Categoria: D

Decotte

Decotte s.m. = Decotto

Bevanda a base di sostanze vegetali bollite in acqua e filtrate e dolcificata.

Notissimo per alleviare il raffreddore ‘u decotte de cambumìlle e fìüre de màule = decotto di camomilla e fiori di malva che le nostre nonne ci preparavano.

A me faceva un po’ schifo: lo bevevo solo perché nonna ci metteva molto zucchero per renderlo più appetibile.

Non sapevamo la differenza fra decotto, tisana e infuso.

Quando il caffé fatto in casa non era di qualità eccellente, era inevitabile paragonarlo al decotto. Il grande Totò usava il termine ciofèca

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Dellìrje de la Luciüje

Dellìrje de la Luciüje loc.id. = Isteria, isterisrmo, furore

Alla lettera: Delirio della Lucia.

Quando si verificavano delle furiose litigate in mezzo alla strada tra due donne, si rispettava un rituale prima dello scontro fisico vero e proprio (con veementi tirate di capelli, sputi, morsi e graffi): urla e accuse reciproche fino a quando una delle due strillava delle invettive contro l’altra in tono di sovracuto, così elevate da risultare incomprensibili. Era il segnale: l’altra le si scagliava contro e succedeva il pandemonio.

Ma che centra Lucia?

È derivata dal mondo della musica lirica. C’era gente fino agli anni ’60 che sapeva a memoria le arie e le parole di tutti i protagonisti di tutte le opere di Verdi, Bellini, Puccini, Mascagni, Rossini, ecc.

Non tutti i giovani di oggi sanno che esiste una bellissima Opera lirica intitolata “Lucia di Lamermoor” di Gaetano Donizetti scritta nel 1836 e tuttora rappresentata nei teatri di tutto il mondo.

Ad un certo punto c’è un’aria deliziosa per soprano (Lucia appunto) che nella frase musicale va sempre su di tono, con la oh oh oh oooh : il delirio della follia appunto.

Quando la prima delle litiganti sbraitava più forte dell’altra, gli immancabili spettatori divertiti commentavano: Uì, mo li vöne ‘u dellìrje de la Luciüje = Ecco, ore le viene un attacco isterico.

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Demònje

Demònje s.m. = Demonio

Sinonimo di Diavolo: Bruttabbèstje, Lucifero, Satana, ecc.

Mi pare d’obbligo pronunciare ad alta voce: Cristecevènghe

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Dendéle

Dendéle s.m. = Dentice

Pesce marino degli Attinottèrigi, famiglia degli Sparidi appartenenti al genere Dentex; comune nel Mediterraneo è noto per la prelibatezza delle carni.

Ricordo il grido di un pescivendolo ambulante: Dendéle p’arròste, sparrüne grusse, uhé!

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Derrótte 

Derrótte s.m. = Rutto

Emissione, attraverso la bocca, di gas o aria provenienti dallo stomaco.

La formazione di gas all’interno dello stomaco avviene se si mangia avidamente: assieme al cibo scende anche dell’aria, e questa tende a risalire attraverso l’esofago.

Le persone senza contegno li lanciano rumorosamente.

Una volta un Professore, mentre si avvicinava all’aula designatagli per la sua ora di lezione, udì un rutto fragoroso provenire dall’interno della stessa.

Senza scomporsi, appena entrato in classe, sentenzio: Quisti derrótte, ind’i paiüse d’ i pùrche, ce chiàmene suspüre! = Questi rutti, nel paese dei porci, si chiamano sospiri.

Nel territorio dei Beduini i rutti sono considerati un sonoro apprezzamento del cibo mangiato. Sono attesi con ansia dalla brava massaia o da colui che ti ha ospitato. Perciò, se andate là, e siete invitato a cena, sforzatevi di accontentare la padrona di casa, o meglio della tenda. Più è sonoro, e più è largo il suo sorriso….Mi viene a mente, a questo proposito, un esilarante articolo dello scrittore-giornalista Vittorio G.Rossi.

Da noi sono accettati un sorriso solo quelli emessi dai neonati dopo la poppata.

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Desgrazzjéte

Desgrazzjéte agg. e s.inv. = Disgraziato

In italiano l’agg. significa che qlcu è stato colpito da sciagura, da sventura, da disgrazia.

In dialetto significa che la sciagura costui l’ha avuta nel cervello, perché si comporta da delinquente, farabutto, furfante, mascalzone, canaglia (basta per oggi?).

