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Dïce paröle

Dïce paröle loc.id. = Rimproverare, sgridare, redarguire, rimbrottare.

Alla lettera la nostra simpatica locuzione significa: “dire parole” (di rimprovero, non d’amore…)

Nen faciüme tarde, ca se no mamma ce dïce paröle! = Non tardiamo a rincasare, altrimenti la mamma ci sgrida!

Meh, nen me decènne paröle, ma n’ata pezzéte de pìzze la vògghje… = Beh, non sgridarmi, ma un altro pezzo i focaccia la mangio volentieri…

 

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Djasìlle

Djasìlle s.f.= Dies irae

La solita storpiatura del latino da parte di orecchie non avvezze.

Si tratta di una famosissima sequenza latina. Veniva declamata in chiesa durante le orazioni funebri.

Specialmente nel periodo di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti, un sacerdote (io ricordo don Furio e don Cuccia) con la cotta bianca, con la stola viola e un libro nero in mano, accompagnato dal chierichetto che gli reggeva il secchiello dell’Acqua Santa e l’aspersorio, girava nel cimitero, pregando e salmodiando davanti ai loculi questo canto pietoso, come una nenia straziante  in tonalità “minore”.

Lo chiamavano i familiari di qualche morto fresco e lo invitavano a recitare qualche orazione vicino alla tomba del congiunto.

Il prete cantava ovviamente in latino (mi riferisco all’epoca pre-conciliare, e la lingua locale non era ancora entrata nella liturgia ufficiale) il Libera me Domine o il Dies Irae.

Il primo verso Dies irae, dies illa era difficile da ricordare, ma non il dies-illa che invece è rimasto nella memoria, da cui viene la richiesta di cantare la djasille.

La djasìlle è anche sinonimo di tiritera, discorso lungo e noioso in cui si ripetono sempre le stesse cose.
Mò l’uà fenèsce per ‘sta djasìlle? = Ora la finisce con questa tiritera?

Ah Madònne, mò accumènze arröte pe ‘sta diasjlle! = O Madonna, ora ricomincia daccapo con questo discorso assillante e insopportabile.

Siccome mi piace andare in fondo alle questioni, ho trovato in rete il testo del “Dies irae”. Sono parole solenni che nel corso dei secoli sono state messe anche in musica da grandi artisti come Verdi, Pizzetti, Dvorak, Berlioz, Cherubini, Mozart, ecc.

Ecco il testo biblico: Libro di Sofonia 1,15-16
Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies calamitatis et miseriae, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos.

Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d’allarme sulle fortezze e sulle torri d’angolo.

È diventato sinonimo di latùne, lagna tediosa, lunga, deprimente.

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Djitjille 

Djitjille s.m. = Mignolo

Significato letterale: ditino, dito piccolo.

Oltre al dito mignolo, questo termnine designa anche il 5° dito del piede.

‘A scarpe m’ho muzzechéte ‘u djitjille = La scarpa mi ha arrossato il 5° dito del piede

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Djitöne 

Djitöne s.m. = Dito grosso, Pollice e Alluce

Significato letterale: ditone, dito grande.

Ovviamente si riferisce sia al pollice delle mani, sia all’alluce dei piedi.

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Döpe-mangéte

Döpe-mangéte locuz.id. = Dopo pranzo, pomeriggio

Parte pomeridiana della giornata fino alla sera.

Alla lettera significa dopo (aver) mangiato.

I Latini dicevano post-prandium = dopo il pranzo o post-meridies= dopo il mezzogiorno.

Qualcuno dice döpe-mangéte (o anche döpe-mangéje = dopo il mangiare) per non confonderlo con il termine locale jògge.

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Düje-bastöne

Düje-bastöne s.m. = Due di bastoni

Si tratta della denominazione di una singola carta da gioco del mazzo delle 40 carte dette “napoletane”, mazzo che comprende 10 carte per ogni seme: denari, coppe, spade e bastoni.

Invece nel mazzo di 52 carte dette “francesi”, 13 per ogni seme, ci sono: cuori, quadri, fiori e picche.

Generalmente il due di bastoni è considerata una scartina, cioè una carta di poco valore.  Però In certi giochi, come nel “tressette” invece è molto ben apprezzata.   Al Nord dicono che una persona vale il due di picche quando non ha voce in capitolo.

Scherzosamente, venivano detti “due bastoni” i mutandoni lunghi  i vréche (←clicca), usati una volta dagli uomini che lavoravano all’aperto in mare, in edilizia o i nei campi, per proteggersi nella stagione fredda.

Infatti una somiglianza dei mutandoni con quella carta è evidente.

 

 

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Dušké 

Dušké v.intr. = Dolere

Far male, procurare dolore bruciante, lancinante.

Me so’azzuppéte! Me dóške de chjó ‘u spìrete ca m’a mìsse e no la botte che àgghje pegghjéte = Mi sono ferito! Mi duole più l’alcol che ho usato per disinfettare che il colpo che ho preso.

 

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