritti in poco olio, un po’ di conserva di pomodoro, e un solo chiodo di garofano, un gustoso intingolo per condire le orecchiette, chiamato zucarjille = sughetto, o züche fìnde = sugo finto.
Finto, perché quello ‘vero’, a base di carne bovina (brascjöle) suina (savezìcchia frèške), e ovina (carne e òsse), si preparava solo nelle grandi occasioni.

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Scialacqué

Scialacqué v.t. = Scialacquare, sperperare, dilapidare

Spendere con larghezza, senza criterio e senza alcuna remora. Sperperare, prodigare, scialare.

La persona che fa uso smodato delle sue sostanze dicesi scialacquöne.

Si usava anche (clicca→) sciambregnöne 

 

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Assuzzé

Assuzzé v.t. = Uguagliare, appianare, livellare

Da questo verbo deriva l’aggettivo sùzze (←clicca) = uguale nel  raffronto tra due o più soggetti.

Per esempio:  tagliare dei paletti di una recinzione tutti alla stessa altezza.
Oppure recidere i gambi dei fiori, nel comporre un mazzo, per pareggiarli nella parte terminale.
O anche livellare le asperità di una qualsiasi superficie (un campo o un pavimento o una panca).

Usato ironicamente assuzzé significa  rimpinzarsi. Insomma assumere un cibo dapprima ritenuto eccessivo per la capacità ricettiva del proprio stomaco, ma poi compiacersi per l’avvenuta degna collocazione.

Stamatüne me sò assuzzéte döje farréte! = Stamattina mi sono collocato due farrate (…nello stomaco)!.

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Ammasuné

Ammasuné v.t. = ammansire, addomesticare, rendere docili

Per lo più si usa questo verbo come deterrente, quale minaccia verso i monelli irrequieti per condurli alla calma, perché ammasuné sottintende una dose di percosse.

A me, il fatto che contenga la desinenza suné, fa venire in mente una bella dose di taccaréte!

Il verbo è un po’ desueto, ma se un ragazzo di oggi sente pronunciare in tono severo: Mò t’àgghja ammasuné! comprende immediatamente cosa significa, anche senza chiedere tante spiegazioni.

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Acquaquagghjé

Acquaquagghjé v.t. = Concludere

Accettabile anche la versione “breve”  quaquagghjè.

Generalmente il verbo è coniugato in modo negativo, per significare l’incoerenza, l’azione sconclusionata di pasticcioni.

So’ trè jùrne ca ‘u pettöre sté mbacce a ‘sta chése e n’ho acquaquagghjéte angöre njinte! = Sono tre giorno che il tinteggiatore è intento a lavorare a questa (mia) casa ma non ha compiuto ancora nulla.

L’Avvuchéte remànde e remànde ma n’acquaquagghje mé njinde = L’Avvocato con fa altro che rimandare senza arrivare mai ad una conclusione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Acciungàrece

Acciungàrece v.t. = Paralizzarsi.

Essere colpito da paralisi, diventare cionco, storpio, sciancato, specie agli arti.

Deriva dall’italiano cionco agg. con vari significati (troncato, mozzato, monco, spossato di stanchezza o debolezza, storpio, sciancato, paralitico).

E che, te sì acciunghéte ‘i méne? = E che, ti sei paralizzato alle mani?

È un rimprovero verso qlcn che non si dà da fare.

Quìddi méne ce avrìnn’acciunghé!= Quelle mani (che non stanno mai ferme) dovrebbero anchilosarsi.

Il rimbrotto questa volta è, al contrario, rivolto verso chi ha propensione ad allungare le mani addosso alle donzelle….

Nòneme sté sèmbe acciunghéte söpe a ‘na sègge = Mia nonna (che è paralitica) sta sempre bloccata sopra una sedia (a rotelle).

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Acciüde 

Acciüde v.t. = Uccidere.

Privare della vita, far morire, spec. con mezzi o modi violenti.

Domèneche che vöne amm’acciüde ‘u pùrche, vulüte venì püre vüje? = Domenica prossima dobbiamo uccidere il maiale, volete venire anche voi?

Qlcu dice accedì. Trovo più corretta la prima versione. Infatti l’imprecazione antica è: Ca lu vònne acciüde!
= che lo vogliano uccidere! Non ca lu vònne accedì.

Semmai accedì è la terza persona singolare del verbo uccidere, al passato remoto (scusate la grammatica) come altra versione di accedètte. Insomma come dire:accedìje = egli uccise.

Ah, bisogna ricordare che il verbo, se riferito a una persona, regge il dativo e non l’accusativo….Uffa con questa grammatica….
Insomma in dialetto si dice: Jìsse accedì a Mattöje = Lui uccise (a) Matteo. Metto la “a” solo per fare l’esempio.

Chjiche volte t’agghja accjude a te! = qualche volta, se continui a molestarmi, ti devo  uccidere! (detto in tono scherzoso, naturalmente!)

Invece si costruisce all’accusativo se riferito a bestie: Jìsse accedètte ‘u pùrche – ‘a mòsche – ‘a jallüne – l’agnjille = Egli uccise il maiale – la mosca – la gallina – l’agnello.

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Acciavatté

Acciavatté v.t. = Arrangiare

Sistemare qlco. alla meglio, con mezzi di fortuna e con risultati non eccellenti.

Acciavatté (o anche ciavatté), così come ciavattöne, hanno origine da “ciabattino”.

Se il ciabattino volesse confezionare le scarpe come fa lo specializzato calzolaio, otterrebbe un risultato di scarso pregio.

Agghje aggiustéte ‘u müre, e jì venüte tutt’acciavattéte = Ho riparato il muro, ed è venuto tutto arrangiato.

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Acciaffé

Acciaffé v.t. = Acciuffare, afferrare

Acchiappare, agguantare, abbrancare, ghermire.

Parare, afferrare al volo, acciuffare qlcu che tenta di sfuggire, o di fuggire, sia dal punto di vista sportivo, sia da quello poliziesco, affrontare deliberatamente qlcu che ci evita.

Mò ca t’acciaffe facjüme ‘i cónte!… = Non ora, ma quando ti avrò alle strette faremo i conti!

Sin. angappé = acchiappare, afferrare,

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Acciacché 

Acciacché v.t. = Schiacciare

È ammessa anche la forma ridotta Ciacché.

Comprimere, pressare con forza qcs. appiattendolo, frantumandolo, deformandolo.

Rompere il guscio di frutti come noci, nocciole, mandorle.

Nanònne pe’ guadagné chjiche cöse acciaccöve i mènele = mia nonna per guadagnare qualcosa, schiacciava le mandorle (per conto terzi per liberare il frutto dal guscio))

Acciacché l’üve = Vinificare, deraspare i grappoli. Anticamente mettevano i bambini e le ragazze a pigiare l’uva nei tini. con i loro piedini

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