Talvolta viene spontaneo esclamare scherzosamente desgrazzjéte! quando qlc amico dice una battuta fulminante o fa uno scherzo un po’ pesante, ma ancora accettabile.

Se poi va fuori limite, parte ugualmente il desgrazzjéte!, ma contemporaneamente a una gragnuola di cazzottoni e ad un corollario di improperi: ghjachitemmùrte, ‘stu chjüne de quà, ‘stu chjüne de là, ecc…

Per i non Manfredoniani preciso che le “z” del termine hanno un suono dolce, non aspro.

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Devagliéte

Devagliéte agg. = Tormentato, assillato

Agitato per la puntura di un assillo, in grave difficoltà per le numerose traversie attraversate.

Che sragiona per le soverchie avversità.

Che ha un comportamento non troppo lineare a cause delle molte preoccupazioni.

Sté devagliéte de chépe = È fuori di testa.

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Diàvele 

Diàvele s.m. = 1 Diavolo, 2 Accenditore di carbonella

Con questo sostantivo in dialetto si indicano due significati:

1) –  Diàvele = diavolo.
Definizione di Wikipedia: «Con diavolo (definito anche demonio o maligno) si vuole indicare, nella religione, una entità spirituale o soprannaturale malvagia, distruttrice, menzognera o contrapposta a Dio, all’angelo, al bene e alla verità.».
Il diavolo viene chiamato anche “ ‘u demònje” o “la brutta bèstje” oppure “ ‘u cunnannéte” = il condannato (da Dio). Credo che quest’ultimo epiteto sia di origine Montanara.
Era quasi obbligatorio, almeno fino alla mia generazione, far seguire immediatamente dopo aver nominaro ‘u diàvele, lo scongiuro «Cristecevènghe(←clicca).

C’jì ‘ngazzéte accüme ‘nu diàvele, Cristecevènghe! = Si è infuriato come un diavolo, Dio ne liberi!

2) – –  Diàvele = Accenditore per carbonella.
Tubo di latta dal diam. di circa 18 cm e alto meno di un metro. Alla sua base era saldato una larga flangia a tronco di cono sempre di latta, bucherellata. Dotato di due maniglie, questo oggetto simile ad un imbuto rovesciato, si poneva al di sopra dei carboni semi accesi del il braciere (vrascjire).

Per un fenomeno fisico, si produce una specie di tiraggio come accade nel caminetto: l’aria calda che si sprigiona dal poco calore dei carboni parzialmente accesi, si incanala nel tubo e provoca, nel risalire al suo interno, una corrente ascensionale che ne facilita la combustione ravvivandone il fuoco.

Questo strumento semplice e ingegnoso, dopo anni di uso diventava nero nero, così come si descrive l’angelo del male. Da qui il nome di diàvele.

Chiaramente lo ricordano solo gli anziani.  Con l’avvento del gas in bombole nel 1950, tante cose sono scomparse perché cadute immediatamente in disuso e buttate a ferrovecchio.

Ringrazio il lettore MicheleMurgo per avermi procurato la foto precedente.

Basandomi sulla sola memoria, io avevo ‘ricostruito’ ‘u diàvele in un disegnino. Avevo collocato le maniglie un po’ più centrali, ma insomma l’oggetto è quello.

Ho visto su un catalogo un oggetto con questa funzione chiamato “accenditore per carbonella” molto più corto di quello fatto a mano dai nostri bravi lattonieri nel secolo scorso. Evidentemente riesce a procurare ugualmente il tiraggio che facilita la combustione per lo stesso principio di fisica.

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Diavelìcchje

Diavelìcchje s.m. = Peperoncino


Pianta erbacea annuale della fam. delle Solanaceae (Capsicun annuum) originaria dell’America del Sud.

Per il suo potere antifermentativo il suo uso è indicato negli insaccati (celebri i salumi calabresi strapieni di peperoncino).

I frutti, interi, a pezzetti o in polvere, freschi o essiccati vengono usati per dare sapore a moltissime pietanze.

Proprietà terapeutiche: aperitive, digestive, vitaminizzanti.

Il significato letterale è “diavoletto”.Molti, alla maniera dei Montanari, dicono anche ‘u puzzetille = pezzettino. Infatti ne basta un solo tocchetto per infiammare la pietanza.

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